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Arte-Cultura

Robusti, il mondo rovesciato

Robusti, il mondo rovesciato
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Come nasce un quadro? come lavora un artista? per scoprirlo siamo entrati nello studio del pittore parmigiano Enrico Robusti, che attualmente espone le sue opere in una grande mostra organizzata dal ministero per i beni culturali a Palazzo Litta, a Milano. Tutto viene svelato: da come parte l'idea, a come si fa un titolo, a come si prepara la tela, a che colori si usano, quali tecniche per spandere l'olio, fino ad avere il dipinto finito. Il tutto avvolto nell'atmosfera magica che accompagna la creazione di un'opera d'arte.  - Guarda il video 

ROBUSTI, IL MONDO ROVESCIATO  - (Gazzetta di Parma 31-1-2010)

Luigi Alfieri

Nei quadri di Enrico Robusti la tela è un palcoscenico. Arrivano attori vestiti di cobalto, di giallo, di verde rosmarino, rosso mattone, con facce di plastica   cangianti, piroettano, salgono e scendono nell'aria come astronauti nel vuoto, come acrobati, come giocolieri  e mettono in scena la vita. Quella di tutti i giorni. Sì quella di tutti i giorni, quella delle piccole cose, la nostra, ma vista da un'angolazione speciale. Basta salire le antiche scale di Palazzo Litta a Milano, in corso Magenta 24, infilarsi nelle sale dorate della più prestigiosa sede italiana del Ministero per i Beni culturali, avventurarsi tra orologi neoclassici, lampadari di cristallo, camini di marmo e guardare le trenta fantasmagoriche «tragicommedie su tela» che compongono la mostra «Colpo di fulmine», aperta fino al 21 febbraio.
 
Un vortice senza fine, un susseguirsi di colpi di scena, di prospettive impazzite, di eventi banali conditi dal miracoloso. Tutti «ripresi» dall'alto da una telecamera che non rispetta nessuna regola di prospettiva, che priva il quotidiano della sua monotonia, che distorce ogni linea senza mai alterare il senso del reale. Che annulla il concetto di alto e basso, di destra e di sinistra. Tanto tutto si mescola, così: giusto per creare un senso di ansia e di smarrimento. «Arriva papi», per esempio, se ne sta sotto un ghiribizzo di stucchi scintillanti, con tutta la sua «assurdità» e la sua «normalità». Papi, dopo una dura giornata di lavoro, torna a casa con la sua bella cravatta regimental, il completo grigio, la borsa di pelle, un sorriso a 50 denti come un cavallo. E' stanco, vuol godere la pace domestica, il calduccio del focolare. Relax, tranquillità, qualche certezza. Lo aspettano i tre figli, la moglie e il cane, che dalla faccia potrebbe chiamarsi Pilén. Fa le scale, Papi, spalanca la porta e trova la consorte, col bimbo più piccolo in braccio, ascesa al soffitto come una Madonna, la figlia con gli occhi sbarrati e l'aria di una passata nel frullatore o nella centrifuga della lavatrice, il maschio che guarda il nulla contorto e inebetito, il cane perplesso che osserva la scena con gli stessi occhi dello spettatore del quadro. Gli occhi di chi se ne sta nel mezzo della mostra di Palazzo Litta: sorpresi, affascinati, ansiosi. E' scombussolato, Pilén. La prospettiva è troppo lunga, il campo visivo troppo ampio. La libreria laggiù in fondo troppo lontana. Il sopra troppo sotto. I verdi e i rossi sono troppo forti. Che storia è questa? Si chiede il cane. La classica storia di Enrico Robusti. Un momento della vita di tutti i giorni, di quelli che la pubblicità dipinge come gioiosi, felici, sempre uguali. Un momento che il pittore, come un entomologo, mette sotto il vetrino del microscopio; lo analizza, lo analizza, lo studia, lo confronta ad altri momenti, fino a scoprire che ci sono delle crepe, che c'è qualcosa che non va, che sotto la cenere covano le bracia. Che quello che racconta la televisione, quello che scrivono  sui giornali, spesso è ingannevole, a volte falso. In verità, certezze, nella vita di «Papi e della sua famiglia», ce ne sono poche, ansie tante. Le mille sicurezze ostentate si sciolgono al sole di un'analisi  attenta e il rientro nel focolare domestico assomiglia all'ingresso del topo nella trappola. Soffoca Papi e soffoca lo spettatore, già spiazzato dal fatto che in tutti i quadri di Enrico Robusti  le figure, tutte le figure, vengono viste dall'alto e non dal basso come ci hanno insegnato secoli di arte figurativa.
 
