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Voce d'angelo e del mito

Voce d'angelo e del mito
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La vita e le opere, ma soprattutto i miracoli: la sua voce, il suo stile, quell'essere diva e schiva ch’è somma destrezza d’artista. E’ un «coup de théâtre» - non una marcia a tappe forzate in certa pedanteria biografica - la mostra dedicata a Renata Tebaldi che s'inaugura oggi alle 11  al Castello di Torrechiara. Per lei, soprano dei soprani, s'aprono le porte della rocca che «altiera et felice»  eresse Pier Maria Rossi nel cuore del Quattrocento. «Un Castello per la Regina», questo il titolo della mostra che evoca il mito attraverso il documento: tutti originali i costumi di scena, gli abiti da gran sera, i gioielli e i bozzetti esposti nelle 16 sale dell’allestimento realizzato da Comitato Tebaldi e Teatro Regio di Parma d’intesa con Comune di Langhirano e Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggisti di Parma e Piacenza. Nata a Pesaro nel 1922, ma langhiranese di fatto, Renata Tebaldi fu acclamata nei maggiori teatri del mondo. Dalla Scala al Metropolitan: a New York, dove la mostra verrà presentata a settembre (con anteprima il 15 marzo alla presenza di Riccardo Muti), fu lei la «star»  incontrastata, la più amata. Eppure la diva, che tutto aveva per essere irraggiungibile, mai scordò la terra della propria giovinezza, la parlata aperta e cordiale, la città di Parma dove aveva studiato al Conservatorio Arrigo Boito e la solida casa nella piazza di Langhirano. Bella e raffinata, Renata Tebaldi non teatralizzò mai se stessa. Un’antica saggezza, forte come il legame con sua madre, la mise al riparo da flash meschini e scoop da rotocalco: non divenne un’icona mondana. La mostra curata da Alfredo Corno all’interno del Castello di Torrechiara non è stata concepita come nostalgico album dei ricordi dal primo vagito al dì supremo della scomparsa (19 dicembre 2004) né costringe il visitatore a estenuanti allenamenti cronologici. Non serve: perché Renata Tebaldi è già regina quando entra nel maniero e la sua gloria - sfarzosa ma non violenta - inonda le sale del Castello. Da subito, nell’atrio, ci si accorge che i riflettori saranno puntati su una stella. Lo preannunciano i bauli che hanno accompagnato Renata in tutto il mondo, mentre si ascolta la Preghiera dal Mosè di Rossini diretta da Toscanini in occasione del concerto per la Scala ricostruita (11 maggio 1946). Si accede poi al Salone degli Stemmi, dove sono la classe e la femminilità dell’artista a creare l’atmosfera: in mostra inarrivabili capi d’alta moda come quello indossato per il Requiem verdiano diretto da De Sabata, oltre a cappellini, borsette, portacipria e portarossetto di rara fattura. Il costume di Leonora per la Forza del destino (disegnato da Nicola Benois per l’edizione scaligera 1954-55) dà il benvenuto al visitatore nella Sala della Vittoria, dove due vetrine contengono le più importanti onorificenze ricevute dall’artista. Poi, di sala in sala, si susseguono altri costumi, altre emozioni, altri ascolti di Voce d’angelo. L’abito di Alice in Falstaff, quello di Margherita nel Mefistofele di Boito (su bozzetto di De Chirico), il mantello rosso trapuntato d’oro e gemme che la Tebaldi indossò per Giovanna d’Arco e il costume per Don Carlo donato dal mitico Carlo Bergonzi, «principe fra i tenori». E ancora gioielli e bijoux da favola, fra cui un magnifico tigrotto portafortuna assai caro al soprano. Orecchini, collane, occhiali, una lettera della Callas, le creazioni di Corbella per Tannhäuser e Traviata al San Carlo di Napoli, il costume di Violetta morente e, nella Sala di Giove, il trionfo di un’altra diva: Tosca. Diademi, trucchi di scena di proprietà personale dell’artista, piccoli oggetti scaramantici raccontano della «regina in camerino»: finché, nella Cappella di San Nicomede, rinasce magicamente il I atto di Tosca, ambientato - com'è noto - in una chiesa; lì si ascolta rapiti il celebre duetto Tosca-Cavaradossi nell’interpretazione di Renata Tebaldi e Giuseppe Di Stefano. Un grande letto a baldacchino, nella Sala della Torre del Leone, evoca amore e morte nell’accezione verdiana di Otello, in sottofondo Desdemona e la «Canzone del salice»: c'è pure un costume di Del Monaco. Alla Manon Lescaut di Puccini è invece dedicato il Salone degli Acrobati, con quattro costumi dal primo all’ultimo atto, quando la protagonista muore lacera fra le braccia di Des Grieux. La Camera d’Oro, splendidamente affrescata, ospita Aida. Ma l’itinerario continua con Bohème, Fanciulla del West, Madama Butterfly (esposto lo spartito con gli appunti della Tebaldi), Adriana Lecouvreur, Fedora. L’ultima sala è dedicata alla visione di filmati e testimonianze di inestimabile valore storico. E' grazie ai fondi della Protezione Civile dell’Emilia Romagna e all’interessamento della Direzione regionale per i beni culturali che si sono svolti i lavori di consolidamento e ripristino strutturale del Castello di Torrechiara dopo il sisma del 2008. Le opere sono state progettate e dirette dal soprintendente Luciano Serchia. Da oggi riapre anche l’intero percorso di visita del Castello. Madrina d’eccezione una regina: Renata Tebaldi.

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