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Da Parma all'Africa: il mito di un esploratore

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Ilaria Moretti

Per abituarsi a resistere alla sete stava a lungo senza bere, legato a una sedia. E aveva imparato perfino a mangiare le lucertole. Già da bambino Vittorio Bottego faceva «palestra» per prepararsi ad affrontare la sua Africa: dall’Eritrea alla Somalia, dall’Etiopia al Kenia.
«Si sentiva predestinato a qualcosa di grande» - spiega il suo biografo, Manlio Bonati, durante l’incontro per i 150 anni dalla nascita dell’esploratore parmigiano, che si è tenuto ieri nelle aule universitarie di via D’Azeglio. Nacque il 29 luglio del 1860, Bottego. Un altro mondo, un’altra Italia, un’altra Parma. Venne alla luce in quella centralissima strada San Michele che oggi si chiama via Repubblica, poi a 17 anni si trasferì a San Lazzaro Parmense (un centro a sé stante, non ancora un quartiere di città). Gli spazi aperti lì amò da sempre: i campi, la caccia, le vie sterrate che portano verso l’Appennino gli erano più congeniali di un appartamento «in cui - dice il biografo - sentiva la libertà sfuggire».
Militare, esploratore, c'è chi lo accusò di essere un violento. Ma nonostante l’ombra del colonialismo, resta il mito di un uomo che visse mille avventure, un uomo del suo tempo. «In Africa - racconta ancora Bonati - stupiva i suoi colleghi: mangiava tutte le carni, anche quelle considerate di animali ributtanti». Il legame con il mondo scientifico fu a doppio filo: «Il suo museo eziologico eritreo - ricorda ancora il biografo - ce lo invidiano da altre città».
Alto, energico, coraggioso, Bottego era uno che piaceva alle donne. E in questo ritratto a tutto tondo emergono anche tre lettere «particolari» inviate ai famigliari: quelle con cui chiedeva di spedirgli qualche pacco di parmigiano reggiano da regalare alle autorità (lettere che inviò non solo durante i viaggi ma anche da Firenze). Probabilmente era scritto che dovesse morire in Africa: ucciso dai proiettili sparati dalla popolazione locale dei Galla il 17 marzo del 1897 (ieri, quindi, l’anniversario era doppio). Il corpo non venne mai trovato, probabilmente divorato dalle iene e dai rapaci. Ma la città non lo dimentica.
«Nell’attuale ponte delle Nazioni - conclude Bonati, oltre che studioso, membro della commissione urbanistica - verrà posta una targa per ricordare il nome precedente (Bottego, ndr)». Ma l’esplorazione del mondo non fu solo al maschile. Sulla figura di alcune donne «in viaggio» si sofferma la professoressa di geografia della facoltà di Lettere, Luisa Rossi: il loro essere discriminate e quindi colonialiste e colonizzate a un tempo, le portò spesso ad avere uno sguardo più comprensivo sulle usanze delle popolazioni che incontravano. L’incontro è stato introdotto da Corrado Camizzi, presidente del Comitato Parmense dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano.

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