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Scuola, l'eterna bocciata

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«Se appena puoi cavartela col solo stipendio, segui il mio paterno consiglio: fai poche ore di lezione e in quelle che ti rimangono libere, studia, leggi, scrivi, passeggia, vivi la vita di tutti gli altri uomini e fuggi lontano dalla scuola quanto più è possibile». No, non è la ribellione, peraltro assai civile, di un docente che non crede più nella scuola italiana, strangolata da decenni di demagogia; è invece – sorpresa – lo sfogo di Dino Provenzal, autore nel 1920 del «Manuale del perfetto professore». Di che cosa c’era da dolersi? Delle 136 lire di stipendio (una bicicletta ne costava 500) e di una vita scolastica povera di soddisfazioni. E poi ecco una serie di profezie mai realizzate. «Io – spiega Provenzal - sono sicurissimo che il componimento scolastico non tarderà a scomparire». Eppure eccolo lì, il vecchio componimento, che si ricicla come un serpente versipelle, dal tema al saggio breve. O ancora: «Oggi i professori raccomandano ai giovani la lettura dei buoni romanzi, non proibiscono affatto l’uso dei giornali, impiantano biblioteche scolastiche: e i giovani non leggono più nulla». Repetita iuvant, certo, ma dopo un secolo poco è mutato. Dalla storia alla letteratura, dall’autorevole figura di professore liceale incarnata da Pascoli (o da Carducci), fino al popolare modello deamicisiano del maestro Perboni, l’immaginario del Belpaese si è spesso nutrito di figure di docenti eccezionali. E non c’è dubbio – come testimonia il film «Mio figlio professore» (1946) - che un tempo l’insegnamento poteva godere di un certo prestigio sociale agli occhi del popolo. Ma già nel 1914 Giovanni Papini definiva gli insegnanti «poveri aguzzini acidi, annoiati, anchilosati, vuotati, seccati, angariati, scoraggiati». Insomma, mentre la «Buona Scuola» targata Renzi ha preso forma tra mille polemiche, è bene considerare l’eterna difficoltà degli italiani a ritenere l’istruzione una priorità, nonostante l’Italia possa vantare – dalle sorelle Agazzi a Maria Montessori, da don Bosco a don Milani – pedagogisti e personaggi simbolo della scuola ammirati in tutto il mondo. Basterebbe leggere De Amicis per rendersi conto delle difficoltà che dovevano affrontare gli insegnanti nell’Ottocento. «Le classi – nota Roberto Carnero sull’Enciclopedia Treccani - erano molto numerose: 54 sono gli allievi del maestro Perboni in Cuore (1888). Gli ambienti sono malsani. Spesso maestri e maestre hanno genitori a carico, il che li spinge a integrare il misero stipendio con straordinari (insegnando, per esempio, nelle scuole serali agli adulti, come fa lo stesso Perboni) e lezioni private: la “maestrina con la penna rossa” in Cuore “mantiene col proprio lavoro la madre e suo fratello”; la maestra Galli nel Romanzo d’un maestro (1890) dello stesso De Amicis respinge la domanda di matrimonio perché deve occuparsi di suo padre. Altro punctum dolens è quello degli stipendi, spesso più bassi di quelli degli inservienti». Certo gli stipendi sono sempre stati la piaga più dolorosa. In «Socrate moderno», raccolta di novelle scolastiche di Massimo Bontempelli, si legge: «A soli quarantacinque anni sono qui, reggente al Ginnasio superiore e con l’incarico della direzione, che fanno, nette, cento e novantadue lire al mese (...). Certo, se mio padre, che era meccanico in una fabbrica di velocipedi, non avesse avuto quest’ambizione di farmi studiare e m’avesse fatto seguitare il mestiere, a quest’ora guadagnerei molto di più e potrei anche aver moglie e figli. Ma […] volete mettere la utilità di un meccanico con la nostra?». Correva il 1908. Il tema degli stipendi bassi emerge anche nella letteratura più recente sulla scuola; ad esempio, nel disincantato e sarcastico «Perle ai porci» di Gianmarco Perboni (evocativo pseudonimo), il quale (nel 2009) notava anche che «è ormai in atto un poderoso picconamento da destra e da sinistra della scuola statale». D’altra parte, dai gustosi libri della giovane «profe con gli anfibi» Antonella Landi fino alla narrativa di D’Avenia e di tanti altri bravi autori, emergono accenti assai diversi, fatti di entusiasmo e di passione. Quanto ai luoghi comuni da sfatare, non è certo il Sessantotto la causa di ogni male: le migliaia di precari in via di stabilizzazione non troverebbero conforto da parte di Evaristo Breccia, che, negli anni Cinquanta, scrisse un volumetto più volte ristampato: «Gli insegnanti bocciati». Breccia, dopo aver analizzato gli elaborati dei concorsi, puntava l’indice contro l’ignoranza dei docenti che non erano mai riusciti a superare una selezione, mentre insegnavano indisturbati da anni. Nel 1995 Domenico Starnone, facendo riferimento proprio ad alcune delle fonti citate sopra, notò con amarezza sul «Corriere della Sera» che nella scuola nulla era cambiato in tanti anni: «Cent’anni e sembra ieri». Ecco, qualcosa di simile (ormai, visto l’inesorabile scorrere del tempo, «120 anni e sembra ieri») potrebbe essere il titolo anche di questo pezzo. Ma forse la chiave politica di tutto va cercata non nel secolo scorso, bensì in un motto coniato a fine Ottocento dal neonato Stato unitario: «Istruire il popolo quanto basta; educarlo più che si può». Meglio, insomma, cittadini disciplinati ma ignoranti: per fortuna (dei politici) qualche decennio dopo sarebbe arrivata a rinforzare tale piano anche la televisione del gossip e dei grandifratelli. E non sarebbe certo bastato il buon maestro Manzi del meritorio «Non è mai troppo tardi» a invertire la tendenza.

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