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Le trincee e il buio della mente

"Follie di guerra. Medici e soldati in un manicomio lontano dal fronte (1915 - 1918)", saggio di Ilaria La Fata

Le trincee e il buio della mente
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Il popolo li chiamava «scemi di guerra». E «senza pensione», per giunta. Erano i soldati che tornavano dal fronte con disturbi psichici: effetto collaterale (brutale eufemismo) della Grande guerra, una carneficina di massa, che, oltre a mietere milioni di vittime, segnò inesorabilmente la vita di tanti uomini, schiacciati senza pietà dall’insostenibile peso psicologico del fronte, soffocati dall’apnea della trincea, avvolti, talora definitivamente, dalle tenebre sconvolgenti di un conflitto folle. Il caso dell’ospedale psichiatrico di Colorno è ora analizzato nel pregevole saggio «Follie di guerra. Medici e soldati in un manicomio lontano dal fronte (1915-1918)», firmato dalla giovane studiosa Ilaria La Fata e pubblicato da Edizioni Unicopli. L’attento viaggio dell’autrice dentro l’inferno della guerra e i labirinti della psiche di tanti giovani soldati si compone di quattro tappe: una contestualizzazione del funzionamento della struttura di Colorno, della vita dei pazienti, ma anche dei medici, degli infermieri e del personale ausiliario; un’analisi dell’approccio psichiatrico, nell’ambito di una dialettica talora tesa tra medici militari e medici civili; una ricognizione sui ricoverati, tra statistiche significative e dolorose storie personali; infine, le conseguenze del manicomio e della guerra, insieme al ruolo delle donne e delle famiglie. Dopo quarant’anni privi di eventi straordinari, la Grande guerra sconvolse l’organizzazione del piccolo ospedale psichiatrico di Colorno, struttura non edificata per questo scopo, bensì frutto di un riutilizzo di parte del palazzo ducale farnesiano e del convento dei Domenicani. Una realtà, dunque, non conforme alle disposizioni che vigevano in materia al tempo. Ma al di là delle strutture, sono le persone a fare la differenza: questo periodo si sovrappone in parte alla lunghissima direzione di Ferdinando Ugolotti, cominciata nel 1909 e terminata nel 1926. L’autrice rende, con ricchezza di documenti, la personalità di questo medico, che scriveva spesso all’Amministrazione provinciale, lamentando le carenze della struttura; non esitava a rispondere seccamente alle autorità militari; e spesso sembrava vicino alle sofferenze degli ospiti della struttura, nonostante la cultura del tempo tendesse a togliere dignità di individui alle persone ricoverate.

C’erano poi a Colorno due medici di sezione, Benvenuto Bonatti e Dino Stanghellini (a un certo punto dovrà partire per il fronte), un capo e un sottocapo infermiere, sorveglianti della sezione maschile, e quattro suore ispettrici per quella femminile, oltre a 51 infermieri. Per un soldato finire in un ospedale psichiatrico non significava fine certa delle sofferenze. Anzi. «Rifiutandosi di stabilire una correlazione patogena tra guerra e follia, - spiega La Fata, già nell’introduzione - i medici militari adottarono come spiegazione principale una delle più diffuse teorie positivistiche-lombrosiane, la teoria dell’ereditarietà, affermando l’origine genetica di queste patologie, scatenate poi dalla vita in trincea, a diretto contatto con la violenza della guerra». La conseguenza? «Condotti nei manicomi, i soldati incontravano degli psichiatri che non sapevano come affrontarli e applicavano terapie improvvisate, nel tentativo di ricondurli al fronte nel minor tempo possibile». Come nota Antonio Parisella nella prefazione, «alto e decisamente significativo (93 su 285, pari a circa un terzo) appare dalla ricerca il numero dei soldati ricoverati considerati privi di qualsiasi forma di alienazione mentale: in ciò avrà giocato un ruolo un vero e proprio assillo – risultante dalle carte dell’archivio dello Stato maggiore dell’Esercito – da parte del corpo medico-sanitario di individuare i simulatori che cercavano di sfuggire ai loro doveri militari». Ma chi erano questi soldati diventati all’improvviso malati di mente? Erano poveri, appartenenti per lo più alle classi subalterne: contadini, disoccupati, operai (sono registrati – eccezioni che non smentiscono la regola - anche un «possidente» e un avvocato). Nonostante le continue dimissioni, la media dei ricoverati fu decisamente condizionata dal conflitto, passando da 446 persone nel 1914 a 605 nel 1918. Se nel 1915 i soldati furono 16 su 140 nuovi ricoverati, il numero crebbe negli anni successivi: nel 1916 i soldati erano già oltre la metà degli uomini ammessi in manicomio (87 su 162). A Colorno non finirono solo i parmensi, ma anche militari appartenenti ai reggimenti di guarnigione a Parma, in particolare al 61° e 62° Fanteria, a distaccamenti del 1° e del 2° Granatieri o dell’8° Lancieri di Montebello. Erano originari di diverse regioni italiane.

«A Colorno – osserva inoltre l’autrice - su 300 militari non fu ricoverato nemmeno un ufficiale; solo un sottoufficiale, peraltro residente in provincia di Parma». Gli ufficiali erano curati vicino al fronte: o si riprendevano rapidamente o erano rispediti a casa. Le storie sono piccoli scrigni che contengono autentiche tragedie personali. E la guerra poteva destabilizzare le menti anche come semplice spauracchio. Michele D. era un avvocato di 42 anni di Fornovo: in quel maledetto 1918 entrò nel manicomio di Colorno con la diagnosi di psicosi maniaco-depressiva; vi restò 9 mesi: da febbraio a novembre. Il suo incubo? La paura di dover andare in guerra. Ad altri, che non appartenevano alle classi privilegiate, andò decisamente peggio. Il soragnese Quirino C., arruolato in artiglieria, dopo un anno dall’inizio del conflitto cominciò a stare male: le sue convulsioni si fecero più gravi, così, dopo varie inutili cure negli ospedali militari e dopo la disfatta di Caporetto, fu ricoverato a Colorno nel luglio 1918. Fu dimesso dopo un mese e ricoverato nuovamente nel 1923: sarebbe morto in manicomio il 31 maggio 1924, soffocato da un cuscino e da un materasso. Ma soprattutto da una disperazione plasmata nel fango di quel conflitto. Anche il suo compaesano Francesco M., bracciante, finì a Colorno, ma nel 1920, poiché era in preda a uno «stato allucinatorio da alcool». Era tornato dalla guerra, con cicatrici dolorose nell’animo: ad accoglierlo, inoltre, la sorte ingrata della disoccupazione. E una Patria servita con dignità ma irriconoscente.

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