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«Perlasca? Eroe per sete di giustizia»

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diSergio Caroli
 
Per più di quarant'anni la vicenda di Giorgio Perlasca, il commerciante padovano che nel 1944 a Budapest aveva salvato la vita ad oltre cinquemila ebrei spacciandosi per diplomatico spagnolo, era nota a pochissime persone. Solo nel 1988 un gruppo di donne ungheresi si mobilitò per rintracciarlo e far conoscere al mondo il suo ruolo di salvatore di ebrei. Grazie al loro impegno giunsero, a partire dal 1989, i riconoscimenti dell’Ungheria e di Israele, che lo insignì dell’onorificenza di «Giusto tra le Nazioni», della Spagna e degli Stati Uniti. A rompere il silenzio in Italia fu prima la rubrica televisiva «Mixer» nel '90, poi nel 2002 la Rai mandò in onda il film di Alberto Negrin «Perlasca un eroe italiano», con Luca Zingaretti. In concomitanza col centenario della nascita, che cade il 31 gennaio, Dalbert Hallenstein, giornalista investigativo australiano, e Carlotta Zavattiero, giornalista e scrittrice, pubblicano il volume «Giorgio Perlasca - Un italiano scomodo» (Chiarelettere, pagine 220, euro 14,00), un libro meditato e avvincente, in cui l’inchiesta storica si mescola all’attualità, avvalendosi di molte testimonianze (fra cui quella del figlio Franco) e di documenti inediti, e che mette la parola «fine» sulla vicenda. Alla signora Zavattiero chiedo quali le ragioni dell’oblio nel quale è stata così a lungo sepolta questa grande figura di italiano. «La storia di Perlasca risentì profondamente del clima politico del dopoguerra - mi risponde. - Su di lui si concentravano molti cliché di difficile comprensione: un ex fascista, anticlericale, aveva salvato migliaia di ebrei. La guerra fredda fu un periodo in cui personalità così sfaccettate non potevano essere valutate con obiettività. La sinistra non poteva apprezzare un ex-fascista; la destra (l'Msi fu fondato da ex- repubblichini) considerava Perlasca un traditore perché schieratosi coi badogliani dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943».
Perlasca fu un personaggio scomodo, non solo perché aveva militato nelle camicie nere in Etiopia e combattuto in Spagna dalla parte di Franco, ed era rimasto per tutta la vita uomo di destra, ma soprattutto perché mai rinunciò a pensare con la propria testa. E’ così?
Sì, non era ricco né particolarmente colto, non aveva santi in paradiso né una famiglia potente alle spalle. Il coraggio con cui agì a Budapest gli veniva da un innato senso di giustizia. Oggi molte persone hanno bisogno di supporti per sentirsi qualcuno, e i risultati sono quelli che sono. Questo è stato anche per me un motivo di grande fascino: la coerenza dell’uomo. Perlasca iniziò a maturare un pensiero critico nei confronti del regime fascista già quando combatteva in Spagna. Fu sempre contrario alla politica di Hitler; le leggi antiebraiche varate in Italia nel '38 furono per lui inconcepibili: come poteva considerare nemici «in base alla legge» tutti gli ebrei che erano i suoi amici di giovinezza?
Il vostro libro prende spunto da un’intervista che egli rilasciò nella sua casa padovana a Hallenstein tra giugno e luglio 1992, un mese prima della sua morte. Perlasca narra gli anni di Budapest, il precedente periodo a Belgrado e a Zagabria, testimonia dei massacri degli ebrei, racconta poi il suo rientro in Italia. Quali sono i momenti di quell'itinerario che meglio illuminano la sua personalità?
Forse il momento della liberazione di Budapest da parte dell’Armata Rossa spiega bene alcuni tratti distintivi dell’uomo Perlasca. A metà gennaio 1945 aveva lasciato la legazione spagnola perché ormai la sua presenza lì era inutile; ammise di avere sperato anche lui che i russi portassero ordine, invece vide che le stesse violenze commesse dai nazisti continuavano, solo che ora a compierle erano i comunisti liberatori. Chi pagava erano sempre le persone indifese.
La figura di Perlasca giganteggia a Budapest accanto a quella di Raoul Wallenberg, l’inviato del re di Svezia che salvò migliaia di ebrei. Quali furono i loro rapporti?
Si videro in tutto, a detta di Perlasca, non più di sette, otto volte. Ma questi provò sempre grande ammirazione per lo svedese; ne apprezzava molto l’impegno con cui faceva il suo dovere per il bene della Svezia. I due erano simili: il non essere diplomatici di professione garantiva loro una maggiore libertà di movimento. Inoltre la loro storia venne alterata allo stesso modo: i 120.000 ebrei salvati da Wallenberg - cifra smentita oggi dai più autorevoli studiosi dell’Olocausto, alcuni dei quali abbiamo intervistato - sono in realtà il frutto di manipolazioni di natura politica.
Quale, per lei, il ricordo più caro di Perlasca?
Conservata in una teca della sua casa padovana c'è una rosa di stoffa dorata che una sconosciuta ebrea sopravvissuta era riuscita a fargli avere durante una solenne cerimonia in Israele. Perlasca seppe conservare una purezza e una nobiltà d’animo che gli permisero di resistere senza deviare dalla retta via e di giungere alla vecchiaia senza provare risentimenti, livori o odio contro qualcuno.
Vissuto sempre in povertà, rifiutò i contributi finanziari giuntigli dal parlamento ungherese, dal governo israeliano e da quello italiano. Mi volevano offrire - disse - dei soldi che non ho accettato, pur avendone un bisogno estremo, perché sentivo che se l’avessi fatto avrei rovinato tutto: l’aspetto economico doveva restare fuori da questa storia, i soldi l’avrebbero svilita...
Qualunque cosa io aggiungessi sarebbe superflua.
Terminato il colloquio con Carlotta Zavvattiero, il mio pensiero corre istintivamente a Garibaldi che, abbattuto il regno borbonico, partì di nascosto per Caprera, portando con sé, come ricompensa, solo un sacco di legumi, uno di sementi e un rotolo di merluzzo secco. 
Giorgio Perlasca - Un italiano scomodo

Chiarelettere, pp 220, euro 14,00 

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