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Arte-Cultura

Mitico Simon Boccanegra

Mitico Simon Boccanegra
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di Gian Paolo Minardi

Il riscontro positivo ottenuto dall’iniziativa del nostro giornale di proporre esecuzioni discografiche significative delle opere presentate nell’ultimo Festival Verdi ha incoraggiato la continuazione della stessa anche per il cartellone della stagione lirica, con l’offerta di due testimonianze scelte nell’ampia discografia di «Simon Boccanegra» e di «Werther». Per quanto riguarda la prima opera  (il doppio cd del «Simon Boccanegra» sarà in vendita da giovedì con la «Gazzetta» a 12 euro più il prezzo del quotidiano) la scelta è caduta su un’esecuzione registrata dal vivo al Metropolitan di New York nel 1960, diretta da Dimitri Mitropoulos, con F.Guarrera, G. Tozzi, Z. Milanov, E. Flagello e uno straordinario Bergonzi, scelta resa oltremodo coinvolgente soprattutto per la presenza di un grandissimo direttore qual'è stato Mitropoulos. Anno fatale quel 1960 per il direttore greco che morirà il 2 novembre alla Scala mentre provava la Terza Sinfonia di Mahler. Una morte annunciata: nonostante i medici gli avessero prescritto una lunga convalescenza dopo il grave attacco di cuore avuto nel gennaio del 1959, il direttore si era rituffato troppo presto, con il suo irrefrenabile entusiasmo, nel lavoro. Una fine che siglava quasi emblematicamente il senso di un’esistenza, di quel suo modo di vivere la musica senza risparmio che si incarnava con accensione irresistibile nell’atto interpretativo. In questo senso artista unico, dai tratti persino leggendari, in quella stessa sua figura, alta, stagliantesi con movimenti dinoccolati ed insieme sprigionante un senso di energia irresistibile, quelle sue mani enormi, rapaci, che pareva plasmassero la musica direttamente, come quelle di uno scultore che va dando vita alla creta; dirigeva senza bacchetta, infatti, così come non teneva mai davanti a sé la partitura: «Forse che un domatore entra nella gabbia con un libro su come domare i leoni?». Come Furtwaengler, anche Mitropoulos non era uno di quei direttori che «battono il tempo»; il suo era un gesto imprevedibile, che mirava ad andar oltre, a segnare certi momenti nodali, a sottolineare particolari meno evidenti, essenziali però per dar senso alla nervatura, accensione alla visione .   La musica era un demone che si era insinuato nella sua vita fin dalla primissima età. Trasferitosi da Atene a Bruxelles per continuare i suoi studi di composizione approderà nel 1921 a Berlino, per perfezionarsi come pianista con Busoni il quale lo incoraggerà a dedicarsi con più decisione alla direzione d’orchestra. Carriera che andrà sviluppandosi lungo un percorso contrassegnato da approdi prestigiosi fino a quello di New York: dapprima alla prestigiosa Filarmonica quindi, dopo aver lasciato il posto al giovane Bernstein, intensificando la sua collaborazione con il Metropolitan. A quel periodo sono legate alcune realizzazioni indimenticabili, come quella di «Eugene Onegin» e di «Un ballo in maschera». Entro l’ampio quadro delle sue scelte posizione di spicco è quella occupata da Verdi di cui la discografia ci conserva rare testimonianze: «La forza del destino» (Firenze 1953), «Un ballo in maschera (New York 1955), «Ernani» ( New York 1956 e Firenze 1957), «Simon Boccanegra» (New York 1960) e di nuovo «La forza del destino» (Vienna 1960). Con Verdi Mitropoulos ha potuto mettere a fuoco il suo straordinario temperamento drammatico, fatto di accensioni vivide e di stringente rigore; un singolare intreccio di visionarietà e realismo che pareva trovar particolare riscontro con il «far breve» verdiano, tanto sollecitante da indurre il direttore a scorciatoie persin troppo drastiche, come i tagli e i sovvertimenti apportati a «Ernani» e pure alla «Forza», dove nella proposta viennese del 1960 trasferì addirittura la Sinfonia come intermezzo tra il primo e il secondo atto (seguendo una pratica instaurata da Bruno Walter). Ma questo era il tratto che forse più distingueva Mitropoulos dagli altri direttori, quello di non riconoscere in nessun brano, anche il più consolidato, il peso di una tradizione ma di considerarlo fonte di sempre nuove avventure; non affrontate tuttavia spavaldamente né arbitrariamente ma sempre centrate, nell’essenzialità della visione strutturale: come ha detto D’Amico riguardo quel Preludio di «Ernani» che rimane uno degli esempi più folgoranti dell’arte di Mitropoulos, «tutto portato all’incandescenza, ma sempre a raggiungere il cuore dell’invenzione, ad autenticare la sua identità». Intuizioni che il riascolto di questo « Simon Boccanegra» rende quanto mai lancinanti: anche in quei piccoli tratti, la violenza di uno sforzato, il peso di un’accentazione (le voci fuori scena durante «Il lacerato spirito»!) che rivelano il senso di stringatezza che sospingeva Verdi a svelare il dentro delle cose, al di là della fatalità della storia. Contrasto questo, tra l’interiorità degli affetti e il peso della storia che costituisce il centro del «Simon Boccanegra» e che Mitropoulos attiva con una tensione quasi espressionista, nello stacco coloristico, timbrico in particolare - la cupezza che grava sugli animi, e ancora il senso apocalittico che avvolge la grane scena del Consiglio contro la trasparenza dell’evocazione marina - in cui sembra riverberarsi il rapinoso stravolgimento di quel «Wozzeck» che aveva rappresentato un momento fondamentale nella carriera del grande direttore, quel «Wozzeck» che nel 1952 aveva presentato a Milano, scontrandosi con l’incomprensione di un pubblico che Mitropoulos si trovò nella necessità di arringare, pregandolo di rimandare alla fine dell’opera il dissenso. Pagina non proprio esemplare nella storia della Scala. 

 

 

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