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Italia mito degli artisti stranieri

Dal Rinascimento al '900 innumerevoli pittori e scultori si sono ispirati al nostro Paese. Tra loro Van Dyck, Rubens, Gérôme, Van Wittel, Picasso. Frequente il richiamo della classicità

Italia mito degli artisti stranieri
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Il primo a venire in Italia allo scopo di conoscere le radici dell’arte classica è stato Albrecht Durer nel 1494, il quale si è fermato a Venezia, la più vicina al Nord delle grandi tappe di un ideale percorso che nei secoli successivi troverà tanti colti viaggiatori interessati al Grand Tour dell’Italia. Venezia, Firenze, Roma, Napoli sono le mete di maggior richiamo per i loro celebri monumenti, ma si ammira pure il paesaggio nello splendore della sua luminosa varietà, nella dolcezza del clima. E’ nato così il mito dell’Italia che ha coinvolto tutta l’Europa con la richiesta anche dell’opera di artisti e architetti italiani da Pietroburgo, Madrid, Londra, Praga, Parigi. «Il fascino e il mito dell’Italia dal Cinquecento al Contemporaneo» viene raccontato visivamente nella mostra in corso alla Villa Reale di Monza (fino al 6 settembre), prodotta dal Consorzio Villa Reale, Cultura Domani e Skira, che ha edito pure il ricco catalogo curato, come la rassegna, da Caterina Bon Valsassina, Sandrina Bandera, Ada Masoero e Fernando Mazzocca. Attraverso una novantina di opere si è ripercorso l’incontro delle bellezze italiane e di alcuni grandi maestri (Correggio, Tiziano, Canova) con celebri artisti stranieri (Van Dyck, Rubens, Mengs, Reynolds, Ingres) venuti nel passato in Italia alla ricerca delle fonti classiche con un’estensione alla contemporaneità (Matisse, Picasso, Moore, Dalì, Klein, Kiefer, Marina Abramovic, Wharol). Una parata di «stelle», punteggiata di capolavori (dipinti, sculture, fotografie), in cui il profondo rigore scientifico si unisce a un’altissima spettacolarità dando vita ad un percorso ricco di sorprese. I gessi di due celebri statue ellenistiche – Venere dei Medici e Apollo del Belvedere – stanno ad indicare il mito dell’antichità che tanto fascino ha esercitato e continua ancora ad esercitare come esempio di pura eterna bellezza. Una purezza che Lucas Cranach il vecchio ha impresso in «Eva» mentre altri pittori, come gli olandesi Posthumus e Van Heemskerck, hanno fantasticato su paesaggi fitti di statue e rovine. Nel Seicento a Roma è sbocciato il barocco, declinato in due versioni, caravaggesca e carraccesca. La prima ha avuto alcuni suggestivi interpreti quali Gherardo delle notti e Valantin de Boulogne; la seconda è stata seguita dai più illustri artisti sedotti dalla classicità e dal colore. La ritrattistica fiorisce sulla scia di Tiziano e il suo «Ippolito de’ Medici vestito all’ungherese» gareggia con la solenne eleganza di Rubens (che ritrae Giovanna Spinola Pavese) e con quella più sciolta e discorsiva di Van Dyck. I bolognesi hanno avuto un’attenzione nuova per il paesaggio, raccolta presto dai francesi – Claude Lorrain (Porto con Villa Medici), Gaspard Dughet – e più tardi dall’olandese Van Wittel che ha iniziato la serie delle vedute di Venezia e di Roma, diffusissime nel Settecento per le richieste dei turisti. I viaggiatori più ricchi si fanno ritrarre da Mengs, da Pompeo Batoni la cui opera è richiesta anche da papi e cardinali. Nelle seconda metà del Settecento sono state riscoperte le rovine di Pompei e di Ercolano e il Vesuvio ha ripreso le eruzioni cosicché diversi pittori stranieri si sono recati a Napoli per immortalare questo straordinario spettacolo. L’inglese Wright of Derby ha immerso il Vesuvio in una luce sfolgorante che sconvolge il cielo turbinante di nubi rigonfie mentre il francese Volaire ha immortalato la lampeggiante scarica dei lapilli. E’ il momento della riscoperta della classicità non solo nei reperti scultorei – che Zoffany mostra ammassati nella biblioteca di Charles Townley – ma anche nei suoi valori etici: Jaques Henri Sablet dipinge due gentiluomini che meditano sul passato (Elegia romana); Angelica Kauffmann ritrae Domenica Moghen e Maddalena Volpato come muse della Tragedia e della Commedia e Teresa Benedettini Landucci nelle vesti di Musa; Canova scolpisce una sublime Corinna. E tra gli esempi delle pittura rinascimentale spicca la Danae che, nivea nella sua verginità, viene dipinta dal Correggio mentre riceve la dorata pioggia fecondante di Zeus. Nell’Ottocento si diffonde il mito del luminoso paesaggio mediterraneo in cui fra il verde degli ulivi e delle querce emergono templi, rovine; e si dipingono pure scene di popolane in costume da Leopold Robert, Jean Léon Gérôme. I tradizionali valori della pittura vengono sconvolti nel Novecento con la nascita di movimenti che sostituiscono la descrizione con l’interpretazione attraverso nuove forme espressive. Ciò non toglie, ad esempio, che dietro le sculture del «Grande nudo» di Matisse, del «Reclining Figure» di Moore o del «Nudo coricato» di Picasso, dell’«Eco geologica» di Dalì si scorga l’eco michelangelesca. Gilbert & George citano affreschi pompeiani e Raushenberg il Bronzino; Christo progetta di impacchettare un monumento in piazza Duomo a Milano; Marina Abramovic è ripresa a Stromboli in un omaggio a Rossellini; Kiefer in «Odi navali» rievoca le suggestioni di una visita alla Piscina mirabilis di Bacoli (Napoli); Axel Hutte trasforma la Punta della Dogana in uno scenario metafisico. Il fascino dell’Italia continua a sedurre gli artisti.

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