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L'assassino dell'imperatrice «Sissi» Si credeva un «benefattore dell'umanità»

L'assassino dell'imperatrice «Sissi» Si credeva un «benefattore dell'umanità»
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Giuseppe Martini

La pubblicazione tre settimane fa su queste pagine del cartellino segnaletico svizzero di Luigi Lucheni, assassino dell’imperatrice Sissi a Ginevra nel 1898, ha prodotto una nuova ventata di curiosità su questo anarchico originario della Valtaro, che ha sempre attratto una morbosa e deplorata attenzione per la grossolana e inopportuna scelta del suo obiettivo, una sovrana innocua, generalmente amata, già malata di suo, e del tutto insignificante dal punto di vista simbolico per un regicidio. Da qui una corsa alla dissezione biografica e psicologica di Lucheni, nata fin dal giorno dell’assassinio, 10 settembre, quando già la «Gazzetta» si era precipitata a intervistare i protagonisti della sua infanzia e ad assemblare indiscrezioni, aspetto ancora fondamentale per la ricostruzione della sua storia, che qui risbricioleremo per sommi capi. Figlio illegittimo di Luigia Lacchini di Tombeto, un mucchietto di case a sud-ovest di Albareto vicino a Borgotaro, mandata a partorirlo di nascosto a Parigi, Fauburg Saint Antoine, era nato il 22 aprile 1873, e una settimana dopo abbandonato all’Hospice des enfants assistés, sui cui registri il cognome venne storpiato in Luchéni. La madre fuggì a San Francisco risposandosi con un barista e negando di conoscere Luigi anche di fronte ai giornali che la citavano. Quanto al padre, le voci indicarono uno della famiglia Brandini, proprietari alla vicina Folta, presso i quali Luigia, nata il 14 settembre 1848, faceva la serva: ma in un paesello dove tutti si conoscevano ed erano imparentati (una Rosa Brandini fu madrina di battesimo dei due fratelli di Luigia), la verità non è mai detta. Lucheni conserverà fin da adulto la medaglietta francese con l’immagine di San Vincenzo Ferreri, patrono dei trovatelli, anche dopo essere stato rispedito a Parma a inizio 1874, palleggiato fra orfanotrofio e famiglie adottive (i Monica di Borgo del Naviglio, i Nicasi di Viazzano, i Salvi di Rubbiano), in un’infanzia di aberrazioni e miserie. Bambino vivace, alle elementari avrebbe lanciato il cappello rompendo involontariamente il ritratto del Re (gesto che Freud avrebbe saputo bene come classificare), però crebbe tranquillo. Certo, era stato renitente alla leva, preferiva guadagnarsi da vivere al cantiere della ferrovia Parma-La Spezia o facendo lo spazzacamino in Svizzera. Ma nei trentasei mesi dal 1894 al '96 in cavalleria, Squadrone Monferrato, si guadagnò la fama di tipo allegro, partecipò alla guerra in Africa con tanto di medaglia, e dopo il congedo il suo comandante, Raniero de Vera d’Aragona, se lo tenne in famiglia come aiutante. Fallito il proposito di diventare direttore del carcere, riprese a vagabondare per l’Europa, nella speranza di qualche soldo in più. «Ma poi non succede» scrisse nelle sue Memorie incompiute in carcere, pubblicate nel 1998, «La maggior parte del tempo ho patito la fame e il freddo». 

Da qui i contatti con gli anarchici, Pozzi e Borbotti a Milano, Gualducci e Silva in Svizzera. In tasca, come un breviario, sempre una copia dei «Canti anarchici». Cesare Lombroso, che nel 1902 gli dedicò uno studio in «Delitti vecchi e delitti nuovi», lo classifica nel fenotipo isterico-depresso e criminale pazzo. Lo fa appoggiandosi naturalmente ai dati fisiognomici (altezza 1,63, occhi grigi velati, tarchiato, orecchie ad ansa, arcate sopraccigliari e mandibole voluminose, prognatismo, fronte bassa, brachiocefalia) e ai contrasti delle dimensioni grafologiche, segno di doppia personalità. Era convinto si trattasse di un soggetto che cova il suicidio indiretto: come che fosse, il 19 ottobre 1910, un secolo fa, Lucheni si ucciderà in carcere con la cinta dei pantaloni (che in cella non avrebbe dovuto starci: altro mistero insoluto). Lombroso sosteneva che il movente che scatena tipi come Lucheni è ambientale: «è l’infelicità che incombe nel nostro triste Paese, e che si irradia anche su chi non è di per sé infelice». Il caso-Lucheni divenne dunque sale nella piaga di un’Italia giovane ma già asfissiata da se stessa. «Parimenti è oziosa la ricerca del luogo ove l’assassino ha avuto i natali e in quale ambiente il fanatismo abbia potuto contrarre i germi della delittuosità», osserva «La Gazzetta» in un fondo del 12 settembre 1898, «il vero pericolo deriva dalla moltitudine degli strimpellatori di un umanismo imparaticcio, degli orecchiamenti di una sociologia forsennata». Intanto impazzava la dietrologia: si diceva che fosse stato armato dai Gesuiti francesi per distogliere l’attenzione dal caso Dreyfus. Lucheni invece sosteneva di aver voluto solo uccidere un sovrano qualsiasi, perché erano i veri responsabili della sua miseria. Il confronto fra causa ed effetto gli attirò solo la taccia di sciocco. Non si mostrò mai pentito. Dal