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Torelli, i racconti di un inviato molto speciale

Presentato il libro scritto con Stefano Rotta da sabato in edicola abbinato alla «Gazzetta»

Torelli, i racconti di un inviato molto speciale
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«Giorgino ci porta sempre buone notizie»: così Indro Montanelli accoglieva al ritorno da una delle sue avventure giornalistiche Giorgio Torelli. «Sì, perché chi scrive deve anche portare speranza, conforto. Sui giornali ci sono tante brutte notizie: ecco, io ho scelto di essere il correttivo, di essere come un botteghino dell'anguria, dell'acqua fresca, della granatina per rinfrescare i lettori». Lettori che devono essere rimasti contenti del servizio ricevuto: «In 10 anni al “Giornale” mi hanno scritto 3 mila lettere. Le conservo ancora, in tre bauli, per rispetto a chi me le scrisse». Di questo e tanto altro Torelli ha parlato ieri nella sala conferenze dell'Unione parmense degli industriali in occasione della presentazione del libro-conversazione «Inviato molto speciale», scritto con Stefano Rotta e in vendita da sabato con la «Gazzetta di Parma». Oltre a Rotta («abbiamo in comune la sana curiosità verso gli altri, quella che cerca il punto di forza nel prossimo non il suo punto debole»), era presente anche il direttore della «Gazzetta», Michele Brambilla: «Quando a 17 anni decisi di diventare giornalista, mia zia Luisa mi regalò un libro, “Avanti adagio, quasi indietro”. L'autore era Giorgio Torelli. Fu il primo libro scritto da un giornalista che lessi. E ora sono qui, onoratissimo. Perché tutti coloro che hanno voluto fare il giornalista avrebbero voluto fare il giornalista come lo ha fatto lui». Cioè vedendo il mondo, conoscendo chi lo abita, potenti e non, famosi e non, e poi raccontarne. Quindi la cavalcata dei ricordi è partita mentre su un grande schermo passavano bellissime foto in bianco e nero (le stesse che illustrano il libro allegato alla «Gazzetta») legate a incontri strepitosi - da Paolo VI a re Hussein, da Sophia Loren a Gregory Peck - in luoghi leggendari. Ma Torelli, affabulatore con le parole e con il cuore, ha preferito soffermarsi sugli appuntamenti più intensi, umanamente più ricchi ed emotivamente più coinvolgenti. Ecco quindi il dottor Albert Schweitzer intervistato nella foresta pluviale del Gabon per «Grazia», una rivista femminile raffinata (tiratura da mezzo milione di copie), che all'epoca leggevano anche i mariti: «Il suo ospedale non aveva nulla di bianco. Era tutto di legno, colorato, i parenti dei malati cucinavano i coccodrilli. Lui, instancabile di giorno, la sera per rilassarsi suonava Bach con un organo che teneva chiuso in una specie di teca di latta per salvarlo dalle formiche voracissime». Poi un altro medico, un italiano che teneva in piedi da solo un presidio ospedaliero illuminato a lanterne tra il Kenya e la Somalia, «un territorio grande come Piemonte e Lombardia in cui era il solo dottore: lo raggiunsi con il vescovo del luogo che poi, emozionato da quello che aveva visto, ebbe addirittura un infarto (e qui c'è il racconto nel racconto: il salvataggio dell'alto prelato, ndr). Un medico che era come un orso: ma questo è il bello, riuscire a convincere qualcuno a parlarti, ad avere fiducia». Quando il servizio fu pubblicato scrissero al medico 2 mila persone. Compresi gli alpini, colpiti da una sua foto con il loro cappello: «Sei un fesso, cosa ci fai lì? Qua sì che faresti i soldi. Comunque: cosa ti serve?». E gli mandarono i soldi per costruire un asilo destinato agli orfani dei guerriglieri. Un ricordo anche per Krizia, la stilista morta a 90 anni pochissimi giorni fa: «Cercava una buona causa per fare del bene: le portai un missionario, Camillo, che dalla Val di Non era approdato in una landa a 800 chilometri dalla costa africana, un nuovo Robinson Crusoe che da inesperto era diventato falegname, meccanico, carpentiere, idraulico. E cacciatore: si era costruito un fucile grazie a un manuale della Hoepli. Aveva abbattuto 50 bufali. Poi li aveva macellati e la carne la teneva in un freezer alimentato con i gas della stalla. Predicava in swahili. Con la donazione della stilista comprò poi un trattore su cui aveva piazzato una grossa K...». Molta Africa nei racconti di Torelli: «Anch'io sono perplesso davanti ai barconi, ma dentro ci sono persone che vivono in condizioni inimmaginabili. Lo predissi, all'epoca: un giorno arriveranno qui camminando sull'acqua». Un pensiero natalizio: «Il presepe non va solo fatto, va anche testimoniato».

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