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Spiritualità nella luce della natura

Spiritualità nella luce della natura
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Per coglierne tutta la grandezza bisogna assaporarlo lentamente Giovanni Battista Cima (dal padre Pietro cimatore di panni) da Conegliano (1459/60-1518) troppo spesso considerato solo un buon artista veneto stretto tra Giovanni Bellini e Giorgione.
Cima, invece, ha una personalità ben distinta e dialoga alla pari coi più rinomati maestri per la sua eccezionale sensibilità paesaggistica, che può avere influenzato Giorgione, per certe sue annotazioni affettive e psicologiche cui si collegano Correggio e Lotto, per la sua straordinaria abilità tecnica e soprattutto per la magica luce trasparentissima in cui immerge santi, Madonne e pastori. Il suo è un mondo limpido d’incanto in cui personaggi di una solida plasticità, evidenziati da una brillante cromia, vivono la loro raffinata spiritualità con profonda intensità interiore espressa negli sguardi e vibrante nella fusione con la natura che li circonda, realistica e tenera nei verdi vellutati, nell’ocra di castelli e mura rassicuranti, negli azzurrini dei monti lontani che sfumano nella trascolorante luminosità dell’orizzonte. Questa singolare personalità emerge nella sua variegata complessità nella splendida mostra «Cima da Conegliano poeta del paesaggio» allestita a Conegliano nel Palazzo Sarcinelli (fino al 2 giugno) a cura di Giovanni Villa (catalogo Marsilio) che è riuscito a raccogliere ben 45 opere provenienti dai musei europei e statunitensi.
La formazione di Gian Battista resta ancora un problema aperto anche se la maggioranza della critica concorda su un’iniziale attenzione verso Alvise Vivarini «tramite per un certo realismo antonelliano», anche se negli anni Ottanta a Venezia - dove Cima risulta dal 1486 - nessuno poteva ignorare l’opera di Giovanni Bellini. Infatti nel polittico di Oliena, che apre il percorso, si notano le influenze di Vivarini nelle figure stagliate su fondo oro e di Antonello (nella forma) e Bellini (nel sentimento) nella Madonna col Bimbo della cimasa. Una brillante innovazione caratterizza la «Madonna in trono col Bimbo e i santi Giacomo e Girolamo» - la sua prima opera datata (1489) - in quanto la Vergine, solida nel volume, siede sotto un graticciato naturalistico con grappoli e pampini festosi nel limpido azzurro. «Joannes Bta coneglanensis»: la firma è scolpita nella balaustra su cui siede il Bimbo, nudo, che la madre osserva con la mani giunte: dietro scende una tenda che lascia intravedere brani di paesaggio. E’ la prima di una serie di Madonne col Bambino che variano negli atteggiamenti e negli sfondi paesaggistici, che si caratterizzano per la fedele descrizione topografica dei luoghi che vanno dal castello di Collalto a quello di Conegliano e rendono queste sacre immagini, destinate ai privati, più piacevoli per i committenti.
Nessun altro artista ha contestualizzato i paesaggi con tanta precisione fotografica che raggiunge il culmine nella tavola di Sant'Elena che, elegantissima, si staglia ritta in primo piano sostenendo una croce di legno biondo come i suoi capelli, mentre sullo sfondo tra il fiabesco intrecciarsi di teneri verdi prativi con il folto spumeggiare delle chiome degli alberi si profila con geometrica nitidezza l’abitato di Conegliano, cinto di mura che si inerpicano sulla collina. La presenza di ben cinque dipinti rappresentanti San Girolamo nel deserto consente di cogliere le modificazioni che Cima ha operato negli anni riguardo al santo e al paesaggio: la scena si è sempre più spogliata degli elementi architettonici connotativi fino ad eliminarli totalmente nel quadro degli Uffizi mentre l’atteggiamento di San Girolamo ha assunto un carattere sempre più realistico e partecipato, che influenzerà notevolmente Lorenzo Lotto. Un rapporto particolare ha avuto Gian Battista con Parma che gli ha richiesto ben cinque opere, tre di carattere sacro e due mitologico: la «Madonna col Bimbo tra i santi Giovanni Battista e Maria Maddalena» per le monache di San Domenico in Oltretorrente (oggi al Louvre), la «Madonna col Bimbo e i santi Giovanni Battista, Cosma, Damiano, Apollonia, Caterina e Giovanni Evangelista» per la cappella Montini in Duomo, la «Madonna col Bimbo e i santi Michele arcangelo e Andrea» per i francescani dell’Annunziata, «Il sonno di Endimione» e il «Giudizio di Mida» per la famiglia Prati (oggi tutte nella Galleria Nazionale di Parma): le ultime tre sono esposte. La Maddalena del Louvre per lo sguardo intenso e appassionato trova un’eco in quella del Correggio nella «Madonna del San Girolamo». La tavola dei francescani è uno dei sommi capolavori per l’intima fusione sentimentale e spirituale dei protagonisti immersi in una luminosità purissima, come il loro animo, che scandisce limpidamente le raffinate rovine marmoree e il suggestivo castello di Conegliano sullo sfondo: la sacra conversazione si fa racconto, superando la simmetria compositiva e ruotando le figure così da interessare i giovani Tiziano e Sebastiano. I dipinti mitologici nascono in un ambiente veneziano assai attento alla riscoperta della cultura classica e Cima affina il suo linguaggio verso la pittura tonale come dimostra lo splendido Endimione dormiente che in un’atmosfera di magica sospensione viene sedotto dalla divina Selene. 

 

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