carcere, dove lesse moltissimi libri, scrisse al direttore della «Gazzetta» una lettera pubblicata il 15 settembre 1898, in cui si proclamava «benefattore dell’umanità», con toni apocalittici ma non da pazzo ignorante: «Non è più tempo per puntellare le vostre marce baracche che vi cadranno sulla testa. Pregate il papa Leone XIII, ormai morente, di intercedere. Ma è troppo tardi». Uscite che gli procureranno, come accade oggi, il fascino del maledetto: una donna francese gli scrisse: «Se ti avessi conosciuto, ti avrei dato 500 franchi, non per uccidere l’imperatrice d’Austria, ma per uccidere me. Io non faccio parte della classe che tu perseguiti». Conseguenza della «sociologia forsennata» fu il destino della sua testa, conservata in formalina e mostrata agli ospiti dell’Hôtel Métropole di Ginevra (fra cui Molotov e Lenin), inviata nel 1985 al Museo di anatomia patologica di Vienna e infine nel 2000 sepolta nel Cimitero centrale di Vienna. Dopo la morte, Lucheni cadde nell’oblìo. Al punto che nel 1939 la Questura fascista grottescamente lo cercava con ordine di «fermarlo alla frontiera», credendolo ancora vivo. Solo grazie a un appassionato studioso, Camillo Del Maestro, e poi alla ricerca di Maria Matray e Answald Kruger si poté arricchire il suo dossier biografico. Se avesse sparato, per dire, a Umberto I avrebbe attirato tanta attenzione? Aver ucciso invece la più romantica delle sovrane ottocentesche ha aggiunto dramma al dramma, facendo di una persona un personaggio: cinema, fiction televisive, poesie («Nel carcere di Ginevra» di Pascoli). E persino musical: Lucheni canta e balla in «Elisabeth» di Michael Kunze, musicato da Sylvester Levay nel 1992.

 

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  • Lanfranco de' Clari

    21 Dicembre @ 23.56

    LE FATALI CONCATENAZIONI DI AZZARDI CHE HANNO CAUSATO L’ ASSASSINIO DELL’ IMPERATRICE ELISABETTA D’AUSTRIA. __________________________________________________ di Franco ABIS DELLA CLARA Envoi L’assassinio di Elisabetta, Imperatrice d’Austria e Regina di Ungheria è il risultato di una straordinaria concatenazione di puri azzardi, con lontane, distanti e diverse radici nel tempo, i quali apparentemente non avevano nessun legame causale o anche logico tra di loro, ma che incontrandosi tutti assieme la sera del 9 settembre 1898 hanno determinato il gesto finale dell’ assassino, il quale sino al suo fatidico incontro con il Chiavennasco Giuseppe Antonio Della Clara non sapeva ancora che l’indomani avrebbe assassinato proprio l’Imperatrice d’ Austria, una delle personalità più illustri del tempo. C’è da chiedersi, se dietro a questa fatale concatenazione di azzardi non vi fosse stata la mano di quello che in mancanza di migliori conoscenze, chiamiamo gli uni Destino, gli altri Azzardo e che alcuni vorebbero attribuire alla volontà di Dio. Genesi di questa ricerca Un giorno del 1976 mio padre mi ha raccontato che la sera precedente l’assassinio dell’ Imperatrice d’ Austria mio nonno aveva incontrato per puro caso Lucheni e avuto con lui una lunga, vivace discussione. Non ha saputo dirmi che cosa si erano detti. Questo è il nocciolo sul quale ho tentato di ricostruire il contenuto di questa discussione o alterco e le sue dramatiche conseguenze. Basandomi su quello che sapevo della personalità e delle idee di mio nonno e del bisnonno,(che aveva servito l’amministrazione austriaca quale “pedone dell’ Imperial Real Commune di Chiavenna” poiché ammirava quello che l’Impero aveva fatto per i suoi sudditi Lombardo-Veneti) nonché sulla biografia di Lucheni pubblicata da Santo Capon (1998), contenendo la prima parte inedita dell’ autobiografia scritta in prigione dallo stesso Lucheni, e infine sulle rivelazioni fornite dalla prima biografia scientifica di Sisi pubblicata da Brigitte Amann (1982), a forza di congetture, di comparazione di dati convergenti o congruenti, provenienti da diverse fonti, e cercando di ricombinarli con i metodi della logica, mi sembra di essere riuscito a presentare un quadro per lo meno possibile degli elementi che hanno condotto all’ assassinio. Le basi storiche Luigi Lucheni, l'assassino dell'imperatrice Elisabetta d'Austria (meglio conosciuta dal pubblico sotto il vezzeggiativo di Sisi) il 10 settembre 1898 a Ginevra, non faceva parte del movimento anarchico malgrado quello che ha ripetutamente dichiarato dopo l’arrestazione e durante il suo processo, definendosi “un anarchico solitario”. Era un individualista dall'ego ipertrofico e di “una incomensurabile vanità” che voleva illustrarsi con un'azione clamorosa, magari anche assassinando qualche alta personalità, e, allo stesso tempo vendicarsi dalle ingiustizie subite sin dalla nascita. Voleva seguire l'esempio di quel archetipo del cretino che incendiò il tempio di Diana a Efeso, una delle sette meraviglie del mondo d'allora, solo per assicurare posterità al suo nome. Lucheni, figlio illeggittimo di Luisa Lucchini, originaria d'Albareto presso Parma e del figlio di un non meglio noto proprietario