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Ledda parole scavate nel tempo

Gavino Ledda

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Gavino Ledda dà del tu alla natura. Non argomenta filosofeggiando, niente a che vedere con i poemi del passato (da Lucrezio in poi). L'autore del capolavoro «Padre padrone» si rivolge direttamente alla Madre («...Tu e Tu e tu e tu, Maiùscola e minùscola e in ogni Tua forma e intimità...»), con la naturalezza e l'amore traboccante di un figlio devoto e riconoscente. A lei confessa uno smarrimento terreno e spirituale per non averla ancora conosciuta fino in fondo e lancia un grido di dolore per tutte le azioni e i misfatti dell'uomo contro ogni sua forma. La missiva è firmata e datata dallo scrittore e la risposta sopraggiunge nella parola più congeniale alla Madre: la modalità del sogno. Dopo oltre 40 anni di studio, vissuti in una sorta di ritiro e dedicati interamente alla ricerca di un nuovo linguaggio, («pluridimensionale ed elettromagnetico»), Ledda, che dagli anni '70 non ha più pubblicato (anche se in verità ha scritto tantissimo) torna a coinvolgere lettori e sostenitori con un testo intitolato «Èssere ed essèscere – Lettera alla Natura», che comprende anche il primo atto di una commedia. La nuova opera (prologo di una trilogia in itinere) è pubblicata dall'associazione Eurena (www.gavinoledda.it) e può essere scaricata in pdf. Il contributo che ciascuno vorrà donare costituirà un ulteriore tassello per salvare la casa di «Padre padrone». Lo scrittore, infatti, vuole comprarla per fondare un'ara dell'arte, un luogo dove insegnare la parola pluripatente, superamento di dettami non più attuali, che non tengono conto del progresso della scienza. «Scoperte scientifiche come la teoria della relatività di Einstein e l'elettromagnetismo di Maxwell hanno aperto nuove frontiere - dice Ledda - occorre una dinamicità nuova per esprimere fedelmente concetti e sentimenti».
E dopo un silenzio durato decenni, Ledda non poteva che ripartire dalla natura, con cui ha un legame atavico, unico e privilegiato. Leggendo e rileggendo le pagine scritte da un poetante mai domo come lui, il verbo diventa melodia inebriante, in cui si intrecciano la parola nuova e tutto il pathos del «lavoro di una vita», affascinante e coraggioso.
«Nessuno ha mai scritto alla natura, che non è solo materia, ma anche spirito– premette Ledda –. Mi rivolgo a lei come pluralità: potrei essere erba, acqua, luce, polvere, un qualsiasi animale» e prende le distanze dall'antropocentrismo: «A me basta essere figlio della natura – dice Ledda – e tutti dovremmo vivere in equilibrio come fanno i vegetali e gli animali, che non hanno mai infierito sulla natura: semplicemente errano per errare. Solo l'homo sapiens, errore errante, l'ha violentata, insultata, adulterata». Il dolore per uno scempio protratto e inarrestabile viene urlato e riurlato con un ritornello incalzante («E ora sappiamo e sappiamo che il nostro errare rerierrare rerrare rerrerrare, rerrerrore è troppo spesso, cattivo ègoismo egòico, èssimo pèssimo, parricida e matricida e tutticida su andature vìscide, bìscide, strìscide sul verbo uccidere flesso contro Natura: a Uccicìdio Suicìdio Uccisòrio: a Uccidòrio, uccisòrio, uccidòcchio, : a uccidìbrio, uccìbrio, ucciccìbrio: a ucciccìdio, uccìdio uccidìo : a uccibùio, ucciluce, uccitutto: a uccisione, ucciògni, ucciùnque, senza sosta!»).
La natura risponde in sogno, «meglio definirli sognìli che visioni oniriche – spiega Ledda, precisando subito che nulla di ciò che esprime ha a che vedere con Freud». Ma del sonno rimarrà poco, «sarà tutto un sembrare-sembrato, proprio perché l'uomo paga il male che fa alla natura. Anche sveglio, non ha immagini nitide, è egoista e non sa guardarla. La osserva per usarla, non per conoscerla». Scrive Ledda: «Sempre e solo sempre un cupo, scuro sembrare, disperso nelle flessioni del verbo opàche e canonizzate dalla mènte di un uomo non ancora Uomo maturo, non ancora pasciuto di stelle e di una pròpria stòria naturale più nìtida e per niente pensata solo e solo come sua e altrettanto vissuta e rerìvissuta e condivisa col Tuttiverso, sempre terso e mai disperso come lui e come te, uomo sine sapientia!».
Il disagio al risveglio è sconvolgente: «...Quel ritorno improvviso, rerisottomesso alla realtà e alla stòria – alla storia non Storia: alla storia prigioniera di se stessa – mi rìsentivo e mi risentìi ànimale nùdo e indifeso e improvvisamente a cielo aperto: scoperchiato nella propria tana, pietra rotolata in pieno sonno eppure ed eppure in un rerivìvere in piena Piena, senza più Letto! Ero ed èro acqua sporca e sraripata».
Un'ultima curiosità: come nasce la parola essèscere? «Sono un uomo di 77 anni, che ha dedicato cinquant'anni della sua vita allo studio della parola, lontano da qualsiasi ribalta e dal business – risponde Ledda -. Osservando la natura ho capito che il verbo essere non è umano: appartiene solo a Dio. Il Creatore non ha bisogno di predicati, può semplicemente dire “io sono”; l'uomo lo coniuga e lo flette come reminescenza di Dio. Il verbo essere non compie azioni, occorre innescarlo per rappresentare il vagito della natura, i mutamenti continui. Divenire sarebbe stato iconicamente debole, èssèscere rappresenta con più vigore il verbo essere che diviene». L'opera di Ledda è puro movimento dell'anima, è amore incondizionato e incontaminato. La parola nuova «essèsce» come parte integrante della narrazione poetica e sono davvero toccanti le pagine in cui l'autore descrive l'arrivo del sonno, il risveglio e la meminescenza dell'aver vissuto. «E io, grave di vergogna pesante, ti chiedo Scusa e reriScùsa! – dice alla natura –. E concedimi almeno, di scusarmi per me stesso, tuo fiero e generoso figlio, Gavino Ledda».

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