Arte-Cultura

Rigoletto vigilato speciale

Rigoletto vigilato speciale
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 Nell'ampio saggio «Parole e musica» compreso nel volume «Libretti d'opera e altri saggi» (Vallecchi, '74 e ora in «La musica in italiano», Rizzoli '97) Luigi Baldacci scriveva: «Resta in ogni modo accertato che il vero librettista di Verdi non fu Boito, ma il Piave, il quale non solo dette a Verdi il libretto più bello del suo teatro (“Rigoletto”) non solo fu il medium dell'operazione drammaturgica più culturalmente avanzata che il teatro d'opera avesse tentato fino allora nei confronti di Shakespeare (“Macbeth”) ma fu anche colui che più da vicino (cioè nella sostanza viva del linguaggio) riflettè la drammatica alternativa verdiana tra innovazione e conservazione». Eppure, vien da dire, non vi fu forse libretto più tribolato, più rivisto, più corretto e censurato di questo che Piave trasse, come si sa, da «Le roi s'amuse» di Hugo. A raccontare questa storia si accinse sette anni fa, o forse anche da prima, Mario Lavagetto ripubblicando i saggi che sotto il titolo di «Quei più modesti romanzi» raccoglievano la testimonianza - come egli scrive - «del mio amore per Verdi e della mia attenzione al lavoro dei librettisti». Amore e attenzione che ora si esplicita ancor meglio nel volume «Un caso di censura. Il Rigoletto» che Bruno Mondadori ha edito nella collana dei Saggi, facendo seguire alle pagine di Lavagetto la ristampa de «Il duca di Vendome», prima stesura del libretto di Francesco Maria Piave. La storia che Lavagetto ha narrato con straordinaria documentazione di testi, contesti e pretesti, si svolge lungo il cammino di una vicenda che da «Le roi s'amuse» andato in scena al Théatre Francais nel novembre del 1832, arriva al 1851, quando il buffone Triboulet divenuto Rigoletto calcherà per la prima volta le scene. Fino dal saggio introduttivo,

Lavagetto prospetta una lettura a segmenti politici, letterari e storici della vicenda. «Da qui il tentativo - scrive - di prendere un testo dotato di forte esemplarità e su cui la censura si accanisce astiosamente (Rigoletto) e di seguirne passo passo le varianti: a partire dall'archetipo («Le roi s'amuse» di V. Hugo) fino alle ultime rielaborazioni che deformano e stravolgono l'originale tanto da renderlo, in parte o in tutto, irriconoscibile (Viscardello, Lionello, Clara di Perth)». Intanto, dunque, quanto mai laborioso, è certo, ma estremamente prezioso per comprendere le ragioni del librettista, quelle di Verdi e quelle della censura. In sostanza, osserva Lavagetto, la vita di questo libretto deve destreggiarsi fra quattro rischi che possono uccidere il progetto e impedire a Verdi di conoscerlo e musicarlo. In primis «La censura avanza richieste e impone modificazioni che alterano l'equilibrio drammatico». Il librettista poi è costretto a conciliare e ridefinire tali modifiche imposte secondo il ritmo dei versi e le attese degli spettatori. In terzo luogo, fra un taglio, un aggiustamento e un cambio di personalità dei personaggi, «l'aria scritta per celebrare l'incostanza del libertino poteva così trasformarsi nella confessione di un amante fedele». E infine «La censura tende: a) a riscattare i personaggi; b) a modificare la valenza morale delle singole azioni. I due interventi sono complementari e si implicano a vicenda più precisamente, ferma restando la sequenza drammatica, il commentatore viene inserito a livello dei personaggi».

Insomma, un affare molto molto complicato. Al quale, tuttavia, Piave e Verdi si dedicano con molta buona volontà. Lavagetto è attentissimo e provvedutissimo nel seguire il dannato iter del libretto fin quando non abbia «ottenuto le permissioni della Polizia!». Verdi incalza Piave - la vittima incolpevole di tanta burocrazia e cecità: «Devo venire a Venezia o restare a Busseto!». E solo a fine gennaio del 1851 il povero Francesco Maria può scrivergli «Te Deum Laudamus! Gloria in excelsis Deo! Alleluja Alleluja! Mi par ancora di sognare. Avrai da ridere quando ti racconterò la storia dell'ultima mia battaglia!». Storia e preistoria dell'opera sono da meditare con molta attenzione e Lavagetto riesce a meraviglia ad istituire tutti i necessari raffronti, passaggi e profili di personaggi che s'alternano fra le tre «verifiche sui testi»: un lavoro quanto mai prezioso non solo per comprendere «Le roi s'amuse» e «Rigoletto», ma per penetrare nei segreti del pensiero censorio (se pensiero può essere definito!) delle sue preoccupazioni morali e politiche e dei tanti incredibili e penosi trucchi che permettano di sviare l'attenzione dello spettatore dei presunti riferimenti alla realtà. 
Del resto, Lavagetto riporta opportunamente in chiusura del proprio lavoro «Quasi un'epigrafe», un brano del rapporto di Luigi Freddi e Mussolini del settembre 1937 circa la realizzazione teatrale di «Rigoletto», «Tosca», «Aida» e «Cavalleria Rusticana» in una «Italia che pretende di stabilire una morale fra la razza bianca e quella di colore...». Come si vede, i tempi non erano molto cambiati. 
Un caso di censura Bruno Mondadori ed., pag. 179, 15
 

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