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Ledda, le parole e il mistero

Lo scrittore sardo parla della sua ricerca stilistica e di un progetto legato alla sua terra natale. L'autore di «Padre padrone»: «La lingua è per me l'inventario della natura. L'idioma convenzionale non è più attuale: occorre ricreare i vocaboli per esprimere più fedelmente i concetti e i sentimenti»

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Dopo aver regalato al mondo un capolavoro come «Padre Padrone», ha dedicato quarant'anni della sua vita a un progetto «con le ali».

Gavino Ledda vola alto e non può essere altrimenti per un intellettuale libero e puro come lui. Dal 1975 a oggi, ha vissuto in una sorta di ritiro e di «connessione con l'universo», alla ricerca poetica di un linguaggio nuovo, arricchito, pluridimensionale, «elettromagnetico», come lui stesso tiene a sottolineare.

Ledda non è uno che molla la presa facilmente. E quando meno te lo aspetti esce allo scoperto per porgere il frutto del suo immenso lavoro, lanciando una proposta veemente e al tempo stesso romantica. Del giovane pastore di Siligo sono rimaste intatte la caparbietà, l'abitudine al sacrificio e quella lieve timidezza di chi non è avvezzo a parlare.

«La lingua convenzionale che l'uomo utilizza non è più adeguata da tempo a rappresentare il mondo – premette -. Scoperte scientifiche come la teoria della relatività di Einstein e l'elettromagnetismo di Maxwell hanno aperto nuove frontiere; per questo occorre ricreare le parole cambiando la modalità espressiva, dando loro una dinamicità nuova in grado di esprimere più fedelmente concetti e sentimenti».

La parola per Ledda non è altro che «l'inventario della natura» e lo studio della nuova lingua si sovrappone inevitabilmente a quello della fisica. Ma come si arriva all'elettromagnetismo? Ledda cita un esempio: la parola «amore», composta da una radice (am) e da un suffisso (ore), diventa «amillore», con al centro l'avverbio di moto a luogo latino illuc (che perde in questo caso le lettere uc). «Così l'amore parte dall'amante e attraversa la persona amata – spiega Ledda – come onde elettromagnetiche. E' una parola con le ali, con un motore dentro: l'avverbio che la trasporta. Come il vento o il respiro non si può fermare questa evoluzione. Amore è un «verbum» statico e resta comunque significativo, ma è giunto il tempo di esprimere anche il soffio, l'alito dell'ego».

La ricerca avanza e si traduce in libri e versi custoditi per anni nei cassetti. «Se il Cern scandaglia il cielo, io ho deciso di gettare lo scandaglio nello spirito – dice convinto – con rinnovato vigore». Il riferimento è di nuovo alla fisica, lo stesso vale quando si parla di Parma e in particolare di Giuseppe Verdi.

«Verdi fu luce fino all'ultimo fotone. Quella luce che viaggia a 300 mila chilometri al secondo, la stessa che nasce e finisce senza accelerare né decelerare, con costante costanza. Proprio come l'arte del maestro di Busseto». Ed è così che Ledda apre un cassetto e offre, in anteprima alla Gazzetta di Parma, la prima poesia «elettromagnetica»: «Il fiore della luce». Lo scrittore si rivela con candore desueto, spiegando che il canto è la sintesi estrema di un libro scritto da tempo con termini nuovi, parole pluridimensionali e pochi avverbi. Usa con insistenza la parola «rerinascere», che a differenza di rinascere significa nascere più volte, mentre «illore» di campi non è riferito a distese di erba ma a campi elettromagnetici. «Illore» e «reillore» non sono altro che l'attraversamento indeterminato, il moto a luogo. «Do del tu alla luce sussurra accennando un lieve sorriso.

Tutto è iniziato in quell'ovile di Buddevrustana, a otto chilometri da Siligo. «Da 6 a 18 anni – spiega - ho vissuto inconsapevolmente in una solitudine silente, placida, lenta, gelida, infuocata. E' stata questa la mia alfabetizzazione. Sono figlio di un sovrumano silenzio». Per un attimo smette di parlare. Il ricordo toccante richiama il romanzo autobiografico e ferite mai rimarginate. Ora, però, c'è un sogno da realizzare: un poetico atto d'amore letterario. Ledda vorrebbe acquistare la casa di Padre Padrone, ovvero salvare le quattro mura dove è nato per fondare una scuola di linguistica, «un'ara perenne dell'arte, che sublimi la parola nuova interpretando lo spirito dell'uomo del Tremila senza dimenticare il passato». Lo scrittore ha fondato a Siligo «Eurena (che significa Europa in sardo), Associazione Lettori di Gavino Ledda» chiedendo un piccolo obolo per sostenere l'iniziativa. A questo potrebbe aggiungersi il contributo di altri artisti, in nome di un progetto nobile che guarda al futuro e alle nuove generazioni. «Non è per me - chiosa Ledda - ho deciso semplicemente di mettere a disposizione il lavoro di una vita». La macchina è già in moto e c'è anche un codice iban sul sito www.gavinoledda.it.

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