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"Sissi" l'assassino viene da Parma

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Emma Ugolotti
Ginevra, 10 settembre 1898. C'è il sole. Nella tenue atmosfera autunnale, una snella figura di donna avanza a grandi passi. Veste di nero. Ha il volto velato. Invano sguardi indiscreti cercano ancora su di lei i tratti di un’antica bellezza. Elisabetta d’Asburgo, Sissi per il mondo, ha 61 anni, soffre di cuore e di dolori alle anche ma quella mattina si sente bene, è serena e si avvia speditamente all’imbarcadero sul lago Lemano.
L’accompagna la contessa Irina Slatàray, sua amica e dama di compagnia. Sono reduci da Pregny, dalla dimora dei Rotschild ove la baronessa Julie, perfetta padrona di casa, ha deliziato l’illustre visitatrice con la sua squisita ospitalità. In quell'ambiente mozzafiato, con vista sulle Alpi e sul lago, Sissi ha respirato aria di libertà. Ha gustato cibi leggeri ma raffinati. Ha  assaggiato un gelato all’ungherese e bevuto una coppa di champagne. Tutto questo a dispetto della sua ben nota avversione per il cibo che l’ha resa anoressica a vita.
Il mormorio del lago le infonde pace, quella luce soave l’avvolge e lei vi si immerge. Torna ad essere il gabbiano in volo sul mare. Gli ippocastani sono in fiore. Anche al Prater, ed a Schönbrunn ci sono gli ippocastani e profumano. È il profumo di casa, di cose amate e lontane e lei lo avverte. Le ritorna cara l’immagine di Francesco Giuseppe. L’imperatore-soldato, fedele servitore del suo popolo, sempre teutonicamente al tavolo di lavoro nell’oscura Hofburg.
Anche Luigi Lucheni vede gli ippocastani. È in agguato dietro di essi. Ha in mano un mazzo di fiori che nasconde una lima sottile. Attende la sua vittima.     Lucheni ha 25 anni. Basso di statura, occhi a fessura, labbra sottili ornate da baffetti scuri, immagine anonima, spenta che egli però intende accendere con un gesto eclatante. Ha atteso invano il pretendente al trono di Francia Enrico d’Orléans. Ha pensato anche al re d’Italia, Umberto I, nel suo folle disegno di morte. Sarebbe stato un ritorno alle sue origini. Lucheni infatti, pur nato a Parigi, è di origine italiana e più precisamente parmense, di Varano dè Melegari e, in un orfanotrofio di Parma ha vissuto la sua infelice infanzia e la difficile adolescenza di figlio rinnegato. Poi, errabondo in Europa, è giunto a Losanna dove ha trovato lavoro. Qui è venuto a contatto con quei gruppi anarchici, nutriti di livore, animati dall’odio verso i potenti, sempre più vitali man mano che il vecchio secolo si consuma. È membro del gruppo anarchico «Covata di assassini dei Re».
    La fama di bellezza e l’alone di mistero che da sempre circondano la leggendaria figura di Sissi, ne fanno la vittima predestinata. La colpirà al cuore, con un gesto rapido e deciso. Allo scopo, ha consultato libri di anatomia, si è esercitato mentalmente. Sarà difficile raggiungere con la sua lima il cuore sotto tutti quei fronzoli. Ma ci riuscirà così come avrebbe voluto con il cuore di sua madre che, rinnegandolo da neonato, ne ha fatto un infelice a vita. È un attimo, ecco, il colpo è sferrato. L’imperatrice cade all’indietro. La folta massa di capelli ne attutisce l’impatto col suolo. Subito si rialza, si riassetta e riprende il cammino. Pallida e sorridente riassicura gli astanti preoccupati. Poco dopo si accascia di nuovo, perde i sensi. Respira a fatica. La contessa la sorregge, le apre l’abito scuro, le slaccia il bustino così che un’infermiera, casualmente sul posto, le possa praticare un massaggio cardiaco.
