Arte-Cultura

Guido Picelli in esilio

Guido Picelli in esilio
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 Il terzo fascicolo (settembre-dicembre 2009) di «Aurea Parma», disponibile nelle principali librerie di Parma, comprende sei lunghi saggi, 158 pagine, di storia, letteratura e arte. In particolare Fiorenzo Sicuri propone un’ampia indagine, sulla ricostruzione della vicenda di Picelli in Urss e della sua morte avvenuta nella guerra di Spagna in circostanze a tutt'oggi non chiarite. Il saggio ricostruisce, con citazioni documentali e bibliografiche attinte dai documenti della polizia politica fascista, la vita di Picelli (Parma 1889-El Matoral 1937), figura leader e simbolo del comunismo parmense, fra il 1932 e il 1937. I documenti consultati forniscono «qualche informazione in più sui suoi spostamenti fra un paese e l’altro d’Europa, ma lasciano aperti non pochi interrogativi: in particolare tacciono quasi completamente sul suo soggiorno in Urss». Apprendista orologiaio, soldato di sanità e poi ufficiale nella prima guerra mondiale, socialista massimalista, segretario della Lega Proletaria fra mutilati, invalidi, reduci, orfani e vedove di guerra, fondatore e capo delle guardie rosse e degli arditi del popolo parmensi, Picelli fu fermato e incarcerato numerose volte per attività rivoluzionarie. Eletto deputato come candidato di protesta nel 1921, si dimette dal Psi alla fine del 1921 e s'iscrive formalmente al Partito Comunista d’Italia, dopo essere stato rieletto deputato nel 1924 nelle liste di «Unità Proletaria». Nel novembre 1926 fu arrestato e inviato al confino di polizia, prima alla colonia di Lampedusa e successivamente a Lipari.

Liberato dal confino nel novembre 1931, si trasferisce a Milano. Riprende i contatti con diversi amici e conoscenti parmigiani, fra cui il sindacalista Ferdinando Santi. Finge di essere assunto come piazzista dalla libreria Toscanini, per mascherare il lavoro politico intrapreso cautamente. Il 23 febbraio 1932 Picelli comunica telefonicamente il suo espatrio all’amico Alfredo Benoldi: comincia così la sua peregrinazione attraverso l’Europa. Trascorre in Francia cinque mesi, poi raggiunge l’Urss, dove rimane per quattro anni. Infine, arriva in Spagna, per arruolarsi nelle brigate internazionali di volontari in difesa della repubblica spagnola. Sul periodo di permanenza in Urss si sa che nel 1933 si è arruolato nell’Armata rossa. Ammesso all’Accademia Militare Sovietica, ne uscirà ufficiale. E’ certo che nel 1936 Picelli era entrato nel mirino della Nkvd, la polizia politica sovietica, o negli ingranaggi della repressione staliniana. Fu inserito in una lista di «trotzkisti», un’accusa che comportava la vita, quantomeno la prigione o l’inserimento in campi di concentramento. Negli anni Trenta su 250-300 emigrati politici italiani, in Urss, 160 furono repressi. Nell’ottobre 1936 Picelli è di nuovo in Francia, diretto in Spagna. Sarebbe interessante capire - si chiede Sicuri - chi l’abbia autorizzato a lasciare l’Urss, viste le gravi accuse e visto che nel 1936 nessun comunista straniero poteva uscire dall’Urss senza il consenso del proprio partito, dell’Internazionale comunista, e delle autorità sovietiche. Picelli resta in Spagna dal novembre 1936 sino alla morte nel gennaio 1937. La versione più nota della sua morte è di Luigi Longo. Più inquietante quella di Giovanni Pesce e di Giorgio Braccialarghe. Una variante più ricercata della fucilazione per mano delle «milizie rosse» sostiene che Picelli cadde in campo di battaglia e non fu ucciso da agenti staliniani, ma da una pallottola (definita «vagante») non nemica. Il primo che ha espresso questa opinione è Guelfo Zaccaria, con la deduzione logica «se Picelli in Urss fu accusato di antistalinismo ed era sfuggito alla corrispondente pena, lo stalinismo gliela avrebbe fatta pagare in Spagna». Tra le tesi a sfavore di tale supposizione, oltre agli onori resi dal movimento comunista italiano e internazionale sulla stampa, i tre funerali pubblici in Spagna (a Madrid, Valencia e a Barcellona) alla presenza delle autorità spagnole, dei rappresentanti del Pcd’I in Spagna e delle autorità consolari sovietiche. Sicuri conclude che «dati i tempi, in linea di principio non si può escludere alcunché. Non è impossibile che lo stalinismo possa aver avuto una parte e una responsabilità nella morte di Picelli. Tuttavia, a tutt'oggi non esistono prove fattuali e dunque tantomeno convincenti». Per sondare concretamente la vicenda di Picelli, occorre, quindi, consultare con rigore e scrupolo gli archivi sovietici.

Ed ecco un cenno sugli altri saggi di «Aurea Parma». Esaminando gli atti del processo a Marechal e Penel, due improvvidi merciaiuoli, Luca Ceriotti e Federica Dall’Asta concludono che già nel 1558 a Parma era insediato un tribunale del Santo Ufficio, retto da padre Girolamo da Cremona. Cristina Lucchini descrive «quel che resta dell’immenso patrimonio architettonico e ambientale» di chiostri e orti nei conventi e nei monasteri in Parma. Giuseppe Massari esamina i romanzi «La scala di Shepard» e «Il Vento e la Legge» del sociologo Luciano Rosso, «libri molto importanti che gli scrittori dovranno tenere presente». Claudio Bargelli si occupa di proverbi, superstizioni e riti agrari nelle campagne parmensi dell’Ottocento. Cristina Cecchinelli conclude il ciclo di accurate ricerche sulle tre case abitate dal Correggio a Parma, dal 1523 fino alla morte (1534), sempre nella zona tra il Duomo e San Giovanni. La rubrica «Biblioteca» propone recensioni di Paolo Lagazzi, Pier Paolo Mendogni, Giuseppe Marchetti, Pietro Bonardi e Ubaldo Delsante.    RINO TAMANI

 
 
 
 

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