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narrativa

Pansa e la sua Italiaccia senza pace

Pansa e la sua Italiaccia senza pace

Pansa torna a parlarci del difficile periodo del dopoguerra

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A pensarci bene ogni libro di Giampaolo Pansa è una ripresa e un tenace riascolto del precedente. Come se i ricordi non finissero mai. Come se la storia non facesse altro che eruttare nuovi documenti, nuovi nomi e nuove situazioni d'inciampo e di contraddizione che sono, come recita il suo nuovo libro fitto di «misteri, amori e delitti del dopoguerra».

Perché questo nuovo libro «L'Italiaccia senza pace», edito da Rizzoli, si riallaccia, dal «Sangue dei vinti» in poi, a tutte le migliaia di pagine che Pansa ha scritto riproducendo una volta ancora di più e meglio la memoria di un dramma che ha segnato in Italia i tremendi anni della seconda guerra mondiale ma anche, e soprattutto, quel periodo oscuro, tormentato, «sporco» per i partigiani e i fascisti che ne seguì tra il '45 e il '48.

Tale lasso di tempo Pansa lo ha percorso in lungo e in largo scavalcando incertezze e titubanze, documentazioni che parevano inconfutabili e altrettanto inconfutabili certezze. Arrivato ora agli ottant'anni, lo scrittore si volta ancora indietro e rimettendo le mani nell'immenso materiale che le sue ricerche e le confidenze ricevute gli hanno accumulato intorno, prova a desumerne una specie di romanzo-verità, una sorta di documento finale inquietante e drammatico che estende la sua ombra non solo sugli anni prima ricordati ma anche sulle attuali ombre della nostra storia.

Insomma una Italiaccia di prima che diventa il dopo caratterizzandolo profondamente. Per far questo Pansa ha raccontato «il primo triennio del dopoguerra narrando le peripezie della famiglia ebrea di Samuele Segre. Un direttore di banca, deportato e ucciso in un campo di sterminio tedesco. Lui, i suoi familiari, i loro amici e molti dei personaggi che incontrerete in queste pagine sono figure immaginarie e non hanno alcun rapporto con uomini e donne esistiti per davvero. Invece la cornice storica è reale, anche nelle date e nel succedersi degli eventi».

Il quadro è questo, dunque: memoria e storia, anzi cronaca, s'intrecciano e si fondono. Il libro, o - meglio - il romanzo, nasce da qui con uno spirito di verità che Pansa non cessa mai di sottolineare, tanto che alla fine non sai più - come accade nei racconti storici - dove il famoso «misto» manzoniano di storia e d'invenzione entri o esca dalle pagine. Tutte pagine di alto e appassionante stile letterario. I misteri gli amori e i delitti del dopoguerra che qui si succedono, dunque, acquistano una caratteristica del tutto singolare. Infatti, se nei volumi precedenti fatti, misfatti e interpreti si situavano in quel particolare settore che Pansa stesso aveva definito di «controstoria», ne «L'Italiaccia senza pace» l'arco descrittivo diventa più ampio, la memoria si apre, i dialoghi si fanno più intensi, i confronti psicologici s'approfondiscono e si registra, alla fine, la realtà che la storia del dottor Segre è la storia di un «paese sottosopra», disancorato dagli antichi valori e alla ricerca di un aggancio qualsiasi con la verità avvelenata della guerra perduta, e perduta in quel modo.

Sull'intreccio, anche qui, dei vinti con i vincitori, grandeggia la figura di Samuele Segre. A questa figura fa da contrappunto quella del figlio, Carlo, che porta nel romanzo, assieme alla madre, la professoressa Foà e l'altra figlia Elena, l'aria di una pace molto sperata ma mai completamente riconquistata. Attorno al nucleo di una tale contraddizione - perché il dottor Segre venne arrestato e scomparve? - Pansa accumula una fitta rete di rimandi, considerazioni, intrighi, sospetti e colpi di scena, tra malignità e innocenza quali si manifestano nelle compatibili ingenuità di Carlo, mentre la storia italiana e le storie dei singoli personaggi, l'Ubertis in particolare, seguono i loro destini. Che son quelli, poi, ai quali anche nei momenti più romanzati, Pansa guarda e allude.

In questo senso l'Italiaccia d'allora e di oggi combaciano in una sconvolgente contemporaneità, delitti e delazioni a parte. Ma, in fondo, si ha ancora una volta la sensazione che Pansa, tra Audisio, Togliatti, la morte di Mussolini, la sessualità repressa di Andrea e Gioia, la condanna a morte di don Calcagno, di Borsani, di Giovanni Preziosi, di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, di Marino Pascoli e l'irritazione dei dirigenti del Fronte popolare che non volevano farsi trattare alla stregua dei mendicanti rifiutando «l'elemosina dei capitalisti degli Stati Uniti», ricostruisca con passione e insistenza sui particolari tutte le possibili direzioni di quello che lui stesso definisce «dramma senza pace» attestato persino da un incontro tra Carlo Segre e una sensitiva «bella ed elegante, mora di pelle e bruna di capelli, magra e nervosa» che gli predirà l'attentato a Togliatti del '48.

Una Italiaccia senza pace vista in questo modo trova così nelle pagine finali del libro e nella confessione del Rosso una sua chiara ragion d'essere e nella fedeltà della signora Foà uno scatto d'orgoglio quasi amoroso, una difesa buona e generosa, nonostante tutto, resa dignitosa dal sacrificio e dalla morte.

L'Italiaccia senza pace

Giampaolo Pansa

Rizzoli ed., pag. 340, euro 20,00

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