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Riscopriamo l'Accademia

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 L'Accademia Nazionale di Belle Arti di Parma apre al pubblico nel suo nuovo assetto, dopo i restauri e la risistemazione delle collezioni, più razionale ed attenta ai temi ed alle vicende dell’istituzione. 

Da questa settimana sarà possibile visitare gli spazi il martedì e il sabato dalle 9,30 alle 12,30.
 Domani, martedì,  alle ore 10, gli assessori alla cultura del Comune, Luca Sommi, e della Provincia, Giuseppe Romanini sanno presenti assieme ad accademici, amici e curiosi per festeggiare l’evento. 
Le origini dell’Accademia riportano alla scuola di pittura chiamata Lombarda che Don Filippo di Borbone volle convertire in istituzione accademica nel 1752, con tre corsi distinti di pittura scultura architettura e, come docenti, Giuseppe Baldrighi, Jean Baptiste Boudard, Ennemond Alexandre Petitot e Antonio Bresciani, artisti già attivi nel ducato.
 L’istituzione bandì famosi concorsi fino alla fine del secolo. Da ricordare la partecipazione al concorso di pittura del 1771 di Francesco Goya, che tuttavia si dovette accontentare di un secondo posto. 
La sua formazione è da inserire nei progetti di riforma portati avanti dal Segretario di Stato Guglielmo Du Tillot, negli anni del massimo fulgore, in cui la città divenne l’”Atene d’Italia”.
 Nei decenni che seguirono l’istituto accrebbe il suo prestigio, tanto da essere preso a modello da Caterina di Russia per il Liceo Artistico di Mosca. 
La riorganizzazione attuale dell’Accademia ripercorre nelle varie stanze, attraverso sculture e dipinti, le fasi più vivaci della sua storia, dalla prima stanza con le opere settecentesche, a quella dei paesaggi del secolo successivo, alle numerose presenze novecentesche tra le quali primeggiano i bozzetti dello Ximenes per il Monumento a Verdi, unica testimonianza rimasta di un grandioso progetto.
Le vicende della storia riportano poi a Maria Luigia la cui azione riformatrice diede all’Accademia nuovo vigore, con adeguati mezzi economici e nuovi apporti programmatici.
 Fu istituito l’insegnamento fisico-matematico per il conseguimento del titolo di ingegnere civile, architetto civile, perito-geometra.
 Con la morte della Duchessa, nel 1847, e l’avvento degli ultimi Borbone (1847-1858), nonchè l’inasprirsi delle lotte politiche relative alla conquista dell’indipendenza nazionale, l’Accademia si avviò fatalmente verso un declino imposto dal mutare dei tempi, del gusto e dal rinnovarsi dell’impostazione didattica.
 Nel 1877 con l’approvazione della Legge Coppino, verrà trasformata in Istituto di Belle Arti mantenendo in vita i corsi di pittura scultura e architettura, quest’ultimo verrà tolto definitivamente con la nascita del dottorato in architettura e dunque con l’istituzione di una facoltà universitaria con la Legge Gentile.
Con la sua sede rinnovata, collocata nel Palazzo adiacente la Pilotta, in stretta relazione con l’Istituto d’Arte, Paolo Toschi, l’Accademia Parmense, il cui ultimo statuto è stato emesso nel 1973 stabilendo che le finalità primarie debbano essere la pratica, la diffusione e la valorizzazione dell’arte, si rinnova. Dotata di un catalogo edito da Mup di quasi 400 pagine, uscito sotto l’egida del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Accademia di Belle Arti e Soprintendenza al Patrimonio Storico Artistico e Etnoantropologico di Parma e Piacenza, sotto la guida dell’attuale presidente Marzio Dall’Acqua, apre i propri spazi al pubblico, come momento di incontro e di conoscenza di un patrimonio di notevole interesse per la storia della città.
Tra le opere visibili è possibile un excursus dentro il ritratto, in particolare l’autoritratto tra Otto e Novecento in un mix di tecniche e stili.
 Dalla pittura romantica ottocentesca di Luigi Marchesi e Carlo Raimondi allo splendido carboncino di Martino Jasoni del 1922 in cui l’artista racconta, in un sol foglio, se stesso e la propria vita negli anni newyorkesi. C'è poi Giuseppe Bonaretti, insegnante al Toschi, con gli allievi del corso di scenografia, in un’opera intenti a discutere con il maestro ed in un’altra chini sui fogli da disegno.
 Ci sono gli autoritratti dei Barilli, Renzo e Latino, quest’ultimo con un «quadro di famiglia» raffigurante oltre lo stesso Latino, Bruno che rientra a casa e Arnaldo che legge, in una sintesi visiva di pittura, letteratura e musica. C'è poi un bell'autoritratto in bronzo patinato di Luigi Froni, che racchiude la poetica dell’artista attraverso una deformazione espressionistica volta a scavare nell’io.
 Fanno parte di questo singolare percorso Vincenzo Vernizzi, Giovanni Voltini, Renzo Dall’Asta con una delle sue opere dove l’ironia si incontra coi drammi dell’essere, fino alle recenti donazioni di Amerigo Gabba e Claudio Spattini, del dicembre 2009. Il primo presente con un autoritratto d’inizio anni Cinquanta ed uno del 2007, il secondo con due opere, del 1948 e del 1970 che mettono a confronto anche l’evolversi dell’impianto pittorico. Si prevedono ulteriori incrementi della Galleria delle Arti, in uno scorcio emblematico dell’evolversi della pittura d’immagine nell’area parmense, dove il filone di tradizione ha trovato una costante, pur rinnovata, in tutto il Novecento.
STEFANIA PROVINCIALI

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