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New York tutto di tutto per tutti

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«Uèc’m tu Men-edd’n». Che vorrebbe dire benvenuti a Manhattan. Dimenticate la vecchia prof di inglese, quando arrivate a New York.

Se direte «a glass of milk and a cup of coffee» come vi hanno insegnato a scuola, nessun barista vi capirà, nonostante tutti ci mettano una gran buona volontà (non come in Inghilterra, tanto per capirci). Per intenderci: la bottiglia è «bad’l», il latte «miuul», il caffè «caffi». E Manhattan è Men-edd’n, appunto. Più deformi, più americaneggi, meglio ti capiscono. E’ talmente folta la variegata comunità ispanica che pare sia più parlato lo spagnolo dell’inglese, nei cinque quartieri di New York. Ma la lingua è l’ultimo dei problemi, in qualche modo ci si arrangia sempre. Nulla frena la gioia di godersi New York.

IL CENTRO DEL MONDO

Ogni volta è come fosse la prima. Per banale che sia dirlo, New York è il centro del mondo: te ne rendi conto a ogni isolato, non solo transitando davanti alla Borsa o entrando nel palazzo delle Nazioni Unite, o ammirando con il naso all’insù grattacieli vecchi e nuovi, art decò e avveniristici, dall’Empire State Building al Chrysler, alla Freedom Tower. Basta stare dieci minuti davanti all’ingresso del leggendario Waldorf Astoria (ahi, comprato dai cinesi): da taxi e limousine scendono i ricchi e i potenti più ricchi e più potenti del globo: sceicchi, nobili, cosiddetti vip. O passare un giovedì pomeriggio a Chelsea, nelle strade delle gallerie d’arte. Il giovedì è il giorno delle inaugurazioni, nel tardo pomeriggio. Dieci, venti, trenta inaugurazioni in contemporanea: entri in una galleria a caso (non servono inviti: e appena ti vedono ti fanno un gran sorriso e ti mettono un bicchiere di vino in mano) e ti senti dentro a un film. Se vuoi mangiare un boccone, fai due passi e puoi andare al popolarissimo Chelsea Market (grande spazio consacrato al cibo ricavato dalla spettacolare ristrutturazione di una ex fabbrica di biscotti) o al costosissimo «Del Posto», il più esclusivo tra i tanti locali newyorchesi di Joe Bastianich (alla sera menu da 149 e 179 dollari, più il bere e le mance, of course).

HAMBURGER DI SERIE A

A proposito di mangiare, a New York si trova di tutto, a tutti i livelli e per tutte le tasche. Nella ristorazione come nell’arte, nello sport, nella moda, in tutto. Lasciamo stare gli estremi, dall’hot dog in strada ai posti più «in». E parliamo degli hamburger, che qui sono una cosa seria. Anche i cuochi stellati e griffati li mettono in carta: carne di prima qualità, patatine fritte di serie A, ketchup fatto in cucina e non servito da un tubetto. Roba da leccarsi i baffi. Il bello di avere tutto a portata di una camminata o di una corsa in taxi (o di un «Uber car»: ce ne sono centinaia in ogni quartiere) induce (anche) a scorribande gastronomiche. Per gli amanti della carne, è il paradiso, dalle steak house alle churrascarie brasiliane, ai ristoranti argentini. C’è il top. Per il barbecue importato dagli Stati del Sud, idem. Per la cucina etnica, altrettanto.

A meno che uno non abbia budget quasi illimitati, meglio buttarsi sulla birra che sul vino, che ha costi proibitivi quasi ovunque, anche per un calice: vero che riempiono i bicchieri neanche servissero Coca Cola, ma un calice di un prosecco scadente costa dai 20-25 dollari in su, e non parliamo di un californiano medio.

Un rifugio sicuro è Lusardi’s, nell’Upper East Side. Un parmigiano a New York non può non passare in questo locale di due fratelli borgotaresi, Luigi e Mauro Lusardi, la cui storia è un romanzo: freschi di diploma, sono andati un’estate a trovare il fratello maggiore, impiegato all’Onu, e si sono innamorati subito di New York. «Tornare indietro? Neanche a parlarne», si sono detti. Si sono dati da fare (fuori di metafora: si sono fatti un mazzo così) e oggi sono alla guida di un piccolo impero della ristorazione, aiutati dai figli. Il Lusardi’s è il primo nato (1982) e il più caratteristico dei loro locali. Ambiente di charme e grande cucina. Meta di sportivi e personalità. «La gente famosa viene volentieri da noi perché sa che, se si presenta un paparazzo, lo sbattiamo fuori».

