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Arte-Cultura

Rapinosa meraviglia

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di Giuseppe Marchetti

Nel secondo mistero gaudioso dei Meridiani Mondadori dedicati ad Alberto Arbasino, si contempla la presenza de «La narcisata», di «Super-Eliogabalo», de «La bella di Lodi», de «Il principe costante», di «Specchio delle mie brame», del capitolo d'ampiamento di «Fratelli d'Italia» intitolato «Condizione del dolore», di una Appendice comprendente «Amate sponde», «Matinée» e «La caduta dei tiranni», di un dossier «Arbasino su Arbasino» (un testo da leggere prima d'intraprendere qualsiasi lettura delle sue pagine) delle Notizie sui testi  e della Bibliografia che, contrariamente a quanto accade purtroppo per tanti volumi di questa collana, ci sembra particolarmente  aggiornata e precisa. 
L'Arbasino del Meridiano secondo è di una varietà caotica e affascinante, è un trascinatore di meraviglie che si aprono, si chiudono, si perdono e si ritrovano lungo un cammino straordinariamente intenso di suggestioni, perplessità, sfide, contrordini, frantumi di miti e altrettanto rapide ricostruzioni, improvvise corse in avanti e affabili contrizioni. E' lui, insomma, in quel modulo di «leggerezza» che un po' s'accontenta del quotidiano e un po' ne sbeffeggia le molecole, un po' macina riti e un po'  vi si affida per celia e per sincero pentimento. Un guardare la vita  dalle sponde di «Matinée. Un concerto di poesia», che della poesia possiede la rapinosa efficienza ma anche la palazzeschiana diffidenza (insomma: «La fontana malata» per intenderci!) e cura la malattia del presente dissestando il modo di scrivere alla maniera  del «Laboryntus» sanguinetiano, ma con più sorridente ironia e un dissacramento più teatrale. 
Ma poi tutto questo materiale va confrontato con gli anni  del suo concepimento senza avere troppi riguardi per i calcoli storico-sociali e per quelli assai più intimidatori degli stili e dei comportamenti. Ed ecco, allora Arbasino accostarsi fino a identificarsi col suo trionfante gioco delle mescolanze dove i frammenti dei più diversi  orizzonti si confrontano in una studiatissima percezione del brusio  della vita. E smettiamola di ripetere la  vecchia immagine dell'enfant gaté che per distinguersi dagli altri (e gli altri, a quel tempo, sono Malerba, Manganelli, Calcino, Roversi,  Celati, Spatola, Pizzuto) è costretto a inventare qualcosa di nuovo  ad ogni costo. 
D'altra parte, è vero anche che «Le mille bolle  blu» di Arbasino sono la sua letteratura, la sua inesauribile e necessaria  avanguardia, una maniera elegante per porsi a cavallo di una situazione in movimento, incontrollabile e sovrana per quel tanto che se ne può capire tra la suggestione dei sensi e l'umana condizione dell'ascolto e del cosiddetto «Kitsch» che ci circonda  e ci assedia da tutti gli estremi del mondo. Giocare, dunque, con la letteratura, ma giocare seriamente, come  ci suggeriva di fare Raffaele Manica nel suo rigoroso saggio introduttivo al primo  Meridiano. E, del resto, cos'è «Fratelli d'Italia»  se non una storia delle patria e della matria insieme? La dove  in «Super-Eliogabalo» il latino di fiat diventa Fiat  automobili e le vecchie serve di casa suggeriscono «Due cucchiaiate di Dura Lex e poi a nanna». 
Intanto, tra un concerto, una mostra, una sfilata,  un racconto e un resoconto, Arbasino cercava di crearsi una «coscienza sempre più netta» contro tutti gli intellettualismi  e le chiusure piccolo-borghesi della nostra letteratura. Però,  anche a questo proposito restano molti dubbi, e Arbasino vuole  che restino, anzi che sol passar  del tempo s'ingigantiscano sino a scoppiare, sino alla «Caduta dei tiranni» che è un'opera  di svolta, un progetto nuovo che ci ricorda persino certi atteggiamenti del Malaparte di «Mamma marcia», ma anche il rischio più volte sfiorato della vecchia domanda: «Ma io che ci faccio qui?» alla quale non v'è risposta se non in un sorriso di giusto orgoglio: che Arbasino denuncia ormai come l'estrema delle proprie abitudini. 
Il passar del tempo, però, gli ha dato ragione, e ora a ottant'anni suonati e ben portati la sua «poetica della svalutazione» della quale parlava Angelo Guglielmi, si è trasformata in una spregiudicatezza intellettuale che lo salva, assieme a pochi altri nostri  scrittori, dall'eterna lamentela del tramonto, senza costringerlo tuttavia a sacrificare il proprio estro e la tensione  autobiografica che è davvero il suo mestiere di vivere. 
Romanzi e racconti
Mondadori, pp 1757, euro 55.
 

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