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La nostra terra, le sue nobili radici

La nostra terra, le sue nobili radici
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Il sommario del secondo tomo della grande «Storia di Parma», a cura di Domenico Vera per i tipi di Mup coraggioso editore, è di tutto rispetto. Questo secondo volume (ricordiamo che l'impresa editoriale è promossa per volontà di Fondazione Monte Parma, Università e Banca Monte Parma) si apre sulla grande avventura di «Parma romana» e comprende saggi, studi e ricerche di Mauro Rottoli, Maria Bernabò Brea, Giuseppe Sassatelli e Roberto Macellari, Daniele Vitali, Gino Bandelli, Domenico Vera, Maria Giovanna Arrigoni Bertini, Emanuela Ercolani Cocchi, Manuela Catarsi,  Sara Santero, Pier Luigi Dall'Aglio, Bruno Zucchelli (che ci ha lasciato poche settimane or sono), Marcella Forlin  Patrucco e Alessia Morigi. Un'ampia bibliografia e gli indici dei nomi di persona e dei luoghi completano il grosso e attesissimo contributo. Contributo che comprende la storia dalla Parma del VI millennio prima di Cristo sino ai tempi del primo cristianesimo diffusosi in città, cioè un vasto ventaglio d'argomenti quasi tutti per la prima volta approfonditamente affrontati dagli studiosi in maniera critica, con ampia documentazione fotografica e con attento e provveduto uso delle più varie fonti antiche e moderne. Nel volume intitolato «Resistenza del Classico» che Rizzoli in questi giorni pubblica come «Almanacco Bur» 2010 a cura di Roberto Andreotti, il saggio introduttivo su «Cosa dovrebbe mai essere un classico» di Mario Lavagetto con rara chiarezza d'intuito critico offre alcune considerazioni che possono benissimo introdurre il nostro discorso oggi sulla storia di Parma romana. Citando Eliot, Lavagetto infatti scrive: «Una volta stabilita e accettata l'unità della cultura europea a partire dalla Grecia e da Roma, e una volta fissasti i requisiti indispensabili a definire un'opera classica, Eliot non ha difficoltà a indicare in Virgilio il poeta che meglio di tutti ha incarnato il modello del classico grazie a una miracolosa e irripetibile  sintonia». Mettiamo anche noi «Parma romana» dunque sotto il segno di Virgilio e della sua incomparabile avventura poetica e intraprendiamo la lettura di queste centinaia di pagine che verranno presentate  giovedì  alle  17  al Teatro Regio (saranno presenti Gino Ferretti, Gilberto Greci, Alberto Guareschi, Maurizio Dodi, Pietro Vignali, Vincenzo Bernazzoli, Andrea Zanlari, Paolo Scarpis, Giuseppe Guzzetti; presenteranno l'opera Domenico Vera  e Giovanni Brizzi; l'incontro è organizzato in collaborazione con Fondazione Teatro Regio, Gazzetta di Parma e TV Parma). Domenico Vera ci offre subito un chiaro progetto d'analisi quando osserva che «ferma restando l'impronta romanocentrica che si è voluto imprimere al volume, la trattazione non trascura le fasi di civiltà anteriormente attestate sul territorio: da un lato le presenze preistoriche a partire dal VI millennio di cui la testimonianza principale è costituita da un villaggio terramaricolo; dall'altro quelle immediatamente preromane: quindi i liguri, gli Etruschi e i Galli». Parma venne alla luce nel 183 a.C. come ci racconta Tito Livio in un passo importantissimo che è un vero e proprio «atto di nascita» della città. La colonia di cittadini romani era qui emigrata conservando la pienezza dei diritti politici e il suo lavoro consegnò subito alla Repubblica un territorio d'eccezionale importanza economica e politica sotto il consolato di Marco Emilio Lepido (187-175). Nel segno di tale nascita «Parma romana» procede per successive tappe di ricognizione che si fissano a Parma imperiale da Augusto a Giustiniano, alla sua società e religione, alla moneta, alla cultura artistica e all'artigianato, ai territori della civiltà urbana e agricola, alla cultura letteraria, alle trasformazioni della città dentro la città rispetto alle forme più antiche, e all'arrivo dei primi cristiani. Nel corso degli ultimi secoli molti di questi argomenti furono più volte settorialmente studiati, ma forse i risultati che ora abbiamo sotto gli occhi sono i più cospicui, ricchi e per certi versi completi essendo la somma di molte e approfondite ricerche e dello studio dei documenti e delle fonti che i moderni sistemi d'indagine enormemente favoriscono attraverso gli scavi, gli studi sulla lingua e sugli insediamenti delle popolazioni. Villaggi, strade, cimiteri, ville, luoghi pubblici comuni, teatri e templi parlano a chi sa decifrarne le voci ancora oggi. Essi rappresentano la civiltà, l'impegno e il lavoro di quei «duemila Romani poveri, giovani con moglie e uno-due bambini da mantenere, i quali, in cambio di poca terra e di un'esistenza non facile ma più dignitosa, si iscrissero a Roma nelle liste del contingente destinato a insediarsi in un'area remota da poco strappata a una bellicosa tribù celtica, immersa nel cuore di un'immensa pianura ancora insicura, in gran parte allo stato naturale». Così scrive Domenico Vera e l'immagine da lui suggerita è molto efficace per capire cosa sia stata, per Parma e per l'Emilia tutta, la romanità, cioè il dominio di quella civiltà che ha lasciato per sempre tracce indelebili. Torniamo dunque a quell'aggettivo «classico» che tanto c'intriga ancora oggi e scopriamo così tra le quasi mille pagine di «Parma romana» le nostre radici. Ci soccorre la poesia, come sempre, e quella di Virgilio in particolare, nato non molto lontano da qui «Mantua me genuit»). Approdiamo come tanti Enea alla nostra antica patria ascoltando voci così remote, segni così incisi nel tempo, storie così permeate di vita e di morte, e l'invito che ci giunge ben chiaro e preciso: «Antiquam exquirite matrem».
 

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