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Afghanistan, trappola per tutti

Il libro di Darlymple e il ritorno di un «re fantoccio»: iniziò nel 1842 l'infinita partita a scacchi dell'Occidente con Kabul

Afghanistan, trappola per tutti
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Nel 1842, un’armata di ventimila uomini inviata dallo Stato coloniale allora più potente del mondo viene sterminata da un gruppo di agguerriti ribelli nascosti fra le montagne e pochissimo coordinati tra di loro. E’ il tragico epilogo della spedizione voluta dalla Compagnia britannica delle Indie Orientali per mettere le mani sull'Afghanistan, in una delle prime mosse di quello che passerà alla storia come il «Grande Gioco»: il conflitto diplomatico e militare fra Londra e San Pietroburgo per il controllo di Medio Oriente e Asia centrale. La manciata di anni fra l’inizio dell’invasione, nel 1839, e la disastrosa ritirata è raccontata con dovizia di particolari e notevole talento narrativo nell’ultima opera dello storico scozzese William Darlymple, «Il ritorno di un re». Così, infatti, venne giustificata la spedizione: con la volontà di rimettere sul trono Shah Shuja, sovrano del clan dei Sadozai detronizzato da Dost Mohammad, appartenente al clan rivale dei Barakzai. Ben presto fu chiaro a tutti che Shuja altro non era che un fantoccio - anzi un «muli», un ravanello, dicono le fonti locali - e che erano gli inglesi i veri padroni della politica afghana.

Eppure, incapaci di destreggiarsi in un paese tormentato dalle rivalità tribali, mal guidati da comandanti inetti e miopi e sempre più osteggiati dalla popolazione musulmana, i conquistatori commisero un errore strategico dopo l'altro, con il risultato di fare la fine del topo fra le gole rocciose dell’Hindu Kush. La resistenza delle tribù locali, la fame e il freddo (quasi la metà del territorio afghano si trova a un’altitudine superiore ai 2 mila metri) inflissero ai soldati di Sua Maestà una delle batoste più solenni della loro storia.

Per descrivere la parabola inglese in Afghanistan, Darlymple - formatosi a Cambridge e oggi residente in India - ha consultato per tre anni un’enorme quantità di fonti e viaggiato da Londra a Dehli, da Lahore a Kabul. Soprattutto, ha tradotto e usato per la prima volta i poemi epico-eroici dedicati alla resistenza anticolonialista, una sorta, spiega lui, di «versione afghana della Chanson de Roland». Sono testi preziosi, che ci raccontano il conflitto con gli occhi dell’altra fazione coinvolta, danno un nome e un volto ai capi dei rivoltosi e ci fanno capire perchè Dost Mohammad sia tuttora celebrato come un eroe dell’Afghanistan moderno, mentre a Shah Shuja sia toccato il disprezzo che si riserva ai collaborazionisti.

L’autore ha trasformato questo lavoro scrupoloso sui documenti in una narrazione avvincente come un romanzo, pur senza alcuna concessione ad abbellimenti fantasiosi, corredata da oltre cento pagine di immagini, indici, glossari e bibliografia. Sebbene gli antichi credessero che la storia sia maestra di vita, Dalrymple dimostra che non sempre è così, visto che sia i sovietici nel 1979, sia gli americani nel 2001 ripeteranno, invadendo l’Afghanistan, gli stessi errori strategici dell’armata inglese. Si affideranno infatti a un intelligence propensa ad ingigantire le minacce provenienti dalla regione, entrandoci senza sapere come uscirne e finendo per rimanere invischiati in un conflitto molto più ampio di quanto preventivato.

Eppure, se la recente notizia della morte del leader dei talebani, il Mullah Omar, dovesse aprire scenari per ora imprevedibili per le truppe statunitensi tuttora in Afghanistan, forse non è troppo tardi per fare tesoro di quella prima, disastrosa esperienza britannica. Ricordando l'ammonimento di Mirza Ata, fra i più brillanti storici dell’epoca: «Non è cosa facile invadere o governare il regno del Khorasan».

Il ritorno di un re

di William Darlymple

Adelphi, pag. 664, euro 34,00

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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