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Boudard, lo "statuario di Corte"

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di Anna Ceruti Burgio
Parma nella seconda metà del Settecento, con l'arrivo nel Ducato di Don Filippo    di Borbone e di sua moglie Luisa Elisabetta di Francia, conobbe un momento di sviluppo culturale, in cui interagivano il pensiero, l’arte, la musica, la letteratura, l’urbanistica. Molto fu dovuto agli ingegni importati dalla Francia dai nuovi duchi e dal ministro, sempre francese, Guillaume Du Tillot: tra di essi ricordiamo, a trecento anni dalla nascita, lo scultore Jean-Baptiste Boudard, «statuario di corte», che assieme all’architetto Petitot contribuì a dare un volto elegante ai monumenti e al giardino ducale. A lui si devono infatti la serie di statue presenti nel giardino ducale, nonché altre opere e interventi in città, a Colorno, Fidenza, ma fu attivo anche in Francia e in Italia, soprattutto Roma.
Jean-Baptiste nacque a Parigi nel 1710, da una famiglia già dedita all’arte, poiché il padre era direttore dei punzoni di zecca nella corte del re Luigi XIV; ben presto anche lui manifestò straordinarie attitudini artistiche, tanto che nel 1732 vinse il cosiddetto «Prix de Rome» per la scultura, che gli consentiva un alunnato nella Città Eterna. Partì in anticipo a sue spese, ma alla fine ebbe la possibilità di ottenere un pensionato presso l’Accademia Mancini; nel 1736 prese il brevetto di scultore, ma rimase a Roma dedicandosi allo studio delle opere antiche dei Musei Capitolini e Vaticani (allora in costituzione); fecondi furono gli scambi di idee con altri scultori francesi, come Costou, Pigalle, Lemoine, Bouchardon e altri.
Restò a Roma fino al 1740, e lì ebbe modo di farsi apprezzare e di meritare la protezione dell’ambasciatore di Francia presso il Papa, il duca di Saint-Aignan; così realizzò la statua di San Gregorio Magno per la balaustra della basilica di San Giovanni in Laterano, la statua del profeta Osea per la chiesa del Santissimo Nome di Maria, nonché alcuni bassorilievi ora perduti. Nel 1741 si recò a Napoli dal marchese de L’Hopital, nel 1744 forse era a Venezia, dove pare abbia frequentato la scuola della famosa pittrice Rosalba Carriera: in quell'anno firmò e datò un busto di religioso, identificato col francescano Carlo Lodoli; nel 1746 lo troviamo in Francia, dove realizzò, sotto la direzione dell’architetto Soufflot suo compagno di studi, alcuni ornamenti per la chiesa di San Bruno a Lione e due statue per il convento delle dame di San Pietro.
Il Boudard si mise in luce con questa sua attività, per cui il banchiere Bonnet lo segnalò a Guillaume Du Tillot, che allora era intendente generale di don Filippo di Borbone, destinato a diventare il duca di Parma; lo scultore entrò a far parte, nel 1748, della corte di don Filippo, situata a Chambéry, da cui si trasferì a Parma nel 1749.
Questo fu uno dei periodi più fecondi per Parma, rilanciata dal governo illuminato del ministro Du Tillot e di restauro e costruzione dell’immagine della città. Per volere del Du Tillot fu anche istituita l’Accademia di Belle Arti, di cui furono designati insegnanti il Boudard e il Petitot; assieme a loro il poeta Frugoni, i pittori Giuseppe Baldrighi, Giuseppe Peroni, Antonio Bresciani. Di questo periodo furono protagonisti anche autori come C. Castone della Torre Rezzonico, Angelo Mazza, eruditi come Prospero Manara e Paolo M. Paciaudi, il pittore Pietro M. Ferrari.
 Anche ad uso dei suoi allievi, il Boudard pubblicò nel 1759 l’«iconografia» (seconda edizione nel 1766); 630 soggetti incisi su rame e corredati da scritte bilingui, con dedica a Filippo di Borbone. Pur ispirandosi al Ripa, l’opera iconografica del Boudard denuncia un progressivo allontanarsi dalla dimensione puramente allegorica per sentire l’influsso del pensiero illuministico.
Dal suo studio nella Rocchetta, lo scultore poteva vedere il Giardino ducale, che faceva parte del programma di ristrutturazione dei Borbone; agli inizi degli anni '50, l’architetto Pierre Contant d’Ivry inviò un progetto di ammodernamento, di cui venne commissionata l’esecuzione al Petitot e al Boudard venne affidato l’arredo scultoreo, consistente in 11 statue e 5 vasi, che tuttora possiamo ammirare.
 Qui si fondono esperienze artistiche, maturate a Firenze tra i manieristi del Cinquecento e la cultura arcadica che allora imperava a Parma e di cui il parco era il centro. Nel 1753 furono completate le statue di Bacco, Arianna, Zefiro e Flora; nel 1754 l’Apollo e la Venere; più avanti la Naiade rapita, un Satiro e Pale e Trittolemo, Vertumno e Pomona; il gruppo del Sileno era pronto nel 1765, ma fu inaugurato solo nel 1769, per il matrimonio di Ferdinando di Borbone con Maria Amalia d’Austria.
Le prime statue sono sviluppate con movimento sinuoso e poste su alti basamenti perché si slancino in altezza; in un secondo momento si sente maggiormente l’influsso dei temi campestri arcadici e della teatralizzazione, che si nota soprattutto nel gruppo del Sileno, ispirato da un passo poetico del Frugoni. Le sculture sono in marmo di Carrara, su consiglio del banchiere Bonnet (il Du Tillot era stato in dubbio se realizzarle in piombo), così come i grossi vasi realizzati su disegno del Petitot. L’ispirazione è neoclassica, interpretata con estro e brio, con influssi del manierismo toscano.
 Il Boudard intervenne anche su altri edifici istituzionali della città: in Piazza Grande realizzò la «Vergine incoronata» posta nel Palazzo del Governatore; inoltre due statue per il Tribunale del Supremo Magistrato e i vasi del Casinetto sullo Stradone.Il sodalizio col Petitot continuò anche nella reggia di Colorno, che doveva diventare per i duchi la «Versailles italiana». Particolarmente interessante è la decorazione della grande sala delle feste, in cui le decorazioni a stucco con putti e figure femminili si devono al Boudard, che apportò all’impianto «rocaille» del Petitot gli spunti quasi classicheggianti già sperimentati col Soufflot.
Sono notevoli anche i ritratti di personaggi di corte, come quello di don Filippo di Borbone, di sua figlia Isabella, dell’abate Frugoni, di Leopoldo d’Assia-Darmstadt, il cui busto è posto sul suo sepolcro commissionato allo scultore dalla vedova Enrichetta, e collocato a Fidenza nella chiesa dei Cappuccini. Altre sculture, in particolare studi e copie di pezzi antichi, sono conservate presso il nostro Istituto d’Arte.
Nel 1756 aveva sposato a Parma Marie Louise Jourdant (alla quale è dedicata una lapide posta nella chiesa della SS. Trinità), da cui ebbe un figlio e una figlia, Guglielma Leonice, pittrice miniaturista. Nel 1765 ottenne la cittadinanza parmigiana; nel 1768 venne nominato «Primo statuario di corte», ma potè godere poco di questa promozione, perché morì nell’ottobre dello stesso anno a Sala Baganza, dove si era ritirato per curarsi dall’idropisia. Lì fu sepolto nella chiesa parrocchiale, sul cui transetto in suo ricordo i colleghi dell’Accademia di Belle Arti di Parma apposero una lapide.
 

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