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Storia

Mura antiche assorte di fede

Mura antiche assorte di fede
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A Parma nel XIV e XV secolo, in una città che oscillava sui ventimila abitanti con drastiche diminuzioni dovute alle pestilenze, vi erano ben 24 cenobi femminili dai più antichi e potenti monasteri benedettini ai conventi formatisi sulla scia degli ordini mendicanti (domenicani, francescani) ad altri che seguivano la regola agostiniana ad altri ancora costituiti da donne che si riunivano in comunità, vivevano d’elemosina e si dedicavano ad assistere i poveri e i malati. Un panorama quindi estremamente diversificato, che aveva una forte influenza economica, sociale e spirituale sulla città ma di cui si conosce poco per la mancanza di studi adeguati e anche per la difficoltà di reperire i documenti. A far luce su questa realtà molto complessa e intrigante è giunto ora il coinvolgente libro di Fabrizia Dalcò – studiosa di storia, autrice del «Dizionario biografico delle parmigiane» e impegnata nella promozione delle pari opportunità - intitolato «Monasteri e conventi femminili nella Parma medievale», pubblicato dalla Nuova Editrice Berti con la prefazione di Roberto Greci, docente di Storia medievale all’Università di Parma, che lo presenterà sabato alle ore 18 nella sede della casa editrice in piazzale San Lorenzo in occasione della Festa internazionale della Storia. L’approfondito studio si pone come una tappa fondamentale per la conoscenza di un periodo particolarmente travagliato della storia parmense in quanto le maggiori famiglie nobiliari (Rossi, Sanvitale, Pallavicino, da Correggio, Cantelli, Bergonzi, Garimberti, da Cornazzano, Fieschi, Torelli, Baratti) si combattevano tra loro, alleandosi in «squadre» per impossessarsi dei maggiori centri di potere. Tra questi obiettivi vi erano anche i più prestigiosi monasteri femminili in quanto possedevano ricchi patrimoni fondiari e immobiliari dovuti alle donazioni che ricevevano; così le grandi famiglie cercavano di fare eleggere una loro esponente nel ruolo di badessa per potere gestire gli ingenti capitali. E all’interno dei monasteri si ripetevano i conflitti e le rivalità che si vivevano in città. Questo capitava nei monasteri più antichi, sorti sotto la regola di San Benedetto: Sant’Alessandro, fondato dalla regina d’Italia Cunegonda; San Quintino dal 1425 retto da badesse Sanvitale; Sant’Uldarico dal 1452 appannaggio delle Carissimi; San Paolo dal 1484 delle Bergonzi. La situazione muterà nel Cinquecento con la Riforma. Fabrizia Dalcò ha affrontato con coraggio un vasto materiale in gran parte inesplorato e conservato nell’Archivio di Stato, recuperando memorie completamente dimenticate e aprendo nuove prospettive agli studi sia dei singoli enti religiosi sia sull’incidenza degli stessi nella vita sociale e economica della città. Inoltre l’autrice ha acutamente colto «le dinamiche relazionali che si sviluppano all’interno degli enti fra le donne che li abitano (quelle che hanno abbracciato la regola o le converse) o che si trovano al di fuori (le testatrici, capaci di lasciti testamentari di notevole importanza) e gli uomini che lo abitano (conversi e preti) o che si trovano al di fuori (sindaci, procuratori, notai, benefattori). Questo è avvenuto con l’analisi particolareggiata di due diverse realtà: il monastero delle benedettine di San Quintino e il convento delle domenicane di San Domenico. La comunità di San Quintino, la terza benedettina nata a Parma, è stata fondata dal Capitolo della Cattedrale ed esisteva già nel 1141. Era retta da una badessa che aveva giurisdizione spirituale e temporale su chi abitava nel monastero, assegnava benefici e partecipava ai negozi giuridici. In seguito con la restrizione della clausura gli atti giuridici venivano trattati dai rappresentanti legali del monastero, i sindaci, scelti prevalentemente tra i notai. L’attività economica era vasta e importante. Il monastero esercitava il potere temporale e spirituale su varie chiese e cappelle in città e provincia, nominandone anche il rettore. Grazie alle donazioni, possedeva un ricco patrimonio fondiario la cui gestione comportava locazioni, permute, acquisti e vendite. Molto interessante si rivela la minuziosa ricostruzione fatta dalla Dalcò delle badesse, delle priore e delle monache vissute in San Quintino fino al XV secolo con la famiglia di provenienza, delle componenti del capitolo nonché l’elenco delle proprietà terriere con la loro destinazione e dei beni immobili: elementi molto significativi per la storia economica.Il convento delle suore di San Domenico è stato fondato nel 1236 vicino all’attuale chiesa di San Giuseppe. Era retto da una priora che restava in carica un anno e partecipava ai negozi giuridici in quanto nell’ordine non vigeva la clausura. Nel ruolo di priora troviamo le esponenti delle più note famiglie quali Aldigeri, Baiardi, Bergonzi, Garimberti. Nel convento entravano converse e conversi, comprese coppie sposate, che donavano tutti i loro beni e si mettevano al servizio della comunità. Anche per le domenicane sono state ricostruite le presenze, i ruoli, le famiglie di provenienza, le proprietà tra cui risultano vari mulini. Dei 24 enti religiosi femminili tre non sono stati localizzati (Santa Marta, San Girolamo, monastero di Borgo delle Ortiche); di alcuni sono rimaste le chiese rifatte; Sant’Uldarico ha conservato il chiostro del XV secolo, San Quintino ha ancora visibile la facciata quattrocentesca (come ho documentato nel libro sulla chiesa e il monastero) e in San Paolo sono visitabili parti dell’antica struttura grazie agli affreschi del Correggio e dell’Araldi del primo ‘500. La lettura delle vicende delle varie comunità, che si intrecciano con la storia del Comune, è ricca di particolari curiosi che la rendono attraente e contribuisce a una maggiore conoscenza della trasformazione della città.

Monasteri e conventi femminili nella Parma medievale di Fabrizia Dalcò - Nuova Editrice Berti, pp. 248, euro 16,00

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