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Dorfles, genio multiforme

Dorfles, genio multiforme
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Gianni Cavazzini

Quando comparve il suo libretto, «Ultime tendenze nell'arte d'oggi», nella popolare Universale Economica di Feltrinelli, il mon-
do dell'arte si mise in scompiglio. Era il 1961, quando i testi critici sulle avanguardie artistiche comparivano in edizioni sussiegose ed elitarie, riservate ai pochi cultori di un genere che per lo più rimaneva nel buio dei depositi di libreria. Il volume in questione portava la firma di Gillo Dorfles, critico d'arte, docente universitario di estetica e, in gioventù, si diceva, pittore di ricerca. Il fatto è che il libro ebbe un clamoroso successo di vendita: un po' per l'accentuazione «popolare» in cui era uscito (costava 500 lire), ma soprattutto, io credo, per il tono colloquiale in cui era scritto. L'autore, da parte sua, precisava in premessa di non aver mirato a tracciare un'ennesima «estetica», imbastendo dottrine filosofiche più o meno arzigogolate per giustificare questo o quell'aspetto di un'arte che, allora, ricordo 1961, era ancora in divenire. E così molti ebbero la possibilità, grazie a Dorfles, di entrare in rapporto con i movimenti e gli artisti della stagione, ancora in corso, di quegli anni. Un successo, quello di Dorfles, che si rinnovò qualche anno dopo, nel 1968, con un altro libro, «Il Kitsch», edito da Mazzotta e centrato su un tema che toccava gli aspetti più privati del costume in questa nostra epoca moderna. Sono questi alcuni dei tanti motivi che rendono molto interessante (e formativa) la mostra, allestita a Palazzo Reale, a Milano, «Gillo Dorfles. L'avanguardia tradita», a cura di Luigi Sansone, aperta sino al 23 maggio 2010, Catalogo Mazzotta. L'esposizione celebra la figura poliedrica di Dorfles (nato a Trieste nel 1910) ponendo l'accento sulla sua identità d'artista. Vengono infatti esposte circa 200 opere, dal 1930 al 2010, tra dipinti, disegni, sculture, grafiche, gioielli e ceramiche. Un itinerario creativo di lunga durata che va dagli esordi surreali degli anni Trenta, alle esperienze compiute all'interno del Movimento Arte Concreta (in cui militava anche il nostro Soldati), sino alle originalissime composizioni degli anni più recenti, pervase da una sottile ironia.
Gli «anni di formazione» del giovane Dorfles si svolgono a Trieste, città impregnata di cultura mitteleuropea e rivolta, dopo la guerra mondiale, ad entrare nel circuito di «italianità» prima impedito dalla dominazione austriaca. Ha così modo di frequentare la casa di Umberto Saba, quella di Italo Svevo e il salotto borghese di Elsa Dobra. Nel 1928 si trasferisce a Milano per seguire gli studi di medicina: qui gli amici triestini Rogers e Bazlen lo introducono negli ambienti letterari ed artistici del capoluogo lombardo. E qui, a partire dal 1930, Dorfles da vita alle prime realizzazioni pittoriche: sono composizioni fantastiche eseguite con la raffinata tecnica antica della tempera grassa all'uovo. Nel 1934 visita a Dornach, presso Basilea, il Goetheanum, centro di studi fondato da Rudolf Steiner. L'opera pittorica del «maestro» anima la spiritualità diffusa nei paesaggi che Dorfles esegue in questo periodo: tra il 1937 e il 1940, dopo aver conseguito la laurea in medicina a Roma, segue all'ospedale di Pavia un corso di specializzazione in psichiatria. E' un'esperienza che si riflette sulla produzione pittorica di Dorfles, in particolare sull'intensità espressiva dei numerosi ritratti. Nel 1948 Dorfles (con Bruno Munari, Atanasio Soldati e Gianni Monnet) fonda, come già si è detto, il Mac, gruppo d'avanguardia che reagisce sia ai dogmi della figurazione che ai dettati dell'astrazione posto cubista. E' una ricerca che procede, negli anni a seguire, in assoluta libertà creativa, sino al tempo presente.
 
 
 

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