intervista

Stragi e misteri del Belpaese

Rita Di Giovacchinoautrice di un libro che rivela particolari scottanti sull'Italia dei depistaggi. Da Capaci a via D'Amelio: «Tutto quello che Stato e mafia non possono e non vogliono confessare»

Stragi e misteri del Belpaese
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Da oltre trent’anni Rita Di Giovacchino, giornalista d’inchiesta e scrittrice - collabora col «Fatto Quotidiano», «La Repubblica», «Il Messaggero» ed è autrice di opere quali «Il libro nero della Prima Repubblica» (2003), «Delitti privati» (2007) – analizza le trame politico-mafiose da piazza Fontana al delitto Moro alle bombe di mafia degli anni Novanta. Ora il suo saggio «Stragi. Quello che Stato e mafia non possono confessare» (Castelevecchi), fornisce l’inchiesta più aggiornata sugli eventi che segnano il passaggio tra Prima e Seconda Repubblica e quelli che giungono all’oggi. Senza fare sconti a nessuno, l’autrice esamina le strategie criminali, i depistaggi processuali, le trattative intercorse tra boss e uomini di Stato. Il saggio è introdotto da Luca Tescaroli, il pm che rappresentò l'accusa nel processo per la strage di Capaci (ottenendo 24 condanne) e oggi indaga su «Mafia Capitale».

Dottoressa Di Giovacchino, fu la strage di Capaci - avvenuta il 23 maggio 1992 mentre Andreotti chiedeva i voti ai socialisti per diventare presidente della Repubblica - a cambiare la storia d’Italia?
A segnare il destino di Andreotti fu tre mesi prima l'omicidio di Salvo Lima, il suo alleato siciliano. Il segnale era stato preciso, ma Andreotti continuò a tessere la sua tela per salire al Quirinale. Storia vecchia di cui sappiamo soltanto che Totò Riina voleva eliminare “nemici e traditori”. In realtà il progetto iniziale muta in corso d'opera. Riina, che aveva spedito a Roma un team guidato da Matteo Messina Denaro per compiere alcuni omicidi, a marzo lo richiama in Sicilia e gli annuncia che “Falcone doveva essere ucciso a Palermo e doveva essere ucciso a maggio”. Lo fa quando ormai era chiaro che Cossiga si sarebbe dimesso anticipatamente e che l'Italia si avviava verso un “ingorgo istituzionale” con elezioni politiche sommate alla nomina del nuovo capo di Stato. Un'ottima occasione per infliggere alla traballante Prima Repubblica il colpo definitivo con un attentato megagalattico le cui modalità fanno intravedere la presenza di un interesse superiore che si è sovrapposto all’ira mafiosa.

Negli uffici e nelle abitazioni di Falcone, a Roma e Palermo, vi furono incursioni di misteriosi visitatori …
Furono aperti i computer, messi a soqquadro i cassetti, soprattutto fu portato via il Compac da cui Falcone non si separava mai, lì annotava riflessioni, linee di indagine, malumori. Un mese dopo il Compac ricomparve nello stesso ufficio grossolanamente manomesso. Genchi, il poliziotto informatico, ricostruì parte della memoria e si scoprì l'interesse di Falcone per la struttura clandestina Gladio ma anche i suoi sospetti sull'intervento della stessa negli omicidi politici di Palermo. Tutti, da Mattarella a Lima. Alcuni apparati sono entrati in allarme, il contenuto del Compac fa parte del complesso movente della strage di Capaci.

Perché via D'Amelio fu una strage “decisa in fretta”?
Penso che Via D'Amelio sia stata accelerata da un evento scatenante che i magistrati di Palermo attribuiscono all'inizio della trattativa Stato mafia cui Borsellino si sarebbe opposto. Però di questo non c'è prova, se davvero fosse così Riina avrebbe fatto un altro macroscopico errore. La seconda strage ha portato all'approvazione in tempi record del decreto Falcone che andava in direzione opposta alle richieste del suo Papello. Nell'afa estiva furono approvati provvedimenti come il 41 bis, il sequestro dei beni, le norme sui pentiti, che forse si sarebbero persi lungo l'iter parlamentare. In realtà Capaci aveva liquidato Andreotti ma la Dc era sopravvissuta, Falcone era morto ma c'era il rischio che Borsellino assumesse il suo ruolo a capo della Superprocura. Il lavoro andava ultimato.

Restano dubbi su alcuni suicidi eccellenti, per esempio, Raul Gardini…
Il suicidio del magnate della chimica italiana è un capitolo importante di Tangentopoli, per via della maxitangente Enimont, ma anche dell'inchiesta mafia e appalti del Ros di Mori che si allacciava alle indagini milanesi. Gardini nell'88 era stato in Sicilia, alcuni suoi manager si erano seduti al “tavolino di Cosa nostra”. Era un condottiero spregiudicato, stritolato da poteri più forti di lui. L'arma del delitto fu trovata lontano dal corpo, l'esito dello stub diede esito negativo. Non era stato lui a sparare. A me ha colpito il fatto che nel giro di una settimana, la stessa in cui esplosero le ultime bombe a Roma e Milano, si suicidò il presidente dell'Eni, Gabriele Cagliari, in carcere a San Vittore, poi Gardini e infine Nino Gioè, il boss di Altofonte che secondo il cugino, Franco Di Carlo, era in contatto con agenti segreti italiani e stranieri. L'unico legame tra personaggi tanto diversi sta nel fatto che tutti e tre hanno sentito l'impulso di suicidarsi subito dopo essersi fatti una doccia. O subito prima, magari per cancellare tracce di cloroformio.

A un certo punto il lettore viene catapultato fra tracce di T4 lasciate da “operatori distratti”, artificieri addestrati in zone di guerra, misteriosi telefonisti della Falange armata ...
E' la stessa struttura parallela che ha firmato tutte le stragi d’Italia. Di recente le rivelazioni dell'ex ambasciatore Paolo Fulci sulla Falange armata hanno suscitato attenzione, eppure le minacce subite dall'ex capo del Cesis negli anni delle stragi, prima che a Palermo erano state raccontate a Roma, a Firenze ma erano state accolte da un tombale silenzio. Il processo sulla Trattativa ha il merito di aver riacceso l’interesse su fatti lontani che hanno segnato la nostra storia.

Stragi. Quello che Stato e mafia non possono confessare
   di Rita di Giovacchino Castelevecchi, pag. 368, € 22,00

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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