terriero, è nato à l'Hôpital Saint Antoine di Parigi dove la madre era stata mandata dal padre dell’amante per partorivi in segreto e abbandonarvi l’indesiderato frutto di quella inaccettabile relazione. Dopo il parto e l’abbandono del figlio Luisa Lucchini partì per l’America e non si è mai più manifestata. Cresciuto ed educato dalla carità pubblica prima agli “ Hospice Saint Antoine des Enfants trouvés” di Parigi poi da questa Istituzione spedito all’ età di cinque o sei anni all’Ospizio dei trovatelli di Parma, fu da quest’ ultimo presto confidato a una prima famiglia di paesani poveri e affamati che, contro compenso statale, sfruttarono impietosamente il trovatello, privandolo di cibo, di vestiti decenti e costringendolo a dormire in una umida e fredda cantina. Tornato all’ Ospizio fu confidato dopo un anno alla Famiglia Nicasi di Varano Melegari, la quale gli manifestò un vivo interesse, stimandolo molto intelligente. Andò a scuola e rimase con loro sino al 1887. Fu allora confidato alla familia Salvi d’Angelo a Solignano. Dopo di che ebbe un duro periodo come pastorello di un abbiente contadino che non lo pagava per il suo lavoro. All’ età di 14 anni ribellandosi contro queste condizioni di vita, ben peggiori della schiavitù Lucheni fuggì dalle campagne di Parma ed errò per l’Italia. Fu a Genova, nel Canton Ticino a Airolo e a Chiasso, poi a Versoix (1891-92) vicino a Ginevra, da dove raggiunse Zurigo, Vienna e Budapest (1894). Scese poi a Fiume e a Trieste dove fu arrestato per non essersi presentato alla leva militare (classe 1883). Lo ritroviamo nel 1894 a assolvere il servizio militare nel 13° regimento di cavalleria di Monferrato a Napoli. Fu forse a Napoli che conobbe Giuseppe Antonio Abis Della Clara, il quale svolgeva il servizio militare pure lui nella cavalleria. Dai pensionari dell'Ospizio dei trovatelli di Parma, Lucheni era stato sopranominato "il Parigino". Luigi Luchéni (cosi era stato francesizzato il cognome di sua madre sui suoi documenti) usava presentarsi con questo epiteto, affettando anche l' accento francese, lingua che conosceva abbastanza bene ma che imparerà meglio durante la sua lunga prigionia, dopo l'arresto. Né lui né la sua famiglia non avevano mai avuto niente da patire dall' Austria o da Maria Luigia d’Austria, l’amata duchessa di Parma Piacenza e Guastalla (1815-1847), che tanto fece per abbellire, ammodernare la città e migliorare le condizioni generali di vita della gente. Compiuto il servizio militare, Luigi Lucheni servì in Eritrea e, finita la campagna, fu premiato con la medaglia d’oro delle Campagne d’Africa (colla fascetta campagna 1895-96). L’unica fotografia di Lucheni in uniforme militare lo rappresenta in un attitudine fiera e decisa, con la sciabola e la sua decorazione. Il Fato volente non ottenne il premio che agognava per il suo valore e i suoi meriti. I suoi tre anni e mezzo di reggimento gli davano diritto ad un posto governativo. Ambiva il posto di direttore di un penitenziario, il che rivela il suo rispetto per l’ordine stabilito e il suo amore per la giustizia. Ma la promozione non gli fu accordata, forse a seguito di alcune previe escandescenze verso qualche suo superiore. Profondamente deluso, Lucheni diede le demissioni dall’esercito e fu per un tempo cavaliere di scorta del principe de Vera di Aragona prima a Napoli, poi a Palermo, funzione che gli permise di entrare in contatto con la nobiltà . Ma lasciò l’impiego perché “non gli piaceva portare la livrea”. Nel 1898 riprese la vita di girovago e cadde da una vita regolata e di un certo agio, a dover nuovamente vivere di espedienti. Molto amareggiato da questo ultimo scacco e rimuginando il suo triste passato, concepì poco a poco il progetto di vendicarsi dalle ingiustizie subite e nel contempo di illustrare il suo nome con un unico atto clamoroso, simbolico, purificatorio, liberatorio, clastico. Così riprese il suo pelegrinaggio alla ricerca di una vita migliore e/o dell’ occasione propizia alla realizzazione del suo truce progetto. Si imbarcò per Genova, da dove pensava di proseguire verso l’Argentina. Ma, verosimilmente perché non aveva di ché pagare il passaggio, o perché non fu assunto come marinaio, si diresse invece verso Vintimiglia e Mentone, per risalire verso Torino. In aprile del 1898 lasciò Torino, per la Svizzera, facendo l’intero viaggio a piedi, superando il passo ancora innevato del Gran San Bernardo, dal colmo del quale si voltò verso l’Italia –patria ingrata- per darle l’ ultimo sprezzante saluto. Si fermò a Salvan per guadagnare di che proseguire il viaggio fino a Losanna, dove arrivò in maggio e trovò lavoro quale manovale nel cantiere della posta centrale allora in costruzione. Frequentò “loschi individu” nei circoli italiani e forse anche qualche spelonca di anarcoidi –come lo suggerisce il suo arresto con un paccho di canti anarchici che aveva avuto l’incarico di distribuire. Fu a Losanna che concretizzò il suo tetro progetto. Non avendo di che procurarsi una rivoltella o un pugnale –allora