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Escludere vergogna perpetua

Escludere vergogna perpetua
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Il modo in cui in Italia e nelle sue colonie alcuni luoghi e gruppi sociali sono stati relegati alla periferia fisica o simbolica nelle immagini fotografiche e nei testi letterari dall’Unita in poi è il tema del saggio di David Forgacs «Margini d’IItalia. L’esclusione sociale dall’Unità ad oggi» (Laterza, pp. 370, € 26).

L’autore, che insegna al Department of Italian Sudies nella New York University, si prefigge «due obiettivi: da una parte mostrare che tali modi di vedere sono stati legati alla formazione della nazione moderna, dall’altra, mettere in luce come essi implichino sempre un determinato complesso di relazioni sociali e spaziali tra un osservatore e un osservato». Sono esaminati cinque casi: le periferie delle principali città dopo l’Unità, le colonie italiane nell’Africa orientale negli anni Trenta, il minor sviluppo del Meridione negli anni Cinquanta, gli ospedali psichiatrici prima della riforma degli anni Settanta; i campi nomadi dopo il 2000. Per la carattere multidisciplinare e pionieristico di questo saggio Forgacs ha vinto il premio «American Association for Italian Studies» 2014. Tra le pubblicazioni dell’autore, tradotte in italiano, «L’industrializzazione della cultura italiana 1880-2000», «Cultura di massa e società italiana 1936 -1954», entrambe dal Mulino.

Professor Forgacs, in che modo l’esclusione sociale contribuisce a determinare l’identità culturale di una nazione?

Le nazioni moderne si formano e si consolidano non soltanto con processi di inclusione ma anche con processi di esclusione. Tutti sappiamo quali sono i processi di inclusione: lo stato estende man mano a tutti i cittadini la possibilità di frequentare la scuola, di usare la lingua nazionale, di votare, di spostarsi da un luogo all’altro per lavoro, di usufruire dei servizi sanitari pubblici. Sono processi fondamentali per la definizione della società moderna e democratica. Ma allo stesso tempo le nazioni moderne si consolidano anche per un processo opposto, negando il pieno godimento degli stessi diritti ad interi gruppi di persone: le minoranze etniche, gli immigrati, i malati di mente, le persone disabili, i rom.

Ma l’esclusione sociale non è avvenuta in Italia per un progetto politico preciso.

No. Però ci sono casi in cui l’esclusione è effettuata tramite una politica ben precisa. Un esempio chiaro è l’esclusione delle popolazioni africane nel periodo del colonialismo. L’Italia ha creato in Libia e in Africa orientale tutta una struttura legale e una serie di prodotti culturali – libri, film, fotografie, vignette, canzoni, ecc. – che hanno rafforzato la sottomissione della popolazione nativa ai bianchi. Oppure, per citare un caso più recente: l’esclusione dei rom. Anche qui ci sono state in Italia, come in altri paesi europei, delle politiche ben precise di esclusione effettuate dai governi e da partiti politici.

In che modo fu costruita l’area di San Lorenzo, il più noto degli «slum» a Roma?

San Lorenzo non è un caso unico, anzi è un caso tipico di come si crea una zona periferica povera. Oggi San Lorenzo è un quartiere giovanile, pieno di locali notturni: pizzerie, birrerie, club. Invece cento anni fa era il quartiere più povero della città, con case sovraffollate, pessime condizioni igieniche e livelli molto alti di malattie e di mortalità infantile. Ciò che stupisce è che il quartiere è diventato una zona fortemente degradata nel giro di pochissimi anni dopo la costruzione delle prime case nel 1878. Molti quartieri poveri delle grandi città, non solo in Italia ma anche in altri paesi, seguono un percorso simile.

Lei illustra le condizioni inumane negli asili mentali negli anni '60-'70 ed esplora la storia del loro smantellamento ad opera di Franco Basaglia e Franca Ongaro. In che modo la fotografia esplora quel dramma?

La fotografia ha avuto un ruolo fondamentale nel diffondere la conoscenza di cosa erano realmente quei luoghi ma si è rivelata anche un’arma a doppio taglio. Il movimento di riforma portato avanti da Basaglia e gli altri psichiatri democratici mirava a cambiare la percezione pubblica del malato di mente. Egli andava visto non più come una persona da temere o da compatire ma invece come un cittadino con diritti uguali ai nostri, incluso il diritto alla salute e alla libertà di movimento. Rispetto a questi tentativi la fotografia di denuncia va però in un’altra direzione. Fa vedere il malato di mente come strano, abietto, «alienato». Lo fa per buoni motivi, per attirare l’attenzione al suo stato di esclusione, ma così facendo rafforza involontariamente la percezione di quelle persone come diverse, come «matte», e ciò contraddice il tentativo basagliano di mostrarle come i nostri simili.

Perché la sua alta ammirazione per Ernesto De Martino?

De Martino per me è stato un grande antropologo soprattutto per la sua capacità di spiegare le radici sociali ed economiche di comportamenti che altri consideravano meramente «primitivi», «esotici» o «folklorici». Prendiamo l’esempio della taranta pugliese. De Martino fece notare che le tarantate erano quasi sempre donne estremamente povere alle quali era stato impedito di sposare un uomo di cui si erano innamorate o che erano state costrette a sposare uno che non amavano. Allora la danza della taranta, una danza esplicitamente erotica in cui la donna a certi momenti comandava e controllava i musicisti maschili, era un mezzo culturalmente concesso a quelle donne per invertire simbolicamente i rapporti di potere di genere ed esprimere tutta la rabbia e la frustrazione della loro condizione sociale e sessuale.

Margini d'Italia di David Forgacs - Laterza, pag. 370,  euro 26,00

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