Arte-Cultura

King, l'orrore è dentro di noi

King, l'orrore è dentro di noi
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di Elissa Piccinini

Una visionaria meditazione sull'essenza dell’ispirazione artistica, quella possessione divina (o demoniaca?) che gli antichi Greci chiamavano «enthusiasmòs». Potremmo sintetizzare così uno dei - diversi e ugualmente possibili - livelli di lettura dell’ultimo romanzo di Stephen King, «Duma Key» (Sperling & Kupfer). Il primo livello, il più superficiale, è quello della storia in sé. Edgar Freemantle, facoltoso imprenditore edile, rimane vittima di un terribile incidente (e come non considerare il fatto una suggestione autobiografica?), che, dopo averlo portato alle soglie della morte, lo lascia privo del braccio destro e gli manda in corto il cervello. Al suo risveglio, infatti, Edgar ha grossi problemi di memoria: non ricorda i nomi di cose e persone e questo risveglia in lui primordiali istinti di furia selvaggia che lo portano a gesti di aggressività estrema. Pure il suo matrimonio è ormai agli sgoccioli, anche perché Edgar in uno dei suoi scatti d’ira ha quasi strangolato la moglie e neppure se ne ricorda... Lo psichiatra che lo ha in cura gli consiglia così di trasferirsi in un luogo in cui possa ritrovare un po' di serenità. La scelta di Edgar cade su Duma Key, isoletta paradisiaca al largo della Florida. In una grande casa rosa a ridosso dell’oceano, Edgar riscopre l’antica passione per la pittura, ma, nel momento di ogni creazione artistica, si verifica qualcosa di strano: un incomprensibile formicolio sembra percorrere il braccio mancante, mentre la mano sinistra traccia su fogli e tele immagini inquietanti, che paiono farsi monito di sciagure imminenti. Nel corso di lunghe passeggiate sulla spiaggia, Edgar conosce Wireman, il vecchio tuttofare dell’anziana Elisabeth Eastlake, figlia del magnate che possedeva un tempo Duma Key ed ora lei stessa proprietaria di mezza isola. Approfondendo la conoscenza dei due, Edgar scopre uno specialissimo rapporto che lega i suoi quadri col misterioso e tragico passato di Elisabeth. Una presenza demoniaca si è infatti risvegliata e come un tempo era stata Elisabeth a doverla scacciare, ora è la volta di Edgar, il quale deve anche combattere con fantasmi che provengono direttamente da un lontano passato che pareva sepolto per sempre. A questo primissimo, immediato livello di lettura «Duma Key» non è, in fondo, niente più che un ottimo racconto di demoni e fantasmi. Il ritmo è calibratissimo e la narrazione è in grado di catturare il lettore per tutto il corso delle settecentoquaranta pagine del volume. King, nella prima parte del romanzo, riesce abilmente a far leva sul fascino del non detto, giocando sull'ambigua condizione di un protagonista potenzialmente visionario, in preda ad allucinazioni. Nella seconda parte, invece, il romanzo imbocca a pieno titolo la via dell’horror, quella che conduce alle radici di un mistero che non può essere compreso con le spuntate armi della ragione. Ma non sarebbe giusto, crediamo, fermarsi qui. È chiaro che, se i romanzi di King vendono e sono riconosciuti come best seller internazionali, il motivo risiede innanzi tutto nel loro essere genuina e saporita Letteratura di Intrattenimento, con quel giusto mix di suspense e mistero a condire ingredienti tematici godibili e intriganti. Ma King, già docente di college e saggista, non si limita a giocare al piccolo chimico con gli elementi della tavola periodica dell’Entertainement. E ignorare gli strati più profondi dei suoi romanzi sarebbe davvero sprecare un’ottima occasione per comprendere appieno un’opera e un autore. King è, da sempre, grande lettore, spettatore ed eccellente funambolo del citazionismo. E le sue strizzate d’occhio alla letteratura e al cinema si rivelano quasi sempre nei suoi romanzi importanti chiavi per aprire porte che altrimenti rimarrebbero sbarrate. E così se la saga disneyana «Pirati dei caraibi» può essere una leggera impressione che accompagna la storia della ghost ship, della nave fantasma col suo carico di morti invendicati, ad aprirci la strada per un più profondo livello di lettura del romanzo è di fatto l’ottocentesco «Ritratto di Dorian Gray». Nulla più che una suggestione, d’accordo, eppure è proprio il romanzo di Wilde a permetterci l’accesso a quella possibile interpretazione che, in apertura, abbiamo definito come visionaria meditazione sull'essenza stessa dell’ispirazione e della espressione artistica. L’artista è un visionario. E l’arte in sé è atto potente, atto di creazione. Le immagini e le parole sono magia che legge la realtà, la interpreta, la plasma, la rivela. «La verità è nei particolari» scrive King in uno di quei capitoli che si dispiegano come una storia parallela e che raccontano enigmaticamente il passato per poi riunirsi in un unico alveo all’hic et nunc della narrazione. «La verità è nei particolari», perché è esattamente in quei particolari che si nasconde l’anello che non tiene nella compagine del reale. E i quadri di Edgar (quei «quadri maledetti», «fatti di carne viva», «contagiosi») esattamente come i disegni ispirati di una piccola Elisabeth raccontano tutta la vastità dell’enthusiasmòs artistico.

 

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