le armi preferite dagli attentatori-, comperò una semplice lima triangolare che fece appuntire e immanicare da un artigiano italiano . Il 5 di settembre del 1898 si imbarcò per Ginevra o direttamente per Evian-les-Bains dove soggiornavano le celebrità del tempo, munito di una lista degli ospiti illustri , poiché aveva la precisa intenzione di assassinare il più llustre di loro, senza sapere ancora chi. Non avendo trovato sul posto l’ idoneo candidato si riimbarcò l’ 8 settembre per Ginevra, città che conosceva per avervi soggiornato qualche anno prima, e dove, dichiara al processo, sperava di trovare il principe Henri d'Orléans, pretendente al trono di Francia . Lucheni fu visto la sera del giovedi 8 settembre in un caffè di Ginevra. Lo stesso giorno ha spedito una cartolina rappresentante il Quai du Mont-Blanc alla principessa d’Aragone, spiegandole che aveva dovuto interrompere il suo viaggio a Parigi per motivi che non poteva rivelare. Il 9 settembre fu visto a Ginevra in compagnia di loschi individui. E proprio la sera dello stesso giorno mentre errava disperato per le vie della città chiedendosi chi avrebbe ben potuto assassinare si imbattè nel suo amico di reggimento Giuseppe Della Clara ! Chi era Giuseppe Antonio Abis della Clara ? Giuseppe Antonio degli Abis della Clara (1869-1956), da una famiglia di oscuri ma antichissimi nobili, averati a Chiavenna dal 1168 al 1198 , e a Savogno dal quattrocento in poi, era invece un fervido partigiano degli Habsburg. Suo padre Antonio Andrea Gabriele (1834-1898), vissuto durante il Regno Lombardo-Veneto, aveva servito in qualità di "pedone dell' Imperial Real Comune di Chiavenna" sino all'arrivo dei Piemontesi e delle risme capitanate da José Garibaldi . Giuseppe Antonio non faceva parte della nobiltà di origine mercantile e affaristica, senz’altri ideali che il denaro e l’estensione delle proprietà fondiarie e delle loro imprese. Non apparteneva alla casta degli intelettuali disoccupati, quasi tutti laureati in giurisprudenza, e ancora meno al ceto dei funzionari statali, il cui scontento verso il modo energico di trattarli da parte degli alti funzionari della monarchia asburgica durante il Regno Lombardo Veneto, furono i principali fermenti e fautori del Risorgimento. Dopo il trionfo del Re di Sardegna sugli Austriaci,(non senza l’indipensabile aiuto delle truppe di Napoleone III) , Giuseppe Antonio, nauseato dalla instancabile, incalzante, lagrimosa autocelebrazione degli eroi del Risorgimento lasciò il paese e si stabilì a Ginevra, dove viveva e vive tuttoggi una cospicua colonia di Piemontesi e Sardi insediati à Carouge dal duca di Savoia per stabilire un contropeso cattolico alla calvinista Ginevra. Dal servizio militare aveva serbato la passione per i cavalli. Curava quelli di un'impresa di trasporti “meglio di un veterinario”. Si era fatto un esperto e un professionista che veniva spesso consultato e conosceva di conseguenza molti cocchieri che gli erano riconoscenti per i suoi servigi. Proprio perché liggio alla monarchia asburgica Giuseppe Antonio che parlava tre lingue e leggeva assiduamente i giornali, considerava l'imperatrice Elisabetta una minaccia vivente per l'Impero Austro-Ungarico. Non frequentava i circoli operai e meno ancora quelli anarchici. Di natura indipendente, non aveva legami politici ed era un uomo dritto che non nascondeva le sue opinioni e sapeva diffenderle con misura e civiltà, ma anche con corraggio. L’Imperatrice Elisabetta In quei anni Sisi si allontanava continuamente dall Corte per girovagare per tutta Europa trasportando da albergo in castello, da spiaggia in città, la sua irrequietezza, il suo odio per la casa d'Austria, il lutto del suo unico figlio maschio Rodolfo Nel suo "Diario poetico" scritto fra il 1885 e il 1889 [2] l'Imperatrice d'Austria e regina d'Ungheria scriveva: Ihr lieben Völker im weiten Reich So ganz im Geheimen bewundere ich euch Da nährt ihr mit eurem Schweiss und Blut Gutmütig diese verkommene Brut Con tale ideologia e ostile attegiamento, Sisi stava svolgendo un ruolo internazionale ben peggiore di quello della tanto compianta Lady Di. Sisi, la libertaria, la femminista, l’individualista, l’anti-clericale e la pre-communista era divenuta una minaccia non solo per la propria dinastia ma per la sopravivenza e la solidità dello stesso Impero. Lei che, almeno nelle sue poesie, versava teneri lacrime sulla povertà dei sudditi sfruttati dall’ Impero, sperperava la fortuna dell’ Imperatore suo marito in continui dispendiosi viaggi col suo treno o il suo yacht personali attraverso il continente europeo, dalla Svezia alla Grecia e dalla Germania alla Spagna . Le sue non celate simpatie per gli indipendentisti ungheresi, di cui era l'amata regina, favorivano segretamente il distacco dell'Ungheria dall'Impero, compromettendo il già fragile equilibrio politico nella polveriera dei Balcani, il cui scoppio doveva scatenare la disastrosa prima guerra mondiale, che affondò un millenio di storia forgiata dagli Habsburg nonché l’ultimo