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Il poliziesco non si addice a Coelho

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di Camillo Bacchini

Con l’ultimo romanzo, «Il vincitore è solo» edito qualche mese fa da Bompiani (445 pagine, 19 euro), Paulo Coelho ha lasciato perplessi molti suoi fan. L'autore di bestseller come «L'alchimista» ha  pagato  la scelta   di ammiccare al genere poliziesco, inserendo una storia d’amore e morte in un affresco della high society occidentale condotto (va pur detto) con mestiere, ma non sempre con convincente  capacità d’analisi e vigore rappresentativo.  
Una sterzata dolce, a dire il vero, visto che l’autore brasiliano, che annovera milioni e milioni di lettori sparsi nel mondo intero, torna alle tematiche socioerotiche che richiamano precedenti successi. Come in «Lo Zahir», ad esempio, un uomo è alla ricerca della donna amata, ma «Il vincitore è solo» è la storia di una vendetta, quella di Igor, un miliardario russo «che si è fatto da sé»; sì, come quello della popolare serie televisiva degli anni Ottanta «Cuore e Batticuore», soltanto che l’eroe di questo romanzo viene lasciato dalla moglie Ewa, dopo che lui l’aveva lanciata nel mondo della moda. Se in una prima fase avevano sofferto insieme, lottato insieme per costruire qualcosa di buono, lui s'era poi abbandonato ad una smania d’onnipotenza e ad un super attivismo, almeno da quando il lavoro aveva cominciato a girare per il verso giusto, trascurando lei e il loro progetto d’amore. Non è chiaro perché, una volta lasciato per un altro - uno stilista celebre - , Igor cominci ad uccidere, dando sfogo a quel suo ben celato passato di violenza che aveva caratterizzato le sue pregresse esperienze militari nella guerra afghana: una violenza fredda, fulminea, glaciale, velata di professionismo e che non lascia traccia alcuna. Non è ben chiaro nonostante a più riprese Igor cerchi di spiegarselo. Igor sceglie le sue vittime apparentemente a caso, in realtà, a posteriori, si può comporre un’escalation perversa, un climax che nasconde un disegno particolare. Uccide dedicando le vittime alla moglie (con un sms) forse per farla sentire in colpa, forse per farle dire «smettila, torno da te»; uccide in uno scenario suggestivo, quello di Cannes colta nel momento dell’esplosione del festival cinematografico. Ed è questa, al di là d’un intreccio condotto con una certa sapienza narrativa, la forza di un romanzo per più aspetti deludente: la rappresentazione spietata di una società che lotta con i propri sogni, che sfida la fortuna giocandosi tutto sul tappeto verde della fama, sempre fragile, sempre insidiata dal tempo. Con un andamento ripetitivo,  l'autore svela la storia di ogni vittima, prima che intercetti l’angelo della morte - un angelo che veste elegante, ha una conversazione ricca di fascino e modi gentili. Il lettore arriva a conoscere i personaggi morituri personalmente, fin nelle pieghe più intime della loro esistenza. Si ha come l’impressione di trovarsi dietro le quinte dello spettacolo della vita,  dietro il sipario del grande varietà del mondo, dove un sogno accantonato è un pezzo di corda sbattuto in un angolo, una persona lasciata e dimenticata è uno specchio impolverato nel magazzino dei ricordi. Igor distrugge dei mondi (leggi: delle vite umane) e Coelho, prima di dargli il via, butta il lettore all’interno di questi mondi, così che la loro implosione risulti più ad effetto. 
Il bello è che il lettore scopre che quei mondi, se calati dalla sfera dell’alta società ad una dimensione più normale, più a portata, sono strutturati come quelli di tutti, con le stesse frustrazioni, gli stessi desideri, le stesse debolezze, le stesse ipocrisie. Inseguiamo le apparenze, e viviamo tallonati dall’oblio e dalla morte, mentre la felicità ci passa accanto senza che noi riusciamo a sfiorarla, sembra dirci l’autore a più riprese, mentre traccia un vero e proprio ritratto fotografico della nostra epoca, tra inganni, megalomanie, spietatezze, miserie, smanie. Rimane al lettore (a lettura ultimata) il giudizio sul personaggio: parteggiare per lui, ovvero per la «Malvagità Assoluta» come la chiama il narratore? Coelho gioca un po' troppo al gatto col topo, portando in qualche modo chi legge a stabilire con il protagonista una sorta di «corrispondenza d’odiosi sensi», per parafrasare malamente il Foscolo. Ma come accettare l’idea che l’amore di un singolo sia al di sopra del bene e del male, se non mettendo in campo una buona dose d’egoismo e di egotismo? Forse il vero vincitore non è chi vince la gara, ma chi abbandona l’agone per condurre un’esistenza autentica, basata sulla forza d’un sentimento. 
Il vincitore è solo
Bompiani, pag. 445, 19,00

 
 

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