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Omaggio a Leonello Cavalli

Omaggio a Leonello Cavalli
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Tiziano Marcheselli
Fino a tutto gennaio resterà aperta nelle sale di Villa Soragna nel Parco Nevicati a Collecchio la mostra antologica postuma di Leonello Cavalli, voluta dalla famiglia del pittore, scomparso una terntina d’anni fa, e patrocinata dal Comune di Collecchio. In Italia esistono delle strane zone, dove tutti fanno la stessa cosa: e la fanno anche bene, come, ad esempio, i mobilieri della Brianza, i gelatai del Veneto o i vignaiuoli delle Langhe. A Colliculum e colline limitrofe, invece, sono tutti metà pittori e metà scultori. E nelle ore libere, magari, inventano carri da carnevale, oggetti geneticamente modificati e diavolerie del genere. Saranno i misteriosi Boschi di Carrega, sarà il fascino delle lanche del Taro, sarà quell’aria dolce, sotto forma di memoria, che ha respirato gente come Amos Nattini o Riccardo Fainardi. Chissà... Resta il fatto che nel Novecento sono nati in zona tanti bravi artisti, legati anche alla tradizione locale della Sagra della Croce, prima, e del Centro culturale Villa Soragna, poi. E tra questi è rimasto nella memoria Leonello Cavalli da Gaiano, artista modesto e sensibile, che oggi si vuole ricordare con questo omaggio dei figli e dell’assessorato alla cultura collecchiese. Negli anni Sessanta erano di grande attualità i premi di pittura estemporanea, cioè molti amministratori di paese (sia nel Parmense che nel Reggiano e nel Modenese) bandivano un concorso, spesso con un tema, e i pittori arrivavano, timbravano la tela (per evitare trucchi) e piazzavano i loro cavalletti nelle strade e nelle piazze, con gran sollazzo dei curiosi che sostavano a osservare come progrediva il dipinto. Con tanti aneddoti e curiosità.
 Ricordo - ad esempio - che una volta il pittore Giorgio Manini, che dipingeva in un pollaio, a forza di scuotere i pennelli, alla fine dell’opera aveva fatto diventare le galline di mille colori. Vincenzo Vernizzi, invece, grande dominatore delle estemporanee, faceva in fretta a finire il quadro per poter organizzare una partita di pallone. Ecco, credo proprio di aver conosciuto Cavalli a un’estemporanea, e c’è anche una bella foto (che riproponiamo) con tanti pittori, dai collecchiesi Cattani, Vernizzi e Cesari, ai fratelli Afro e Franco Bia di Gaiano, tutti insieme per una premiazione.
Avevamo concorsi a Collecchio (la mitica Croce, e poi anche rassegne in Municipio), Calestano (premio supportato - sindaco Tiziano Del Sante - dagli affreschi per le strade antiche), Cozzano (alla Pineta), Felino (per Ferragosto), Fornovo, Bedonia, Borgotaro e un po’ in tutti i paesi, che andavano a gara a trovare premi in denaro, in natura (una volta ho visto un noto artista coi baffi, a Sesta Inferiore, mettersi un salame sotto il tabarro) e in coppe e medaglie (un altro pittore, a Calestano, ha rifiutato una bella coppa d’argento perché voleva solo i contanti...).
Al Castello di Felino, poi, il titolare aveva già deciso chi doveva vincere il concorso e la commissione giudicatrice se n’era andata indignata. Ma Leonello Cavalli con tutti questi «inghippi» non c’entrava niente. Era un pittore serio, sereno, appassionato, che amava la campagna circostante, i casolari, i frantoi, le prime colline imbiancate di neve, e li dipingeva con la semplicità dell’artista innamorato della propria terra, del pittore che, anche se con poco tempo a disposizione, voleva restare nel «gruppo» degli amici della zona. C’era, evidentemente, Alberto Cattani a fare un po’ da «chioccia» ai vari Marchetti, Cesari e Vernizzi (e - a questo proposito - allora si raccontava che il fratello di Cattani, Orlando, da ragazzo dimostrava doti ancora maggiori di Alberto; di lui ho un ricordo tristissimo: l’ho visto morire d’infarto durante un’estemporanea a Corniglio). Cavalli si vedeva ogni tanto, e qualche quadro - anche in questa mostra - ricorda abbastanza Alberto Cattani, il Cattani delle periferie e dei frantoi, con quei colori freddi, invernali, improvvisamente accesi dalla piccola tessera di una luce rossa. Con i fratelli Bia, Cattani (che chiamava Bertino) e qualche volta Vernizzi, Cavalli amava recarsi in Taro e in vari luoghi della «Bassa», come il porto di Boretto, dove il gruppetto scavalcava anche recinzioni pur di immergersi nella natura prescelta. E quando si dipingeva - dice Franco Bia - non si sentiva il freddo. Nella vita privata, poi, Cavalli (che, da impresario, aveva continui rapporti con il Comune e varie ditte) viene ricordato amabile, che sopportava tutti, sempre disponibile magari a trasportare gli amici con la propria auto, una vettura francese - dicono - di cui nel Parmense avevano venduti solo due esemplari.
 

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