baluardo del Sacro Romano Impero di Nazione Tedesca già smembrato dal avventuriero Corso Napoleone Buonaparte. Sisi sbarca in incognito a Ginevra Dall’ aprile al settembre dell'anno 1898 Sisi soggiornava incognitamente, lontana dalle mondanità, al Grand Hôtel de Caux, sopra Montreux, con vista stupenda sul lago Lemano e le montagne della Savoia, dove sognava di ritirarsi con Francesco Giuseppe, dopo la da lei sua auspicata abdicazione. Il 9 settembre prese il battello a Territet e sbarcò alle ore 13.00 a Ginevra, dove l'attendeva la carozza della baronne Julie Rothschild che aveva invitato Sisi nel suo castello di Bellevue a Pregny. L'Imperatrice scese all'Hôtel Beau-Rivage, dove era stata preparata la sua suite al primo piano con vista sul lago, solo al ritorno de Pregny verso le 18.00 sotto il solito nome di contessa Hohenembs, accompagnata da una sola dama d’onore, la contessa Irma Sztáray . La sera usci a piedi con lei verso la place Bel-Air e il boulevard du Théâtre dove c’èra la conosciuta confiserie Désarnod. Doveva ripartire per Territet l'indomani 10 settembre all'una e 40 minuti. Verso le ore 11 del venerdì 10 andò di nuovo a piedi con la contessa Sztáray a fare acquisti per suo marito e le sue bambine. L’ incognito e il fatto che aveva rifiutato la protezione della polizia spiegano che non fu seguita da paparazzi come solitamente accadeva e che i giornali cittadini ebbero conoscenza della presenza dell’ Imperatrice a Ginevra solo dopo la sua morte. Giuseppe Della Clara invece era stato informato la sera stessa dell'arrivo dell' Altezza Imperiale e Reale a l'hôtel Beau Rivage. Non certamente dal rumore pubblico poiché né le autorità, né la polizia, né il consolato d’Austria, né i giornali, né i milieux anarchici di Carouge ne erano al corrente - forse però da un qualche suo amico cocchiere; da un impiegato della confiserie Désarnod, che avveva lavorato all' hôtel Beau Rivage e aveva riconosciuto l'Imperatrice ; oppure dal giardiniere municipale Fiani che lavorava nel giardino del monumento a Brunswick, vicino al hôtel Beau Rivage, e che potrebbe essere stato informato a sua volta sull'identità delle due nuove illustri clienti. Che si dissero quella notte Luigi Luchéni e Giuseppe Della Clara ? Mio padre non sapeva dirmi quale fu il tenore della “lunga, concitata discussione” (parole del nonno) che ebbe luogo fra i due durante le prime ore della notte del 9 al 10 dicembre , ma possiamo tentare di ricostruirla basandoci sulla determinazione di Lucheni ad ammazzare un personaggio illustre, le simpatie “austriacanti” di Giuseppe Della Clara, e di conseguenza il suo disprezzo per l’Imperatrice girovagante, già punto di mira degli anarchici, e secondo le sempre più folte coincidenze che si sono addensate in quel giorno e in quel luogo. Ma iniziamo il tentativo di ricostruzione. Lucheni potrebbe avere intavolato così il discorso: "Sono venuto a Ginevra per assassinare il principe di Orléans, purtroppo è già ripartito per Parigi. Ora, vorrei proseguire per Roma per assassinare almeno re Umberto, ma non mi basta il denaro per il viaggio . "Io voglio, con un' azione clamorosa, dare lustro imperituro al mio nome - tu lo sai che sono figlio di nessuno no? Ebbene, sarò figlio delle mie proprie azioni !" Perché la discussione fu concitata e durò fino a tardi in quella sera ? Forse perché Giuseppe Della Clara potrebbe avergli risposto qualcosa come “ “Ma che sono queste idee ? Hai perso il senno ? Proprio tu che conoscevo come un buon soldato ed un aitante cavaliere, che godeva della stima dei suoi ufficiali ed è stato persino decorato con una medaglia d’oro ? Che senso ha assassinare a caso uno qualsiasi, solo perché è nobile, potente ricco o celebre, se non gli puoi imputare nessun crimine e nessuna ingiustizia verso di te ? Gli anarchici almeno hanno un ideologia che vale quello che vale e colpiscono secondo i loro criteri le teste incoronate. Ma la tua è proprio un’ idea folle ! Lucheni deve avergli allora descritto le sofferenze e le umiliazioni continue patite dall’ infanzia in poi: abbandonato da sua madre, rispedito come un pacco dall’ orfanotrofio di Parigi a quello di Parma, dove i suoi compagni di sfortuna lo chiamavano “il bastardo”. Dato in custodia all’ età di otto anni ad una coppia di vecchi e poco scrupolosi proleti che non avevano di che sfamare i propri figli e che lo hanno sfruttato senza pietà, costringendolo a fare servizi despicievoli e penosi lavori , facendogli subire ogni sorta di privazioni, costringendolo a dormire in un’umida cantina. Gli avrà descritto la sua infanzia come “un seguito di miserie peggiori l’una dall’ altra, ma soprattutto priva di affetto per non parlare di amore. Priva di piaceri e delle gioie più semplici che conoscono tutti gli altri bambini. Priva di qualsiasi amicizia, camerateria, di semplice compagnia di ragazzi della mia stessa età. E per di più priva di educazione, di consigli, di consolazione, di simpatia” . Gli avrà parlato della sua aventurosa fuga da Rubiano, dove per tre