E se le cose le guardi da un punto di vista diverso cambiano. Basta passare dai banchi alla cattedra e l'aula scolastica diventa altra cosa, dal tavolo della segretaria a quello del capo e l'ufficio diventa altra cosa. Tanto per creare un po' d'allarme, nei quadri esposti a Palazzo Litta le figure non lasciano ombre, o se le lasciano le lasciano false, o meglio contro natura; le cose si allungano e si accorciano; i corpi si dilatano; gli attori della commedia umana solcano lo spazio come acrobati impazziti. Tutto è metafisico, surreale, ma, in qualche modo, vero. Perché se false sono le immagini, veri sono i sentimenti che rappresentano. Gli stati d'animo di un uomo moderno che sta perdendo tutte le certezze che lo hanno accompagnato lungo il cammino della storia e viene soffocato  dai suggerimenti di un grande fratello che non pensa a creare felicità e salvezza ma consumi di massa. Un uomo moderno che ha visto il computer sostituirsi alla matita, le mail ai biglietti di auguri, gli schermi full HD  ai vecchi televisori in bianco e nero, l'mp3 ai dischi di vinile, la Cina all'Occidente; che ha visto scomparire il comunismo, la Coppa dei campioni, Canzonissima, Alberto Sordi, e Sandro Pertini. Che ha pensato che la seconda repubblica sarebbe stata meglio della prima e Obama avrebbe cambiato il mondo in 100 giorni. Povero Papi! Entra in casa, lo aspettano la moglie e i figli, il cane e lo prende la vertigine. La testa gira. i muri si distorcono e si allungano.  Robusti  disegna tutto questo e, in più, il vuoto che sta nell'anima di ogni spettatore dei suoi quadri. Un vuoto in cui non ondeggiano solo i corpi degli attori-astronauti, ma anche le loro menti in cerca di un appiglio, di una bussola che mostri dove è il cielo e dove è il pavimento, dove è la manca e dove è la dritta. Una bussola per muoversi nella vita.  Ma il pittore non risponde. Racconta storie,  non giudica, mette i punti interrogativi, non pretende di conoscere la risposta; guarda, ascolta e quando la situazione si fa drammatica fa partire una risata che attraversa il quadro, lo fa vibrare e arriva come una ciambella di salvataggio ai suoi attori-acrobati e allo spettatore. In fondo li ama entrambi e dopo averli spinti sino al limite del baratro li salva. E tutti, attori e spettatori, sono liberi di riprendere a camminare, fumare, respirare, leggere poesie, innamorarsi. E fingere di essere felici. 
 
 
 
La mostra
Colpo di fulmine
Il ministero per i beni culturali ha   allestito nella sua prestigiosa sede meneghina, Palazzo Litta,  una mostra, «Colpo di fulmine», dedicata al pittore parmigiano Enrico Robusti. La rassegna, curata da Domenico Maria Papa,  resterà aperta fino al 21 febbraio ed ospita 30 grandi tele realizzate dal 2006 in avanti. Hanno collaborato Dnart e la galleria Chiari di Roma.
La sede
Palazzo Litta
 La mostra «Colpo di fulmine» si tiene fino al 21 febbraio a Palazzo Litta, sede del Ministero per i beni culturali a  Milano, in corso Magenta 24. Si tratta di uno degli edifici più prestigiosi della città, iniziato nei primi decenni del Seicento è stato completato nell'arco di tre secoli. E' appartenuto alle famiglie Arese, Visconti, Borromeo e Litta.
Il catalogo
Tre critici per un pittore
Il catalogo che correda la mostra di Enrico Robusti riporta testi critici di Vittorio Sgarbi, Angelo Crespi e Domenico Maria Papa, con un'introduzione di Mario Turetta, responsabile dei Beni colturali della Lombardia. Si compone di 95 pagine ricche di illustrazioni a colori, con immagini complessive e particolari dei quadri esposti.
 

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