L’ULTIMA MODA

Anche lo shopping resta un’attrazione forte, nonostante non si facciano più gli affari di una volta (un dollaro ormai vale quasi un euro) e sul fronte della tecnologia non ci siano più le «primizie» di qualche anno fa. Certo, un oggetto Apple preso nell’ormai storico negozio sulla Fifth Avenue resterà sempre un bel ricordo. Il negozio è sotterraneo, in strada c’è solo un cubo, con dentro un neon a forma di mela morsicata. Un colpo di genio, grazie al quale l’Apple store è diventato famoso in tutto il mondo il giorno stesso dell’inaugurazione. Molto newyorchese l’orario di apertura del negozio: 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno.

Certo, boutique e negozi delle strade consacrate allo shopping – un lungo tratto della Madison Avenue e della Fifth Avenue e tutto Soho, in primis – hanno sempre il loro perché.

C’è lo spettacolare palazzo di Ralph Lauren, in Upper East Side, con l’omino fuori dal negozio pagato per fare sparire le cicche per terra, e c’è il negozio storico di Brooks Brothers di Midtown. E il lussuosissimo showroom di Prada, sulla Broadway, nel cuore di Soho: uno spettacolo nello spettacolo. Ma sono solo tre casi di un’offerta che fa spavento per quantità e qualità. E per originalità. Ci sono le mode che prima o poi arriveranno anche da noi: lo stivale nero con suola di gomma bianca, per esempio.

Tutto a New York è formato maxi: dai negozi agli atrii dei condomini, dai Duane Reade (una via di mezzo tra farmacie e supermercati: vendono di tutto e sono sempre aperti, giorno e notte) ai «delicatessen» di indiani e pakistani.

SPETTACOLO AL «GARDEN»

Piacciano o no gli sport americani, vale la pena di cercare un biglietto per un evento al Madison Square Garden, la «casa» dei Knicks (basket) e dei Rangers (hockey), e non solo. Ventimila spettatori, un tabellone che sembra un’astronave (con quattro giganteschi schermi curvi a led, di 8 metri e mezzo per quasi 5). Al di là dell’evento sportivo (di altissimo livello, questo è scontato), lo spettacolo è tutto ciò che ruota intorno alla partita. Due ore di puro divertimento e di adrenalina. Sulle gradinate, non ci sono ultrà molesti ma famiglie. Non ci si offende ma si vive insieme un’esperienza bellissima. La presentazione della squadra di casa è preceduta da uno show, con corpo di balletto, spettacolo di luci (da lasciare a bocca aperta), immancabile inno americano. A ogni time-out, minispettacoli divertentissimi. Nel caso del basket, si va dall’esibizione di schiacciatori acrobati (gente che, con un trampolino, vola a quattro metri da terra e schiaccia facendo una capriola) alle esibizioni delle cheerleader, agli attesissimi lanci di magliette: squadre di ragazzi e ragazze «armati» di fucili spara-tshirt lanciano le magliette al pubblico. Fino a quando entrano sul parquet quattro «mega machine», che di magliette ne sparano a decine al secondo, tra l’entusiasmo dei ragazzini (e non solo).

LA CAPITALE DELL’ARTE

Tutto è al top. Il teatro – tra i celeberrimi musical di Broadway e le innovative performance di off-Broadway – il balletto, la lirica al Metropolitan. L’arte, dalla preistoria ai giorni nostri, dal Metropolitan al Moma, al Guggenheim. E la Whitney, la «nuova» Whitney. Orgoglio tutto italiano: l’ha pensata, disegnata e realizzata Renzo Piano. Struttura tanto imponente quanto bella, sul fiume Hudson, a una estremità della High Line. Nel cuore del quartiere che i newyorchesi chiamano Meatpacking (letteralmente, lavorazioni delle carni): una volta c’erano solo macelli, adesso – grazie proprio alla Whitney e alla High Line – è una delle zone più trendy, con negozi, locali alla moda e ristoranti.

A TU PER TU CON PICASSO

Nei musei, ovunque, code alle biglietterie e folla nelle sale. E’ vero che al Moma è in corso una mostra temporanea (splendida) delle sculture di Picasso, ma la passione per l’arte è qualcosa di profondo, a New York. «Coltivata» fin dall’asilo: ci sono decine di scolaresche sedute a cerchio davanti ai quadri di Picasso e Kandinskij, con taccuino e pennarelli in mano. La maestra che spiega queste «strane» figure e i piccoli studenti che fanno a gara a copiarle sul taccuino e a fare domande. Da grandi, probabilmente, non si chiederanno «ma che roba è?» e nemmeno obietteranno «questo sarei capace anch’io di farlo».

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