anni aveva pascolato, senza ricevere nessun salario, le pecore di un ricco massaro. Del suo fallito tentativo –per mancanza di mezzi- di imbarcarsi a Genova per l’Argentina. Della rabbia che cresceva in lui contro “l’irreparabile ingiustizia commessa verso la mia infanzia, privandola di tutto ciò che la legge prescrive e suo favore, privazione che mi ha fatto soffrire per il resto della mia vita” . Della palese ingiustizia sofferta, compiuta brillantemente la carriera militare e gloriosamente conclusa, per la quale ha ricevuto si una medaglia commemorativa, ma non il posto governativo che gli sarebbe spettato per regolamento. Dell’ odio crescente che gli ispiravano le ineguaglianze sociali . Tutto questo non giustifica ai tuoi occhi la vendetta contro uno qualsiasi delle “grosses têtes” di questa società ingiusta ed impietosa ?” Giuseppe gli avrà risposto: certo hai subito molte, ingiustificabili sofferenze, ma dovresti punire chi te le ha inflitte e non una persona qualsiasi scelta a caso ! Se vuoi vendicare quello che hai subito, diriggi il tuo braccio contro un colpevole reale ! Ma quale irreale colpevole potresti trovare ? Lo Tzar di tutte le Russie ? Suo padre ha abbolito la servitù ma gli anarchici lo hanno assassinato lo stesso. L’imperatore Francesco Giuseppe che governa con sagezza e paterna sollecitudine i suoi numerosi e contraposti popoli ? L’Imperatore Gugliemo che continua l’opera di suo bisnonno per cancellare le conseguenze delle stragi e distruzioni commesse dai Francesi ? Voi anarchici odiate soltanto le teste coronate che considerate ingiustamente dei tiranni, ma i veri tiranni e sfruttatori sono tra di noi, a tutti i livelli della società, e anche tra i più piccoli di noi! “Non sono un’ anarchico” avrà urlato Lucheni “Voglio solo cancellare con un unico colpo le ingiustizie che ho subito sino a questo giorno, dando così una gloria imperitura al mio nome! ” A questo punto dell’ alterco Giuseppe Antonio deve aver cambiato idea e potrebbe aver risposto: Vuoi andare a Roma ad uccidere re Umberto ? Non te lo consiglio e non ti posso dare il denaro per il viaggio, ma posso dirti che in questo momento, qui a Ginevra, è appena sbarcata nientemeno che l'imperatrice d'Austria. A quel che pare viaggia senza scorta alcuna. Non si sono visti poliziotti intorno a lei. Ecco chi puoi assassinare ! Sarà un'impresa facile e farà clamore nel mondo intero!" E Lucheni: "Dove la trovo e come la riconosco poiché l’ho vista una sola volta, di sfuggita, a Budapest ? " Giuseppe Della Clara gli deve aver dato qualche indicazione che conoscevano tutti: " Purtroppo, per nascondere l'inesorabile degrado della sua belezza, da trent'anni non si lascia più fotografare e non potrei riconoscerla neanch'io. Ma so che è alta e magra . Va sempre vestita interamente di nero e si nasconde la faccia con il veletto, un ventaglio o un'ombrellino. E ora gli rivela quello che era uno dei rari a sapere : “ È scesa a l'hôtel Beau-Rivage con una sola dama di compagnia. Aspettala fuori dall'albergo non potrai mancarla !" Mio nonno non disse se rivelò a Lucheni i veri motivi di quella incitazione ad assassinare proprio l'odiata Elisabetta invece di re Umberto I, o se Lucheni che aveva già perso troppo tempo capì che proprio quella era l’occasione propizia per realizzare facilmente e senza rischi il suo demenziale progetto, ne accettò finalmente l'idea. L’epilogo Fatto stà che la mattina del 10 settembre Lucheni si trovava sul quai du Mont-Blanc, tra l'Hôtel Beau Rivage e l'imbarcadero dove era ormeggiato il battello "Genève" in partenza per Territet, facendo apparenza di contemplare il lago o la cima nevosa del lontano Monte Bianco, appoggiato alla barriera che dà sul lago . A che ora è arrivato sul posto ? Verso le undici del mattino del sabato 10 settembre, l’Imperatrice et la sua dama d’onore sono uscite dall’ albergo sempre a piedi e senza nessun seguito, per andare sulla riva opposta a far compere per il marito e le bambine. Sono tornate in albergo verso le tredici cariche di pacchi. Dove era Lucheni ? Era l'una e quaranta del pomeriggio quando l'imperatrice usci dal Hôtel Beau Rivage con la sua accompagnatrice che già suonava la campanella del battello in procinto di salpare. Camminarono affrettatamente verso l'imbarcadero. In quel preciso istante Lucheni sbuccò da dietro un platano e fece il gesto di porre all'Imperatrice un mazzo di fiori, dandogli una unica stilettata nel petto con la lima affilata che teneva in pugno. L'imperatrice si accasciò sotto l'urto, ma, aiutata dalla contessa Sztárai, si rialzò e continuò la sua corsa, non sentendo apparentemente nessun dolore. Avrebbe detto (in ungherese) “mi ha colpita al seno: forse voleva rubarmi l’ orologgio” . Imbarcò e pochi minuti dopo, ebbe un primo breve svenimento. Il battello essendo già al largo, si sentì male, gli mancò il respiro, impallidì a vista e dicendo “che mi stà succedendo ?” cadde svenuta nelle braccia della contessa Sztáray. Il capitano fece fare marcia indietro e l'Imperatrice