Come risvegliata da un sogno, Elisabetta spalanca gli occhi pieni di meraviglia. Si erge per un istante ma poi si accascia di nuovo. L’infermiera nota, sulla camiciola sotto il corsetto, una minuscola macchia di sangue. Intuisce il dramma. Su una barella improvvisata sotto gli ippocastani in fiore, l’imperatrice viene riportata al Beau Rivage, l’hotel che l’aveva ospitata. Dietro di lei si è già formato un corteo funebre. Muore tre ore dopo. «Me ne andrò come se ne va il fumo. La mia anima uscirà da un piccolissimo foro nel mio cuore», soleva dire ed in effetti il punteruolo dell’attentatore è penetrato sopra il seno sinistro raggiungendo il ventricolo con un piccolissimo foro. Il sangue è colato goccia a goccia all’interno del pericardio. La morte è giunta così lentissimamente, senza dolore apparente.
Lucheni viene arrestato subito dopo l’attentato. Gli trovano in tasca una copia dell’Evian Programme, l’elenco dei visitatori illustri di passaggio a Ginevra. Il nome dell’Imperatrice vi è aggiunto a matita. A chi gli chiede il motivo di quel tragico gesto risponde: «perché sono anarchico, perché sono povero, perché sono infelice e perché odio i ricchi». Viene condannato all’ergastolo. In carcere scrive le sue memorie in francese «Histoire d’un enfant abandonné, à la fin du XIXe siècle, racontée par lui-même». Muore nel 1910, probabilmente suicida.
Il 15 settembre, la salma di Elisabetta giunge all’Hofburg di Vienna. «Nessuno saprà mai quanto io l’abbia amata» sono le dolenti parole di Francesco Giuseppe affranto. Intanto l’eterna fuggitiva, il gabbiano solitario spicca il suo ultimo volo nell’infinito e trova finalmente pace, là accanto al figlio Rodolfo ed alla piccola Sofia, nella Cripta dei Cappuccini. Libera ormai e lontana per sempre dai suoi dolori e dai suoi amori. Lontana per sempre dai luoghi tanto amati, da Corfù, da Madeira, dal boscoso Possenhofen della sua infanzia, da Starnberg, il lago natale, dall’amata Ungheria e da Gödöllö che lei chiamava il suo «raggio di sole».
Tacciono per sempre il galoppo dei lipizzani, la poesia di Heine, le ballate magiare così care al suo cuore. Lontane sono anche le sue idee liberali, anticlericali ed antimonarchiche che l’hanno resa un’appendice indesiderata nella rigida realtà asburgica. Ma queste idee mai dimenticate frutteranno nella nuova società che sta per nascere da un’Europa ormai agonizzante.     Elisabetta non fu una grande imperatrice. Non fu una madre affettuosa. Non fu una moglie paziente. Ma fu molto altro. Fu sostanzialmente una donna all’affannosa ricerca di se stessa. Rifiutò in blocco tutte le convenzioni che il suo rango le imponeva per volare verso se stessa, verso la propria affermazione di essere pensante, libero e sovrano, anticipando  i movimenti femministi europei ancora in embrione.
 «Sono un gabbiano in volo sul mare» soleva definirsi nei suoi versi poetici frutto della comunione spirituale con Heinrich Heine, l’amato poeta. Eppure il suo volo solitario non la portò alla felicità. La sua fu una vita ardua, vissuta in solitudine, in aperto contrasto con troppi mentre lo sforzo alienante teso alla coscienza della propria individualità le comportò atroci sofferenze. Fragile com'era sopportò dolori inenarrabili, la perdita della sua piccola Sofia di soli due anni e la tragedia di Mayerling che coinvolse tragicamente il figlio Rodolfo, l’erede al trono, colpevole solo di assomigliarle troppo, furono le prove più atroci che dovette affrontare ma non le uniche. Ogni volta però, Sissi ne riemerse, pur a fatica, traendo proprio dal dolore l’energia necessaria per fronteggiare un destino avverso e vivere con la forza dei grandi.
A Vienna, sulla sua tomba, i fiori sempre freschi legati dai colori nazionali ungheresi. Il cuore magiaro batte ancora per lei, che non volle vivere da imperatrice ma solo come Ersébet.

 

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