Arte-Cultura

Trentenni visti da un inquilino

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Lisa Oppici
«Questa è una storia che una storia del genere non mi era mai capitato di scriverla». Chi è? Paolo Nori, sì. Inconfondibile. Anche se il suo ultimo romanzo, «I malcontenti», marca per certi versi una distanza rispetto al resto della sua produzione: è un libro con un tessuto più vicino a una trama tradizionale, in cui «succede qualcosa». Non si pensi alla rivoluzione, però: Nori rimane Nori, con le sue caratteristiche formali e con lo sguardo sulle cose che è tipicamente suo. Un poco meno livoroso che agli inizi, certo, un poco più maturo, ma sempre lui. Per chi scrive, resta un autore che ha espresso finora solo un decimo del suo potenziale, anche perché ostinatamente agganciato a un filone e a un «modo» che sono sì un marchio di fabbrica ma anche una zavorra. Qui, nei «Malcontenti», il talento di Nori (si pensi solo alle descrizioni, che qua e là sembrano «rivisitare» Balzac, o Stendhal) emerge più che altrove, e alla fine il romanzo è più soddisfacente di altri suoi: più bello, più interessante, più riuscito.
Tante cose insieme, raccolte e mescolate insieme, nel nuovo libro dell’autore parmigiano, che sarà presentato stasera  alle 20,30 al Fuori Orario di Taneto di Gattatico. Tante parole, tante virgole, tanti incisi, tante sensazioni-impressioni, tante osservazioni: le osservazioni di chi si trova davanti una realtà sempre più disarmante e, appunto, annota. Tantissimi capitoletti: 273 per 166 pagine. Una storia con molte storie intorno, più o meno, in una Bologna così cambiata che l’io narrante (Bernardo, scrittore) la chiama addirittura in un altro modo (Tommaso) e ormai terrorizzata come molte delle nostre città.
La storia del legame tra due quasi trentenni che provano ad affacciarsi al mondo visti e raccontati dall’inquilino del piano di sotto (Bernardo, appunto); della quotidianità strana di quest’ultimo, tra presentazioni di libri, letture pubbliche, osservazioni varie e consultazioni assidue del pc per vedere «se mi scriveva qualcuno»; del suo rapporto con la figlia («una bambina di 4 anni»), che sta con lui alcuni giorni la settimana; dell’organizzazione strampalata di un festival anche più strampalato (Il Festival dei Malcontenti) che alla fine riesce a dividere i due quasi trentenni affacciati al mondo di cui sopra. Questo ma non solo, nel libro.
Anche molto altro: a partire dalle osservazioni piazzate lì, tra cose diverse e apparentemente senza senso, da un Nori più che bravo nel cogliere e riprodurre (nel suo «non dire niente» che qui è più che mai significante) il delirio del nostro tempo - il suo essere «fuori» - in piccoli-grandi segni. E altro ancora; anche, forse soprattutto, fra le righe, fra le mille divagazioni di un autore che della divagazione ha fatto il proprio modus consueto, una (articolata e lucidissima, profonda) riflessione su una generazione, che è poi quella di Bernardo e dello stesso Nori, che si è trovata il mondo già fatto («Era come se il mondo, che per i nostri genitori era stata una cosa da fare, da costruire, per noi fosse già fatto, preconfezionato, e l’unica cosa che potevamo fare era mettere delle crocette, come nei test») e per certi versi s'è persa: «Noi, quelli che avevano la nostra età, la mia età, quarantacinque, ma anche l’età di Giovanni, ventinove, noi, il nostro strumento, la nostra leva, per farci spazio, nel mondo, per noi non era più, com'era stato per le generazioni precedenti l’entusiasmo, o il dovere, o il senso di sacrificio, o la speranza di un mondo migliore o non so cosa. No. Noi, la nostra leva, quello che ci costringeva a entrare nel mondo, per noi, era la disperazione». 
Ecco: questa disperazione, che come al solito si mescola con tratti apertamente comici e molto caratteristici dei libri di Nori, è, sottotraccia, sempre lì, sempre presente, ed è quella che fa dire, per le forme e per la «nudità» con cui è presentata, che forse questo sia il romanzo più intimo e sincero (pur nella finzione) dello scrittore parmigiano. Quello in cui il tema del senso e del non senso (della vita, dell’andare, del fare) diventa più scoperto, quasi ossessivo. Anche se poi tutto, tutto quello che c'è scritto nel libro e non solo il penultimo capitolo, è sdrammatizzato dall’ultima riga: «In fondo lo sapevo che eran tutte balle».
I malcontenti Einaudi, pag. 166, 16,00

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