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Gauguin viaggio verso l'innocenza

«Racconti del Paradiso», opere al Museo delle culture di Milano in mostra fino al 21 febbraio. Il mito di Tahiti vissuto attraverso un'originale ricerca espressiva

Gauguin viaggio verso l'innocenza
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Non poteva essere che lui ad inaugurare a Milano la stagione delle mostre al Museo delle Culture, Paul Gauguin instancabile squattrinato giramondo alla ricerca del primitivo, dell’incontaminato, del nucleo più autentico delle cose. «Osservate l’immensa creazione della natura – ha scritto nel 1885 – e scoprirete che esistono leggi cui fa capo il formarsi di tutti i sentimenti umani con i loro aspetti sempre diversi eppure simili negli effetti». E la sua vita è stata una continua, ossessiva ricerca spirituale e artistica che l’ha portato a superare l’impressionismo e cercare un linguaggio innovativo che attraverso campiture di colori densi e teneri, senza ombre, esprimesse armonie senza tempo con risonanze affettive e musicali nelle quali immetteva la sua forte carica sensuale. E il suo fluente linearismo e le sue libere campiture bidimensionali hanno trovato una prosecuzione dell’Art Nouveau e nei Fauves. Il suo destino di viaggiatore verso mondi con civiltà primitive è stato segnato fin dalla prima infanzia perché nel 1849, quando aveva solo un anno, il padre Clovis, giornalista con idee repubblicane, ha dovuto lasciare la Francia e con la famiglia si è imbarcato verso il Perù, dove viveva uno zio della moglie Aline Chazal: durante il viaggio purtroppo Clovis decedeva. Nel 1855 i Gauguin tornavano in Francia e quattro anni dopo si trasferivano a Parigi. Paul sognava di viaggiare per conoscere le altre civiltà e a 17 anni si imbarcava come marinaio. Nel ‘67 mentre compiva il giro del mondo moriva sua madre e gli veniva affidato come tutore il fotografo e collezionista di quadri Gustavo Arosa che gli trasmetteva la passione per l’arte; così a 23 anni iniziava a dipingere e lo farà per tutta la sua travagliatissima esistenza: si sposava con la danese Matte Sophie Gad e aveva cinque figli; diventava agente di borsa restando disoccupato col crack del 1883; la famiglia si trasferiva a Copenaghen e lui faceva qualche lavoretto che gli rendeva poco. Così iniziava una nuova vita che è corsa su due binari: quello della pittura - che l’ha portato vicino a Pissarro e Cézanne, agli impressionisti e infine a Van Gogh - e quello della ricerca di un luogo in cui stabilirsi: Parigi, la Bretagna (1886), Panama e la Martinica (’87), Pont Aven (’88), Parigi, Tahiti (’91), Parigi (’93), Tahiti (’95), Isole Marchesi (1901) dove è morto a 55 anni. Un’esistenza convulsa, economicamente disagiata per la difficoltà di vendere opere così innovative, ma vissuta sempre con grande intensità, con sguardo partecipe, con appassionata attenzione alle culture locali come emerge da questa straordinaria mostra in cui viene dato risalto anche alla produzione di ceramiche che risentono dell’intreccio con le altre culture. Una rassegna di grande spessore (aperta fino al 21 febbraio) intitolata «Gauguin - Racconti dal Paradiso», prodotta da 24 Ore cultura in collaborazione col Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen da cui arrivano ben 35 dei settanta lavori esposti tra olii, disegni e ceramiche con alcuni capolavori mai visti in Italia. L’hanno curata Line Clause Pedersen e Flemming Friborg ai quali si deve pure l’elegante catalogo edito da 24 Ore cultura e dal Mudec. E’ lui che ci accoglie, sospendendo di dipingere e guardando incuriosito: appare tranquillo, consapevole della sua forza interiore «perché non sono mai fuorviato dagli altri e faccio quello che sento dentro di me»: così ha scritto da Tahiti alla moglie nel 1892; e vicino a lui c’è, sommo capolavoro, la «Donna tahitiana con fiore» dipinto un anno prima, nel quale l’artista sottolinea l’intrecciarsi di due culture in quanto la ragazza indossa un abito europeo mentre dietro di lei fluttuano tropicali gardenie stilizzate. L’amicizia con Pissarro viene sottolineata con due opere del più anziano artista che mostra la sua vicinanza al divisionismo con tocchi brevi e rapidi mentre i «pattinatori» e i «pioppi» di Gauguin sono realizzati con pennellate più lunghe, incisive e i cieli sono inquieti di nubi. Intrigante è il confronto fra una corposa «Natura morta con mele» di Cézanne e il rigoglioso «Cesto di frutta» scolpito nel legno da Gauguin utilizzando un seicentesco pomolo di caposcala. La moglie Mette la conosciamo in un ritratto a matita in cui traspare soavemente la sua bellezza interiore e esteriore mentre nel più tardo ritratto a gesso di Madame Genoux, l’arlesiana ha un’espressione molto più marcata esteriormente. Ritratto e nudo si uniscono nel plastico «Nudo di donna che cuce» (1880), capolavoro di sottili vibrazioni luminose che accarezzano la protagonista e gli oggetti. Altro rilevante capolavoro, ma completamente diverso per concezione, è l’«Autoritratto con Cristo giallo» (1890) in cui l’artista ci osserva ponendosi tra due sue opere, il «Cristo giallo» e il «Vaso a forma di maschera grottesca», entrambi riflettenti la sua immagine. Come si nota nei suoi lavori, l’idea di primitivo coincide con un’espressione volutamente semplice, quasi elementare. E questo lo ritroviamo negli olii, nei disegni e nelle sculture in cui racconta il mondo, la natura in modo del tutto personale, siano una spiaggia della Martinica o i dintorni di Arles o un parco di Papeete in cui si danza intorno al fuoco. E la dolcezza estenuata di morbide forme, di seducenti colori, di suoni e profumi afrodisiaci permea negli ultimi anni le tele tahitiane magiche di splendore e mistero.

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