morente fu riportata nella sua suite dell'hôtel Beau Rivage. La contessa Sztárai la svestì e costatò che aveva una piccola ferita nella zona del cuore, da dove fuorusciva solo poco sangue. Spirò alle 14.40, un'ora dopo il colpo mortale senza avere ripreso conoscenza. L'autopsia parziale del dottor Mégevand e dei suoi aiuti rivelò che la lima aveva lacerato il polmone e trapassato il ventricolo sinistro del cuore provocando un'emorragia interna. Elisabetta aveva sempre desiderato morire di morte "rapida, repentina e possibilmente all'estero" e aveva forse anche profetizzato che sarebbe morta in Svizzera,"paese di nichilisti e di socialisti", di cui però amava intensamente i paesaggi e apprezzava gli orologgi : Schweizer, Ihr Gebirg ist herrlich ! Ihre Uhren gehen gut; Doch für uns ist hoch gefährlich Ihre Königsmörderbrut. aveva scritto nel suo Diario poetico [2] (la nostra traduzione vuol rispecchiare lo scarso valore poetico delle sue strofe). Come si sà Lucheni fu arrestato da quattro passanti davanti al Nr 5 della rue des Alpes, a pochi metri dal luogo del fatto. Era fiero del suo gesto " Je l'ai bien touchée. Elle doit être morte !" avrebbe dichiarato più tardi al posto di polizia des Pâquis. Fu trasferito alla prison de l’évêché e processato due mesi più tardi nell' indignazione generale quale anarchico. Durante il processo si proclamò un “anarchico solitario” e espose i suoi veri motivi : Farsi un nome imperituro con un’azione ecclatante, e nello stesso tempo vendicarsi delle ingiustizie subite durante l’ infanzia e per il resto della sua misera vita. Negò ostinatamente di avere avuto complici e non rivelò chi gli aveva indicato la presenza e l’indirizzo dell’ Imperatrice, pretendendo di averle trovate sui giornali. In prigione scrisse in un francese che ricorda quello delle Confessions di Jean Jacques Rousseau, un’ autobiografia che gli fu confiscata da suoi sorveglianti e che fu ritrovata solo nel 1938. Fu privato di carta, penna e inchiostro, per cui non poté completare la sua “Histoire”. La parte ritrovata che descrive le sofferenze della sua infanzia fu pubblicata da Santo Capon nella sua biografia di Lucheni [3]. Dopo il suo "suicidio" (?) in carcere, nel 1910, la testa di Lucheni fu conservata in un boccale di formalina, prima all'istituto di medicina legale dell'Università di Ginevra, poi in un armadietto segreto dell'Hôtel Métropole, sosta ufficiale dei grandi personaggi politici che defilavano a Ginevra ai tempi della Société des Nations e degli albori dell' ONU . La testa del regicida veniva mostrata di tanto in tanto a qualche privileggiato di alto rango nemico dei re e imperatori. Solo nel 1999 la città di Ginevra, proprietaria di quel macabro boccale, lo cedette ad un museo di Vienna. Senza saperlo Lucheni ha reso un servigio a l’Imperatrice e Giuseppe Antonio Della Clara all'Impero Austro-Ungarico e al re d’Italia Umberto I°. Lucheni, con quella providenziale pugnalata aveva accontentato il desiderio di Sisi di morire di morte improvvisa, possibilmente all’ estero. A Cesare Lombroso, incaricato del caso, è forse sfuggito che Lucheni, trafigendo il cuore di Elisabetta colpiva quello della madre che lo aveva abbandonato, privandolo per sempre del suo amore. In quanto all’ Imperatrice il suo desiderio di morte improvvisa è stato colmato da uno di quei fanciulli infelici ai quali consacrava le sue lacrime , a difetto del suo denaro e del suo tempo. In quella pugnalata si congiungevano il figlio privato di amore materno e la madre di tutti i disgraziati, vittime della “tirannia” asburgica. Unione mistica, in quella stilettata, del rivoltoso e della libertaria. Giuseppe Clara, a sua volta ha reso, indirettamente, un grandissimo servigio alla monarchia asburgica, sbarazzandola della ormai pericolosa Sisi nonché a re Umberto I evitandogli un attentato. Fu la biografia di Brigitte Ammann a rivelare agli amorosi stupiti della Sisi cinematografica di Ernst Mariska, con il viso aggraziato e sorridente di Romy Schneider, che Elisabetta era in realtà un’egoista anorressica, libertaria, femminista, anticlericale, proto- o precommunista, intenta a indurre suo marito l’Imperatore Francesco Giuseppe a abdicare, a sopprimere la monarchia e a liberare i popoli “sottomessi e sfruttati” dall’odiato Impero Austro-Ungarico. La furia popolare contro gli anarchici italiani che scoppiò a Ginevra a seguito dell’ attentato , spinse Giuseppe Abis Della Clara che non era anarchico, ma Italiano, a lasciare Ginevra per Zurigo, dove è nato suo figlio Giuseppe Quando, da studente di anatomia, con la complicità del preparatore, un Polacco che si portava a casa, in bicicletta, i resti delle nostre dissezioni per studiarsele meglio, mi trovai faccia a faccia con la testa di Lucheni perfettamente conservata nella formalina, inquadrata da folti capelli castani, non sapevo ancora del suo notturno alterco con mio nonno. Di quel fatale incontro, né del ruolo decisivo che aveva avuto deviando il braccio assassino di Lucheni sull' Imperatrice, mio nonno