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Un fiore che disarma

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di Giuseppe Marchetti

Passati da poco tempo i settant'anni, il poeta parmigiano Bruno Piccinini (insegnante di lettere in pensione, vive da sempre a Varano Marchesi) dà alle stampe per i tipi di Diabasis «Carta d'identità», la sua prima raccolta di liriche. Liriche davvero: una tradizione illustre della nostra poesia novecentesca che Piccinini dimostra di conoscere bene e di saper usare per ritmo, cadenze, immagini e pensieri. «Carta d'identità» dunque è realmente un documento di riconoscimento e nel contempo un bilancio, non una situazione di stallo. Il bilancio che il poeta compie con tanto semplice e rigorosa situazione d'ascolto, è quanto mai ampio: «Il mio nome è una stagione inquieta / e certa come un fiore che disarma / e in fretta brucia le sue vele / il suo colore / ma ha respiri di luce e profezie». Piccinini scompensa così il rito della percezione e della riflessione in una concezione lirica deposta e riflessa. Ci senti l'eco di Cardarelli, il grande Cardarelli oggi dimenticato, quello del «Passato», de «L'ottobre», e della illusa gioventù», ma soprattutto di «Adolescente», pieno di fieri rimpianti non crepuscolarmente malinconici. «Carta d'identità» si può dunque leggere in due modi: come confessione (il rito del guardarsi dentro, del pensarci) e come romanzo in versi (romanzo di formazione, del perché di tante cose, delle lontane origini, della natura e del passo presente): le due rette non s'incontrano e non si elidono, restano semmai a riflettersi l'una nell'altra: «E volgendo lo sguardo al confine / del nord dicevi: sono vecchio / non posso più aspettare. / Ma non sapevo cosa».
 In questo modo il poeta sta fermo dentro il proprio tempo e ne considera le immagini: ecco, qui ci ricorda Sereni con i suoi «Immediati dintorni», il vedere: «Vedi le calcine al lato ovest sfiorite / e la pietra che sanguina», oppure il percepire oltre il vedere medesimo che è poi la storia di cento metafore ordinate sul crescere e il calare degli anni.
Questa è la natura di Piccinini, il suo esser poeta, non cantore, non celebrante, ma solo poeta: «E se io fossi solamente un nome / solamente un suono / il diapason di un corpo che dietro / non ha nulla». Anche così, però, questa poesia trasuda una sua dolcezza infinita imponendosi per virtù di chiarezza e di singolare tenuta stilistica.
Abbiamo fatto due nomi, più sopra, di poeti. Vogliano aggiungerne un altro per dare un senso alla profonda sintonia che Piccinini offre nei suoi testi: il nome di Bertolucci, ma senza fare paragoni o tirare forzate derivazioni. Il nome del grande Attilio serve piuttosto per coordinare la meravigliata sorpresa che Piccinini depone sul rischio del presente, la descrizione: «La giovinezza ancora d'improvviso / di primavera / su un tram che porta alla stazione: / una ragazza dai capelli rossi / che mi volta le spalle / e che non vedo in volto, / un suono breve e se ne va ignota».
Sembra di vedere un quadro di Latino Barilli con i suoi colori puri. Invece in quest'anima sconosciuta il poeta depone una meditata sincerità, il gusto, dicevamo, della descrizione che diventa persona da visione che era. «Carta d'identità» riprende quindi ad uno ad uno i temi che Piccinini definisce «stanze degli anni», i nostri anni, con il loro carico, con le bisacce delle favole di Fedro: ciascuno di noi ha le proprie, un po' vuote, un po' piene, vi sono dentro molte cianfrusaglie, qualche perla, gli affetti conservati e quelli perduti per via, i volti cari, le voci, i suoni degli eventi svaniti nel nulla e di quelli che per un poco ci hanno illustri e confortati: insomma tutto il bagaglio della poesia vissuta.
L'offerta, quindi, è ricca, ma semplice e diretta come nei versi di «Per dirmi del tramonto» che fissa irrevocabilmente le domande estreme, il «come» e il «perché», eterni luoghi della poesia di ogni tempo e paese con il loro cielo che «si distende senza ostacoli / quasi sospira / in una luce calma di pensieri / che ignota lontanissima resiste», proprio come il respiro della poesia, come «Il passaggio dei treni»  e come il guardare e il camminare dentro il tempo dei nostri pensieri che Piccinini circonda di affetto e di pazienza.
Anch'egli è il Drogo di Buzzati nel «Deserto dei tartari»; anch'egli vive nella fortezza e spinge lo sguardo lontano: «Sono drogo invecchiato / nell'attesa sfinita dell'evento / che scruta dagli spalti la pianura / che imprigiona in polveri e miraggi la fortezza bastiani. / Sono drogo che porta in sé l'evento / e dentro sé stesso lo consuma».

Carta d'identità
Diabasis, pag. 86, €10

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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