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"L'Italia in vacca": la speranza del Paese sono i giovani. Se hanno voglia di studiare e lavorare

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di Andrea Violi

Per combattere la crisi bisogna studiare e farsi venire idee innovative. E alla svelta. In più, bisogna avere tanta voglia di lavorare e di mettersi alla prova, soprattutto se si è giovani. I siti più in voga e i colossi mondiali dell'informatica sono stati fondati da giovani sui trent'anni. Anche meno, sottolinea Riccardo Caselli, autore de «L'Italia in vacca - La crisi del Belpaese vista da un giovane arrabbiato».
Edito da Aliberti, il libro presenta una fotografia dei temi caldi della nostra società. Riccardo Caselli, classe 1984, è psicologo sociale e si occupa di dinamiche aziendali, di musica rock, yoga e filosofia.
Dice Caselli a pagina 111, per esempio: «In Italia mettiamo i giovani, quelli che valgono, in condizione di prendere decisioni potenzialmente rivoluzionarie per il business? In molti casi no perché non hanno l'esperienza, e la nostra cultura è troppo spesso legata alla tradizione e timorosa di sbagliare».
Ecco, «L'Italia in vacca» è dedicato in primis ai giovani e a un Paese che secondo l'autore non li aiuta a maturare e a mettersi alla prova, in un contesto sempre più duro.
Caselli analizza i problemi del nostro Paese e dà qualche suggerimento per prendere il toro per le corna. Anzi, la mucca. L'espressione «in vacca» dà l'idea di una situazione fuori controllo o che rischia di diventare tale. In copertina, giocando sulle parole, non ci sono foto: c'è il profilo di una mucca, con numerosi tagli colorati di verde, bianco e rosso. Ogni taglio dell'animale corrisponde a una regione italiana.
Gazzettadiparma.it ha chiesto a Riccardo Caselli di presentare il suo saggio.

Che tipo di libro è «L'Italia in vacca»?
Prevalentemente è un libro di analisi: presenta tante «fotografie» istantanee della situazione italiana, con un occhio di riguardo all'aspetto dei costumi. Non solo l'analisi degli indicatori macroeconomici, ma della vita degli italiani: dal lavoro ai giovani, dalla televisione a tutti i comportamenti collettivi.

Ci sono capitoli e sezioni brevi. Mi ricorda certi manuali di strategia aziendale, specie di autori americani...
L'ispirazione viene un po' dai libri americani... Io acquisto molti libri su Amazon e... In effetti è molto nel loro stile giocare sui titoli di richiamo e sul ritmo. Dato che dovevo toccare tanti punti diversi, questo stile si prestava bene per il mio libro.

Come dice il sottotitolo, lei è «un giovane arrabbiato»... Cos'è che la fa arrabbiare?
Diciamo che esercito un senso critico in un'Italia nel quale è esercitato poco.

E perché l'Italia «in vacca», cioè che va un po' a rotoli? Quali sono i punti essenziali delle sue critiche?
Analizzo la nostra cultura. Il punto di partenza è la crisi ma si arriva a un altro discorso: che prospettive abbiamo per uscirne? Rinvengo alcuni elementi preoccupanti. Il primo è un decadimento culturale, dai mass media ai costumi “imbarbariti”. Il secondo punto è: come si riflette questo sui giovani? L'Italia manca di prospettive perché non valorizza i giovani, molti dei quali scappano all'estero.

Ma davvero sono molti i giovani che scappano all'estero? Io ho l'impressione che di questo tema si parli tanto, ma che alla fine pochi lo facciano davvero...
In questo momento l'Italia non è competitiva, tende a chiudere le porte in faccia. Giovani che vanno all'estero ce ne sono, oggettivamente... Alla London Business School ad esempio si può trovare un docente italiano con meno di quarant'anni, quindi giovane. In Italia no.

Una critica che spesso viene rivolta ai giovani è il fatto che sono (o sarebbero) troppo pigri, che non sempre cercano di creare le opportunità. Lei cosa ne pensa?
È assolutamente vero. C'è un capitolo intitolato «Macché posto fisso?». I giovani spesso sono pigri, vogliono un posto fisso, magari vicino a casa... Io invito i giovani a pretendere che il sistema dia loro la possibilità di mettersi alla prova. I giovani devono avere una chance di giocare le loro carte. E loro devono voler mettersi in gioco. Perché devono competere ad esempio con gli studenti asiatici, che a 19 anni lasciano il loro Paese per andare a studiare negli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti sono un suo modello di riferimento? Li nomina spesso...
Non sono un modello in senso complessivo... Li cito spesso per quel che riguarda le eccellenze, ad esempio sull'innovazione e sul sistema universitario, orientato a produrre picchi d'eccellenza.

Nella prima parte del libro, lei dice in generale noi italiani siamo troppo legati ai vecchi schemi. La sua ricetta è quindi “cambiare di più”?
Secondo me sì, penso che soprattutto ci sia bisogno di cambiare e ci sia bisogno di un pensiero divergente quando si affronta una crisi. Un problema non può essere risolto dallo stesso livello di pensiero che li ha creati.

Il suo libro è rivolto alle persone ma anche alle aziende. O no?
Ci sono tanti spunti applicabili anche ai gruppi aziendali.

Ma alla fine qual è il suo consiglio da “giovane arrabbiato”, per evitare di essere “in vacca”? Cosa emerge dalla lettura di questo libro?
L'idea è più quella di fotografare la situazione del Paese, non ci sono capitoli dedicati specificamente alle soluzioni, che comunque emergono. Io riassumo la chiave in due parole: innovazione ed etica. La mia tesi è questa: l'Italia può uscire da una situazione difficile - sotto tutti i punti di vista - solo se avrà capacità creativa, il che significa promozione dei giovani a livello di scuola e formazione. L'etica: ormai sono prevalenti modelli che vanno in senso contrario. Bisognerebbe lasciare da parte questa società dell'immagine e ritornare ai valori “di un tempo”.

Non c'è proprio niente da salvare, in questa «Italia in vacca»?
In realtà da salvare ci sono tante cose. Non dimentichiamo che l'Italia, ad esempio, ha un patrimonio artistico ricchissimo. Ha una storia che andrebbe adeguatamente valorizzata, anche sul piano del turismo. Ora ci ritroviamo che i centri della cultura sono i reality show, i modelli per i giovani sono tronisti e “veline”... Dobbiamo tornare alle radici.

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