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Goya e la sua inquieta modernità

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Gianni Cavazzini

La personalità, umana e artistica, di Francisco Goya suscita,  ancor oggi, in chi accosta la sua opera impressioni di meraviglia e  di sgomento. Meraviglia per l'opportunità di vedere da vicino (sia  pure dalla campionatura di un toccante dipinto o di una stupenda incisione) uno dei più geniali talenti che abbiano abitato  nei secoli le regioni dell'arte pittorica. Sgomento per la difficoltà  di legare il suo messaggio poetico ai confini, necessariamente  limitativi, del suo travagliato tempo storico. Poche figure, nella  storia dell'arte, hanno dato vita a un mondo poetico così contrastante, tale da superare, ad una «visione del dopo», le rigide  divisioni delle epoche temporali: dalla grazia maliziosa del XVIII  secolo (in cui era nato) alle grandi e rivoluzionarie correnti  artistiche dispiegate nell'ottocento: e infine (si può  dire ora, con il  corredo di un definito giudizio storico) le premonizioni di quell'idea di modernità  che si dischiude lungo il corso tumultuoso del  secolo ventesimo.

Per queste premesse  si possono capire le brucianti attese che  animano gli appassionati d'arte e di cultura all'annuncio della  grandiosa mostra che si apre oggi negli  spazi di Palazzo Reale a Milano: «Goya e il mondo moderno», a  cura di Valeriano Bozal e Concepciòn Lomba, aperta sino al 27  giugno 2010, catalogo edito da Skira. Se è vero, infatti, che fu lui,  Francisco Goya y Lucientes, un figlio della sua terra fino al punto  da identificarsi, totalmente e senza riserve, con l'anima stessa  della Spagna, con la sua passionalità e con la sua inquietudine, è  anche vero che egli maturò, in piena solitudine spirituale rispetto alla cultura a lui contemporanea, quella visione poetica  che, per immediatezza di sentimento e modernità di linguaggio,  ha contribuito a definire, con riferimento ai singoli movimenti  stilistici, alcuni filoni primari dell'arte del XIX e del XX secolo:  Impressionismo, Simbolismo, Espressionismo, Surrealismo.

E  così, al centro di questo straordinario, e irripetibile, progetto  espositivo realizzato in collaborazione con la Sociedad Estatal  para la Acciòn Culturale Exterior di Madrid, in coincidenza con il  semestre spagnolo di Presidenza dell'Unione Europea, ci sono -  come ha lasciato scritto José  Ortega y Gasset - «tutti i temi divini,  umani, diabolici e fantasmatici trattati da Goya nel corso della  sua esperienza creativa: visionaria, ermetica e crudele». Ed è  l'idea, questa, che si proietta nel cuore della modernità, sugli  stilemi dei grandi artisti contemporanei: da Delacroix a Klee, da  David a Kokoschka,  da Klinger a Picasso,  da Kirchner a Pollock, da Guttuso a de Kooning, Partendo dall'analisi delle tematiche care al pittore aragonese - l'immagine  della nuova società, l'espressione della soggettività, la reazione  gestuale, la violenza - la rassegna propone un inedito confronto  tra Goya e il mondo moderno di cui il pittore è stato geniale  anticipatore: come uomo e come artista. La presenza dell'irrazionalità, l'importanza del corpo, il terrore, la costanza della paura, sono solo alcuni degli aspetti della  nuova società su cui quadri, disegni e incisioni di Goya proiettano una luce intensa e riconoscibile. Per cui non sono pochi, fra  i grandi artisti della nostra epoca, quelli che hanno trasformato  la pittura del sommo spagnolo in un punto di riferimento concettuale ed estetico per il nostro presente.

Ed è così che si danno  convegno, nelle sale di Palazzo Reale, a corona delle magiche  creazioni  di Goya,  un gran numero di capolavori dell'arte con temporanea. La mostra è ripartita in cinque sezioni. La prima («Il lavoro del  tempo. I ritratti») accende la luce sui misteri dell'animo umano.  Ecco quindi, di Goya, il famoso «Autoritratto» del 1815, venuto  dal Museo del Prado di Madrid, contornato da altri ritratti di  esponenti della società spagnola e messo a confronto con le opere  dei «campioni della modernità»: Picasso su tutti, e naturalmente, con «Donna con mantella», 1917, venuta dal museo di  Barcellona; e quindi Delacroix, David, Soutine, Nolde, Kitaj,  Schönberg. La seconda sezione s'intitola «La vita di tutti i giorni». E qui l'avvio è ancora di Goya con uno dei suoi capolavori:  «La lattaia di Bordeaux, 1926. E' uno degli ultimi quadri del  maestro spagnolo: nel malinconico tramonto della sua vita,  un'immagine di fanciulla ridesta in lui una limpida vena di  poesia che si fa luce radiosa, colore tenero e chiaro, trepida  dolcezza di forme, sfiorate dalla nostalgia di una felicità perduta.  E a confronto, con il corrosivo  Daumier  («Gli avvocati», 1860) c'è  la sorpresa di Victor Ugo, disegnatore sommo, oltre che romanziere indimenticabile. Segue «Comico e grottesco», un tema  proprio «da Goya»: con una serie di fogli crudeli e sconvolgenti,  disegni e incisioni che dettano il passo alla storia.

Un messaggio  allarmato che viene raccolto da Klinger, da Ensor, da Rouault,  Kubin, Klee, Masson, Mirò: e infine da Henri Michaux, con i suoi  arditissimi automatismi gestuali. «La violenza» sommuove, nella quarta sezione, la «memoria  delle pitture nere». Qui Goya si conferma, veramente, un precursore dell'arte contemporanea, capace di rappresentare la  natura umana senza un minimo di compassione o commiserazione. E sono opere tragiche, indimenticabili: come «La decapitazione», concessa da una collezione privata madrilena. Le  risposte moderne sono di George Grosz, Pablo Picasso, Otto Dix,  Kathe Kollwitz, Julio Gonzàlez, Salvador Dalì, Renato Guttuso. Infine «Il grido»: l'allarme ultimo lanciato da Goya alla nostra  epoca e ripreso dagli artisti della nostra contemporaneità: Alberto Giacometti, Francis Bacon, Jackson Pollock, Willem de   Kooning, Anselm Kiefer. A raccogliere l'urlo del grande spagnolo c'è Francis Bacon, il più tragico di tutti nella nostra epoca,  con i suoi «Tre studi per un ritratto di Peter Bear», 1975. Ed è  ancora la pittura, in Goya come in Bacon, che si dispiega nella sua  poetica bellezza.

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