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Intervista

Il piacere di un tuffo nel progetto

In un film è possibile far interagire l'opera con chi la abita, ne fruisce e la modifica

Il piacere di un tuffo nel progetto
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«Du gust is megl che uan» diceva un noto spot degli Anni '90. Nel campo dell’architettura, le coppie famose sono state tante. Da Charles e Ray Eames a Le Corbusier e Charlotte Perriand, a Franco Purini e Laura Thermes. Nel campo dei documentari d’architettura, Roberto Ronchi e Mara Corradi devono essere i primi. Marito e moglie nella vita, ma anche affiatato duo di autori di film sulla Musa di Vitruvio. Opere concepite con grazia e girate con arte. Mara è parmigiana, anche se da tempo vive a Milano, ed è giornalista di architettura e di design. Si è occupata di archivistica, conservazione e valorizzazione, curando il Fondo Disegni dell’Archivio Kartell e il patrimonio documentario di Michele De Lucchi, per il quale ha seguito per anni pubblicazioni e mostre personali. Oggi si occupa di commento e critica sul portale di architettura Floornature.com, e collabora alla realizzazione di eventi e mostre. Il bresciano Roberto è cameraman televisivo e regista. Ha cominciato la sua carriera come video-maker nel 1999 e, fin da subito, ha collaborato con le maggiori emittenti italiane ed europee nella produzione di cronaca, documentari e intrattenimento.

«I video di architettura ci danno la possibilità – racconta Roberto – di lavorare insieme, mettendo l’uno a disposizione dell’altro le nostre esperienze e le idee sviluppate negli anni. Mara porta le sue conoscenze nel campo della critica e io la mia visione della fotografia, maturata nel settore dell’intrattenimento e della documentaristica. Inoltre, produrre video ci pare un’interpretazione più ricca, rispetto al disegno, alla parola, alla fotografia e agli altri strumenti consueti».

Che importanza ha raccontare il progetto attraverso la forma del documentario?

Mara: «Bruno Zevi, grande critico, sosteneva che quando l’architettura, anziché sui libri, sarebbe stata insegnata al cinema, anche un pubblico non specializzato avrebbe potuto comprenderla e goderne al massimo. Il video è un mezzo completo ed estremamente immersivo. In un film possono essere messi in relazione tutti gli strumenti di rappresentazione dello spazio ed è possibile far interagire l’opera con chi la abita, ne fruisce e la modifica, evidenziando il cambiamento che avviene, rispetto all’idea concepita dal progettista».

Qual è stata l’idea guida nel vostro primo lavoro (visibile su vimeo), dedicato all’architetto bengalese Rafiq Azam e girato tra Bangladesh e Italia?

Roberto: «Tutto è nato come videointervista da proporre al portale di architettura Floornature. Mara conosceva già il lavoro di Rafiq, ma ha fatto uno studio approfondito per toccare tutti i punti più salienti della sua poetica. Quando poi lui ci ha invitato in Bangladesh siamo andati alla ricerca di quei temi e tratti che Rafiq aveva sottolineato a parole. Fare riprese a Dacca ci ha permesso di mostrare il paesaggio, la società, la condizione urbana, il clima, la storia e tutti quegli aspetti che influenzano l’architettura di Azam».

Di recente avete realizzato il book trailer del saggio «Architecture on the web» (visibile su youtube) del parmigiano Paolo Schianchi. Perché è più incisivo di una recensione scritta?

M.: «Perché la nostra comprensione del mondo oggi è veicolata attraverso l’immagine e non più mediante la parola. Sto estremizzando naturalmente, ma è così. Questo saggio, tra l’altro, lo spiega chiaramente».

La videointervista a Massimo Iosa Ghini (visibile su youtube), in occasione della sua personale al Mambo, ha un ritmo bolidista, come gli oggetti del designer bolognese, grazie a inquadrature, montaggio, musica. Quanto conta il commento sonoro in un racconto filmato?

R.: «Il montaggio serrato, le immagini vivaci degli oggetti, alternate ai disegni al pantone e il suo segno aggressivo, ci hanno fatto pensare al jazz. La nota jazz che spezza i brani dell’intervista scuote il pubblico, riportandolo a un dinamismo che è peculiarità del lavoro di Iosa Ghini. E tutto si è combinato con coerenza».

Ora avete un progetto: narrare la Chiesa di Santa Maria Assunta a Riola, l’unico progetto italiano di Alvar Aalto.

M.:«Ci siamo chiesti che cosa ci fa una chiesa progettata da un architetto noto in tutto il mondo, per giunta protestante, tra le montagne dell’Appennino bolognese. Ne è emerso un avvincente racconto di storia italiana, nei suoi aspetti religiosi, culturali e popolari. Abbiamo già realizzato molte interviste, ma è un progetto che ci appassiona troppo per portarlo avanti senza finanziamenti… Sta per essere ultimato il promo che ha proprio questo scopo. Restate in ascolto!».

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