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Haiti, il coraggio e la fede di Larry Mellon, lo Schweitzer dei Caraibi

Haiti, il coraggio e la fede di Larry Mellon, lo Schweitzer dei Caraibi
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di Giorgio Torelli

Caro direttore,
il calvario a puntate di Haiti, una necropoli senza più fisionomia, massacrata dalle convulsioni della terra e rimasta a cielo aperto nonostante l’affastellarsi ad ali spiegate di aiuti internazionali emotivi e generosi, ma privi di bussola e nervatura, questa Haiti filmata in frantumi ci convoca ad ogni balenar di telegiornale ed è diventata la porta accanto. Port-au-Prince è stata una Dresda alla rovescia, martellata dal di sotto invece che dall’alto.
Così sto ripensando a quando accadde a me di sbarcare a Port-au-Prince, che lasciai subito per inoltrarmi nel contesto dell’isola, tutto un riproporsi di botaniche verdi d’ogni intensità, splendide cupole tropicali sulla pochezza delle colture, un medioevo caraibico coi ragli dei ciuchi per colonna sonora e l’avvenenza dei luoghi a inscenare il solito inganno del mondo in stracci: tutto bello per l’obiettivo fotografico, sontuosa la vegetazione, gravido di ogni blu il mare pescoso, solenni le lune a inargentare silenzi ancestrali, dolci le ragazze e i bambini, sempre vestiti come la innata cultura africana continua a suggerire, tinte scarlatte e indaco, e il colore della pelle di un nero appena tiepido. Ma, ecco il ma. Ecco il grande ma: la condizione umana di chi nasca nel perimetro di Haiti appartiene a una povertà mai temperata da un  sussulto.

Correva l’anno 1970 e lavoravo da inviato nel settimanale mondadoriano «Epoca», un periodico diffuso, stimato e autorevole. Facevo servizi di punta in giro per i paralleli e mi bastava proporli per decollare verso un punto dei continenti dove si rimarcasse una bella storia da raccontare. Quella volta di dicembre, avevo scelto di sbarcare in Haiti, dove solo una cosa funzionava benissimo e faceva da perla nelle valve verdi d’una vallata chiamata Artibonite, a 140 chilometri e dieci posti di blocco da Port-au-Prince. In quel luogo di putredini patologiche, un medico americano aveva costruito e dirigeva un ospedale moderno, perfetto,  aggiornato e sempre in tiro. Addirittura l’aveva eretto e  organizzato a sue spese, indossando quest’idea evangelica: «Ogni prossimo mi riguarda».
Il medico di 60 anni che incontrai a Deschapelles dopo ore sussultorie di Land Rover si chiamava Larry Mellon, era un pennsylvano. Al mio giungere notturno in Deschapelles, dove biancheggiavano i padiglioni armonici e illuminati dell’ospedale, il dottor Larry (protestante e insieme francescano, una perenne statuina del Poverello d’Assisi sullo scrittoio) era pallido e con le efelidi, vestito come un gentiluomo di campagna, sandali contadini e pantaloni coloniali. Sarei stato suo ospite per una settimana. Ero assolutamente gradito.

Ci fu subito una cena candle-light, nel cottage che Larry abitava con la moglie Gwenn, una rilevante beltà americana dagli occhi di ametista, il tratto delizioso e l’incedere felpato. Gwenn era alta e vestita con una tunica messicana. Da divorziata aveva incontrato Larry scapolo, ben prima che Haiti e l’ospedale fossero nei suoi disegni. La nostra conversazione fluiva in un inglese senza complicazioni, con qualche minuto intervento in italiano di Larry, che aveva fatto la guerra nel Secrete Intelligence affrontando in jeep nel 1943-44-45 i saliscendi della nostra bersagliata penisola. Dopo cena, Larry sedette al pianoforte e la dominante Gwenn, rimasta scalza sui tappeti haitiani tessuti per rappresentare il verde delle foreste e il ceruleo del mare, imbracciò il flauto traverso. I due sposi complici suonarono Bach, naturalmente. Poi, l’ospite accese la pipa e Larry prese a raccontare di sé mentre Gwenn porgeva spremute di frutta all’uso dei Caraibi. Tanti libri attorno a noi, anche un volume sulla pittura italiana del Duecento e del Trecento offerto dal Comitato di Liberazione toscano all’allora ufficiale della Quinta Armata.

