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Incubi lontani e gelidi sguardi: quei pittori venuti da Weimar

Incubi lontani e gelidi sguardi: quei pittori venuti da Weimar
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Uscita malconcia dalla prima guerra mondiale, non è stato un periodo facile per la Germania quello della Repubblica di Weimar durante la quale le distanze sociali si sono allargate e una borghesia cinica e rampante ha tratto profitto dalla debolezza degli emarginati dalla guerra: reduci con invalidità, disoccupati, donne che sopravvivono prostituendosi.

Un mondo denso di violenza che è stato denunciato con crudo realismo da quegli artisti che si sono ritrovati sotto l’insegna della «Nuova Oggettività», rifiutando la soggettività esasperata e le distorsioni formali dell’espressionismo e cercando di raccontare la società con chiarezza e disincanto «rivisitando tecniche e generi della grande tradizione pittorica, con un nostalgico ritorno al ritratto e una spiccata attenzione per la resa della superficie».

Otto Dix, George Grosz, Christian Schad, Max Beckmann, August Sander sono i principali protagonisti di questa stagione che viene incisivamente illustrata nella grande mostra in corso a Venezia al Museo Correr (fino al 30 agosto) intitolata «Nuova Oggettività. Arte in Germania al tempo della Repubblica di Weimar 1919 1933» organizzata dal Los Angeles County Museum of Art e dalla Fondazione Musei Civici di Venezia col supporto di 24ore cultura.

La curatrice Stephanie Barron ha raccolto ben centoquaranta opere tra dipinti, fotografie, disegni e incisioni di quaranta artisti, molte delle quali poco conosciute in Italia.

«Indubbiamente – ha scritto la Barron – la Nuova Oggettività con in suoi diversi approcci al realismo – talvolta critici o satirici, talvolta freddi e imperturbabili o ammalianti e magici; talvolta dediti a una resa minuziosa della realtà attraverso le distorsioni dell’obiettivo fotografico – ha risposto alle difficoltà di un’epoca tumultuosa con risoluzioni artistiche incisive». Un’arte dura con inquietudini affioranti, con soggetti dallo sguardo freddo, impassibile che comunicano un senso di disagio. Al gusto dell’alterazione, ereditato dall’espressionismo, si è aggiunto lo spirito aggressivo del dadaismo tedesco.

La cartella grafica di Otto Dix «La guerra» (1924) nella prima delle cinque sezioni in cui è suddiviso il percorso espositivo denuncia con paesaggi devastati e corpi straziati la crudeltà del conflitto bellico e delle sue conseguenze.

Una ferocia spietata che sgomenta per l’indifferenza con cui nel «Sognatore» di Heinrich Maria Davringhausen un assassino dalla vistosa giacca rossa segue le sue fantasie dopo aver ucciso una donna.

La stessa indifferenza che mostra l’imperturbabile, spietato, elegante «Affarista», ritratto all’ultimo piano di un grattacielo, il quale si arricchisce lucrando sulle difficoltà economiche dei più deboli.

La crescente industrializzazione delle città con la proliferazione delle fabbriche ha pesanti ripercussioni sulla campagna che viene abbandonata. Così la seconda sezione si occupa del nuovo rapporto tra mondo urbano e rurale, sulle crescenti disparità.

Qui vengono esposte le foto di Arthur Koster in cui gli uomini appaiono sovrastati dal rigore delle architettura geometriche, che si ritrova nella «Casa n. 9» di Anton Raderscheidt.

I ritratti costituiscono il fulcro della mostra per l’efficacia con cui interpretano la nuova società borghese dove donne emancipate hanno uno stile androgino, spigoloso con capelli corti e trucchi pesanti; gli uomini eleganti, eretti, hanno uno sguardo sicuro e diretto. Ma vi sono anche uomini effeminati quali «Il gioielliere Karl Kralt» di Otto Dix ritrattista straordinario, come dimostrano i ritratti dell’avvocato Hugo Simons (1928) e dei genitori (1921): questi, dai volti segnati e dalle mani ruvide, siedono su un vecchi divano ma restano distanti tra loro.

L’avvocato si staglia su un fondale rosso con grandi mani che si muovono dando eloquenza alla sua dialettica.

George Grosz dipinge il dottor Felix Weil, amico e intellettuale, ma ne sottolinea l’isolamento elitario. Inquietante è la freddezza di Christian Schad, trasferitosi a Berlino da Vienna. Nel ’28 ritrae il dermatologo Haustein con alle spalle l’ombra della sua amante con la sigaretta tra le dita; l’anno seguente dipinge Rasha, ballerina del Madagascar che danza con un boa, e alle sue spalle Agosta, un uomo nato con la cassa toracica invertita.

Il nudo femminile è stato il soggetto preferito di Karl Hubbuch al quale ha dedicato disegni, studi, dipinti: in «Marianne allo specchio», giocato sugli effetti del raddoppio, ha colto dinamicamente l’immediatezza gestuale.

L’inquietudine delle persone si trasmette all’ambiguità del fascino delle nuove macchine, al rapporto tra tecnologia e individui. Così Carl Grossberg dipinge la «Macchina di cartiera», immobile nella sua precisione tecnica, in un capannone vuoto, dove la presenza dell’uomo sembra esclusa.

Albert Reuger-Patzsch in una fotografia trasforma i ferri da stiro in un elegante monumento. Infine una particolare curiosità desta il «Lido 1924» di Max Beckmann in quanto l’artista ha dichiarato d’aver dipinto «bagnanti e nudi femminili: in sintesi una vita, una vita che semplicemente esiste.

Senza pensieri o idee» durante un viaggio con la famiglia a Pirano, allora italiana, oggi slovena

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