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Colori carichi di golosità

Colori carichi di golosità
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Tra i parmigiani

Pozzi, Zoni,

Padova,

Bavagnoli

Spattini e Bocchi

 

E’ da otto secoli che a Parma convivono in un seducente intreccio di spirito e materia l’arte e il cibo: un binomio che iniziamo a trovare nelle opere dell’Antelami ed è proseguito nei secoli con significati diversi, passando dalla simbologia legata ai testi sacri alla golosità stuzzicante dei piaceri della tavola, alla rigogliosa bellezza della natura.

Così in questa annata, che grazie all’Expo ha visto protagonista sul palcoscenico internazionale il cibo nelle sue varie declinazioni nutrizionali, produttive e di immagine, anche la Fondazione Cariparma ha voluto contribuire a questa campagna di sensibilizzazione culturale con la significativa mostra, in corso a Palazzo Bossi Bocchi fino al 13 dicembre, «Il cibo, l’arte e la storia nelle collezioni d’arte della Fondazione Cariparma», curata da Francesca Magri e da Nicoletta Moretti come l’agile catalogo edito dalla Grafiche Step con la presentazione del presidente della Fondazione Paolo Andrei.

Parma, infatti, ha il privilegio di trovarsi in una zona agricola per eccellenza come testimonia già nel primo secolo dopo Cristo il grande epigrammista Marziale che ha scritto «La Puglia ha il primato dei velli, viene seconda Parma». Il Boccaccio nel «Decamerone» colloca nella godereccia Bengodi una «montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato» e nel «Libro di Cocina», sempre del XIV secolo, si dà la ricetta della «Torta parmigiana» fatta col porco, casci freschi, casci passi, uova, pollastrelli e capponcelli, tutti prodotti della nostra terra.

I prodotti agricoli e suinicoli vengono esaltati nei «Mesi» scolpiti in Battistero da Benedetto Antelami e qui riprodotti in fotografia all’inizio del percorso espositivo: c’è Giugno che miete il grano col falcetto, Settembre che vendemmia e nel segno zodiacale dell’Acquario penzolano gli insaccati di carne di maiale, prelibati salumi tipici del Parmense.

La simbologia di carattere religioso dei frutti è molto diffusa nel Rinascimento: nella soave immagine della Madonna col Bambino, dipinta con preziosa raffinatezza da Cristoforo Caselli alla fine del Quattrocento, compare un ramo di verdi mele che alludono alla missione redentrice di Gesù.

Verso la fine del Cinquecento alcuni artisti fiamminghi hanno iniziato a dipingere scene aventi come soggetto prevalente carni, pesci o verdure e nelle quali la presenza dell’uomo risulta secondaria.

All’inizio del Seicento, Caravaggio e altri lombardi hanno tolto la figura umana dando vita a quel genere di pittura che più tardi è stato da noi definito impropriamente «natura morta» pessima traduzione dell’olandese «stilleven»: «natura in posa».

Infatti la natura dipinta è tutt’altro che morta; nel periodo barocco è un trionfo del gusto, della vista, dei sensi. Ed è la cacciagione a dominare la scena perché la caccia era riservata ai nobili, ai ricchi. La lepre è il trofeo mostrato dall’olandese Dirk Valkenburg (1701) con un vaso mediceo sullo sfondo mentre il piacentino Felice Boselli affolla le sue tele di vari tipi di selvaggina in atmosfere brunite e con la silenziosa presenza di cani e gatti vivi dagli occhi golosi. Più luminose sono le nature morte secentesche come quella, piccola ma vivacissima di colori e movimenti, di Pietro Navarra.

Il parmigiano Donnino Pozzi e il livornese Giovanni Bartolena documentano il secolo scorso. Nei Paesi Bassi nel Seicento la natura morta ha assunto spesso significati moraleggianti. Lo vediamo nel dipinto di altissima qualità di Peter Claesz (1640-60) in cui vicino al bicchiere pieno ce n’è un altro rovesciato, vuoto per indicare la precarietà della situazione esistenziale. In Italia non ci sono questi aspetti moraleggianti.

Giuseppe Recco, straordinario protagonista della scuola napoletana, trasforma i pesci ammassati su un tavolo in una magica sinfonia di riflessi luminosi. Nelle Fiandre sotto la spinta dei Brueghel si diffondono le nature morte con fiori come quella dell’ignoto artista che con leggerezza rococò pone tulipani, peonie, campanule, gigli dentro vasi di vetro con virtuosistica abilità.

Nell’Ottocento Giovanni Segantini dipinge un capolavoro di poetico realismo nel «Cestino di fichi» posato su una tovaglia bianca che esalta le variegate tonalità dei verdi e la morbida tattilità dei frutti. Il linguaggio pittorico del secondo Novecento risente dei movimenti apparsi sulla scena europea. Bruno Zoni costruisce le sue composizioni con un segno carico di energia e di luminosa sensualità mentre Spattini le solidifica nella morbidezza della materia.

Il cibo si lega al mercato che a Parma nell’Ottocento si svolgeva nella Piazza Grande (oggi Garibaldi) come descrive con ricchezza di particolari il piacevole dipinto di Giuseppe Boccaccio, caposcuola del paesaggismo parmigiano, con le ortolane sedute dietro i cesti e i banchi posizionati negli appositi spazi. Cucinato, il cibo si trova nelle osterie; David Teniers il giovane, genero di JanBrueghel il Vecchio,ha descritto con pittoresca simpatia questi ambienti disadorni frequentati da contadini goderecci.

Palpitanti, nitide, indimenticabili immagini in bianco e nero delle osterie nostrane degli anni Cinquanta ci ha lasciato Carlo Bavagnoli definito da Attilio Bertolucci «ritrattista principe e vedutista della città e del contado e della sua varia umanità»: uomini col tabarro, donne dai capelli bianchi col bicchiere in mano raccontano una Parma ancora ricca di calore umano. Il mercato, gonfio di cassette di frutta e verdura, si è spostato in piazza Ghiaia e i negozi dei macellai grondano di polli e quarti di bue, che Goliardo Padova dipinge con un senso tragico di carne e di sangue che richiama Soutine.

Amedeo Bocchi, invece, nella magica «Colazione sull’erba» intriga per la presenza esclusiva delle donne (tre) e delle mele con evidenti richiami alla mela quale frutto della seduzione e alle tre grazie, tre giovani affascinanti accarezzate lentamente da una avvolgente luce calda e sensuale.

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