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Viaggio nell'età più antica

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«Parma romana», attesissimo secondo volume della «Storia di Parma» edito da Mup (Università degli Studi  e Banca Monte Parma), illustra la storia dell’età più antica della nostra città, dal Neolitico alla caduta dell’impero romano. Pubblichiamo di seguito un sunto del saggio di Maria Bernabò Brea (Soprintendenza per i beni archeologici dell'Emilia Romagna) intitolato «Parma tra il IV e il II millennio prima di Cristo».

Parma è la città d’Italia che più di ogni altra può aspirare al titolo di culla degli studi preistorici. Qui infatti, dal 1861, fece i primi passi nella “Nuova Scienza” Luigi Pigorini, l’uomo che svolse il ruolo decisivo quale organizzatore della disciplina, fondò il Museo nazionale di Preistoria ed Etnografia a Roma ed assunse la prima cattedra di Paletnologia. Insieme a Pellegrino Strobel e a Gaetano Chierici fece parte della comunità scientifica internazionale che costruì le basi del nuovo sapere. A Parma, dal 1867 al 1875 fu direttore del Museo di Antichità, nel quale istituì la sezione di Antichità Preistoriche secondo il modello dei più avanzati musei preistorici d’Europa.
 Anche oggi il nostro territorio svolge un ruolo di primo piano per la conoscenza del più lontano passato; negli ultimi anni infatti l’attività della Soprintendenza per i Beni Archeologici, sostenuta dal Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Milano e da numerosi collaboratori, ha prodotto un importante salto di qualità negli studi preistorici, anche grazie allo sviluppo dell’archeologia preventiva nei cantieri pubblici e privati.
 A Vicofertile, San Pancrazio, Gaione, Beneceto, San Prospero, Botteghino, via Traversetolo, via La Spezia e in molte altre zone del nostro Comune scavi fortunati hanno portato nuovi dati e fatto luce su periodi finora mal noti. Le più antiche tracce di popolamento nel comune di Parma, individuate nella rotonda di via La Spezia, risalgono alla fine del VI millennio a.C. e sembrano più legate al primo Neolitico del Levante ligure, dell’Appennino e della Penisola che della Pianura Padana.
 Molto più intenso appare il popolamento del Parmense da parte della gente dei “Vasi a bocca quadrata” i cui numerosi abitati, tra 5000 e 4300 a.C., si distribuiscono soprattutto nell’alta pianura; in alcune zone, come a Gaione, le loro tracce affiorano per ettari. In tutti i villaggi indagati si sono rinvenute sepolture, le cui modalità rispettano un preciso rituale funerario: gli inumati sono rannicchiati sul fianco sinistro, orientati est-ovest col capo a est.
 Un certo grado di disuguaglianza sociale è dimostrato dai corredi funebri, formati da asce e frecce per gli uomini, vasi e monili per le donne; del tutto fuori del comune è la statuetta femminile rinvenuta a Vicofertile, posta accanto a una donna. Solo al Botteghino si sono invece trovate le tracce della cultura “di Chassey” giunta nella nostra pianura dall’attuale Francia negli ultimi secoli del V millennio a.C. Due lesine e un frammento di crogiolo rinvenuti in questo sito sono tra le più antiche testimonianze italiane di fusione del rame.
Le conoscenze sulla cosiddetta Età del rame (tra metà del IV e metà del III millennio a.C.), finora scarse nel nostro territorio, hanno ricevuto un formidabile contributo dagli scavi effettuati tra via La Spezia e la tangenziale, e soprattutto in via Guidorossi. Qui infatti sono venute in luce le più significative strutture abitative dell’Italia settentrionale: nove case eccezionali per dimensioni e robustezza (lunghe da 11 a 55 m. e larghe da 4 a 6,5 m.), delimitate da buche di palo e da canalette di fondazione, con una fila di grandi pali sull'asse centrale per reggere un tetto a doppio spiovente.
 Anche per l’inizio dell’età del Bronzo possediamo nuovi dati, sia relativi al disboscamento e alla messa a coltura del territorio (da San Pancrazio), sia ai rituali funerari, rappresentati da un rinvenimento unico in Italia: una serie di tumuli, del diametro fino a 20 metri, rinvenuti lungo via Traversetolo. Ma è nella media età del Bronzo che si forma il poderoso sistema insediativo delle “Terramare”, i grandi abitati fortificati da terrapieni e fossati che occuparono la parte centrale della valle del Po tra la metà del XVII e la metà del XII sec. a.C..
 Il termine (originariamente “terra-marna”) evoca l’uso, tra '700 e primi del '900, dei terreni ricchi di materia organica di questi siti come cave di terra fertile. Dopo l’intensa stagione di ricerca di Pigorini, Strobel e Chierici, le terramare sono oggi l’oggetto di nuove ed estensive esplorazioni, che mirano ad indagare non solo l’organizzazione interna dei grandiosi abitati (vasti fino a 20 ettari!), ma anche il loro articolarsi nel territorio e la complessa gestione delle acque e della campagna.
Nella nostra provincia le indagini più significative si sono svolte a Beneceto, dove a seguito dei lavori per l’Alta Velocità si sono esplorati 11.000 mq di una terramara vasta almeno 10 ettari, a Vicofertile, dove da trent'anni i cantieri portano in luce lembi di un complesso sistema abitativo con relativa necropoli, e inoltre a Noceto, dove è venuta in luce una straordinaria ed enorme vasca lignea, a Fraore, a Quingento e nello stesso centro di Parma. Qui, nel corso della ristrutturazione di un edificio in via della Repubblica, si è esplorata una piccola parte della palafitta costruita, attorno al 1500 a.C., al margine di una palude. Il repentino abbandono delle terramare nella prima metà del XII sec. a.C., al culmine della crescita demografica e della floridezza economica, è frutto di una crisi le cui ragioni sono tuttora inspiegate, ma almeno in parte vanno cercate nell’ipersfruttamento del territorio, non sostenuto da una struttura sociale in grado di modificare le strategie economiche e politiche. Il drammatico evento, che lasciò deserta la pianura fino all’arrivo degli Etruschi, conclude la preistoria di Parma e dell’intera Emilia.
MARIA BERNABO' BREA

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