Larry era figlio di un magnate americano del petrolio, un tipo dal sigaro addentato, un riccone in dollari. Ma, a venticinque anni, aveva chiesto e ottenuto la sua parte di eredità, scegliendo di comprare una fattoria in Arizona dove allevare vacche Hereford e, così, montare in sella insieme ai suoi cow-boys per l’intera giornata di lavoro. Per caso, una sera, davanti al fuoco del ranch, il già trentottenne Mellon s’era imbattuto in un numero dell’allora famosa e universale rivista «Life», dove appariva un bellissimo servizio (rimasto memorabile, aggiungo io) dedicato al dottore alsaziano Albert Schweitzer, filosofo, teologo, organista bachiano e medico tardivo che, già dal 1913, aveva ideato e teneva vibrante un  ospedale all’africana nel folto della foresta equatoriale del Gabon, subito in vista del maestoso fiume Ogowè. La località dove Schweitzer si era imposto all’attenzione di «Life», divenendo così e di colpo noto al mondo, aveva e ha nome Lambarene, che in lingua tribale significa «proviamo». Il reportage di Life impressionò Mellon, che scrisse subito a Schweitzer dichiarando di voler fare altrettanto. Dalla foresta, Schweitzer rispose all’indirizzo del ranch. La lettera di Larry lo convinceva. Larry vendette pascoli, cavalli e vacche. S’iscrisse a medicina, si laureò a 43 anni, puntò su Haiti, chiedendo al presidente di allora il permesso di costruirvi un ospedale. «Chi paga?», indagò il presidente. «Pago tutto io», garantì Larry. «Proceda senz’altro», benedì il presidente, che non versò mai un soldo di contributi. Dal 1953 al 1956 l’ospedale sorse e risultò impeccabile.

Larry è morto a 79 anni, nel 1989, ma l’erede Ian Rawson, figlio di primo letto di Gwenn, è attualmente direttore dell’ospedale che tanti medici americani sostengono con una fondazione. I padiglioni dell’ Hôpital d’Artibonite, che Larry aveva subito dedicato ad Albert Schweitrzer, hanno retto al terremoto perché costruiti coscienziosamente in pietra e cemento. Colonne di autocarri confluiscono alle astanterie portando i gemiti dei feriti. Il dottor Ian dice «Siamo e restiamo qua». Caro Giuliano, perché mai ho sintetizzato questa storia per i nostri lettori parmigiani? Solo per una provocazione. Quando si sa, e lo si sa sempre benissimo, che esistono luoghi dove i poveri non hanno neppure la voce per alzare un lamento, s’interviene a tempo debito, e non si aspetta, per esempio, che un’isola come Haiti venga distrutta da un terremoto perfino fanatico e le sue case divengano polvere e sepolcri. Si sceglie, invece, di sostenere il riscatto dei contemporanei più ingannati non favorendo né tollerando le dittature che li calpestano e , in sintesi, prendendo esempio dall’intrapresa del dottor Mellon, che – come Schweitzer, volle replicare alla coscienza con l’azione personale.

Solo un ultimo particolare: nel 1970, quando atterrrai con la Transcaribbean a Port-au-Prince, c’erano all’aeroporto i Tonton-Macoute, i brigatisti neri del dittatore Duvalier, ignobili «bravi» della più repellente vessazione. Erano ceffi  armati di pistola e mitragliette. Mi dissero: «Giornalista? Devi pagarci il pedaggio. Mostra i tuoi dollari». Prelevarono una tangente ciascuno come giocassero a dadi e come se la posta fossi io, un italiano di chissà dove venuto a ficcare il naso.

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