non parlò mai a nessuno. Le sue figlie, da me insistentemente interrogate, ne erano ignare. Lo stesso Lucheni non ne fà parola in quel poco che ci è pervenuto delle sue memorie –che si fermano al momento in cui, a 14 anni, fugge da Parma né durante il suo processo. Non si sa se, alla prigione de l’Evêché, fu impedito di continuarle o se i quaderni più espliciti sul progetto di assassinio furono distrutti o sono ancora conservati in qualche cassaforte privata o in qualche polveroso archivio del palazzo di Giustizia o di altra istituzione. Bibliografia 1.Feigl E. Kaiser Karl. Persönliche Aufzeichnungen, Zeugnisse und Dokumente. Amalthea Verlag, Wien, München 1984. ISBN 3-85002-179-3 p 7-64 sul mandante dell‘ assassinio dell‘ Archiduca Rodolfo. 2.Diario poetico scritto fra il 1885 e il 1889, dato in custodia per 60 anni al presidente del Consiglio Federale elvetico, ritrovato nel 1984 da Brigitte Hammann negli archivi della Confederazione a Berna, e pubblicato dalle Edizioni Mgs Press di Trieste in traduzione italiana. 3.Santo Capon. Histoire de l’assassin de Sissi che contiene l’ " Histoire d'un enfant abandonné à la fin du XIXe siècle racontée par lui-même", ritrovata nel 1938, e pubblicata dal biografo di Lucheni. Le Cherche Midi éditeur Paris 1998 (ISBN: 2-86274-594-) 4. Brigitte Amann. Elisabeth Kaiserin wider Willen. Amalthea Verlag, Wien 1982. Ottenibile anche da Piper Verlag, München. 5. Journal de Genève. 11 novembre 1898 : Le procès de Lucheni con il brillante requisitorio del procuratore generale Navazza. 6. Si può consultare su microfilm gli atti del processo a Lucheni, presso Les Archives d’Etat de la République et Canton de Genève. archives@etat.ge.ch Le concatenazioni del fato o dell’ azzardo che hanno condotto all’ assassinio dell’ Imperatrice. 1. Lucheni, deluso e amareggiato, anzi sempre più furibondo, decide di assassinare un qualsiasi personaggio illustre o importante, ma non sa ancora chi, per vendicarsi di sua madre che lo ha abbandonato alla nascita, da tutti i torti subiti dalla nascita e durante la sua vita. Essendo anormalmente vanitoso, vuole con un unico gesto clastico, dare un lustro imperituro al suo nome. 2. Giuseppe Della Clara, che per tradizione familiare coltiva l’ammirazione per l’Impero Austro-Ungarico e le sue realizzazioni e rimpiange i bei tempi del Regno Lombardo-Veneto, si è convinto che l’Imperatrice Elisabetta è diventata un vero pericolo per la dinastia asburgica e per la stabilità dell’ Impero. 3. Lucheni sbarca a Ginevra lo stesso giorno (e magari sullo stesso battello) dell’ Imperatrice, senza sapere chi assassinare. 4. Elisabetta è venuta a Ginevra in incognito, senza il suo solito seguito, con una sola dama di onore, e ha rifiutato la protezione della polizia svizzera. 5. Le Autorità, la polizia, l’ Imperial Real consolato di Austria Ungheria, i giornali non sono a conoscenza del suo arrivo. 6. Giuseppe Della Clara, avendo assolto il servizio militare nella cavalleria, e che da allora ha una passione per i cavalli , e sta curando quelli di un’impresa di trasporti e conosce molti cochieri apprende probabilmente da uno di loro dell’arrivo all’ Hôtel Beau Rivage dell’ Imperatrice il giorno 9 settembre nel primo pomeriggio. 7. L’imperatrice aveva scritto nel suo Diario poetico che avrebbe voluto morire di morte rapida e improvvisa, possibilmente all’ estero, e considerava gli Svizzeri una “gefährliche Königsmörderbrut” . 8. L’imperatrice è uscita dall’ albergo la sera del 9 settembre per andare a piedi accompagnata dalla sola sua dama di onore à la confiserie Désarnod, sita boulevard du Théatre sulla riva sinistra del Rodano. Lucheni, se avesse saputo della sua presenza prima della sera del 9 settembre, avrebbe potuto stare in aguato come ha fatto il 10 settembre e facilmente ucciderla e magari gettare il suo corpo nel Rodano, dal pont du Mont-Blanc (costruito nel 1862) o dal pont des Bergues, (costruito del 1834) o dall’ antichissimo pont de l’ Île. 9. Lucheni, disperato e senza meta, incontra per puro caso Giuseppe Della Clara, conosciuto ai tempi della leva, la sera del 9 settembre 1898. Hanno una lunga e concitata discussione durante la quale Giuseppe Della Clara lo dissuade di assassinare re Umberto I e finisce per svelargli la presenza dell Imperatrice a Ginevra, all’ Hôtel Beau Rivage, così deviando su di lei il suo braccio assassino. 10. Forse Lucheni che nutriva un tormentato sentimento di amore e di odio per sua madre ha visto nella sessantenne Imperatrice l’immagine della propria madre che ha deciso di punire. 11. Lucheni si trova l’indomani 10 settembre sul Quai du Mont-Blanc, aspettando che l’Imperatrice esca dall’ albergo per salire sul batello che doveva riportarla a Territet. Il quai du Mont-Blanc è semi-deserto tra le ore 13,30 e 13.40 quando l’Imperatrice e la sua dama escono dall’ albergo. Nessun valetto, nessun accompagnatore, nessuna scorta, pochi passanti : Lucheni può avvicinarla e pugnalarla indisturbato.

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