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Vangelo, sorgente di vita

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L'ibero e fedele», vissuto sempre «di cielo e in cielo», «un bambino affascinato dalla contemplazione e dall’amicizia con gli uomini». Questo fu, nelle parole di chi lo conobbe, fratel Carlo Carretto, che il 2 aprile compirebbe un secolo, morto di leucemia nel 1988. Morì nel giorno di San Francesco, il 4 ottobre, questo piemontese assetato di spiritualità e povertà come il Santo di Assisi, che proprio a due passi da Assisi, a Spello, creò nel 1964, al ritorno da un decennio di vita contemplativa nel Sahara, una fraternità di preghiera e lavoro: un pugno di Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld che s'insediò in un ex-convento francescano accogliendo da allora in una decina di eremi sparsi sulle colline circostanti - vecchi fienili, stalle e casolari donati dai contadini - folle di gente comune, politici, intellettuali, artisti, coppie, preti e vescovi, tutti in cerca di Dio e di se stessi. Spello era «presa d’assalto dai giovani - scrive il giornalista Gianni Di Santo nella biografia «Carlo Carretto. Il profeta di Spello» (Edizioni San Paolo, 174 pagine, 12 euro) - con una media, nel periodo estivo, di quattrocento a settimana». Attirati dalla «voce fascinosa», dal «volto solare e sorridente (...) e gli occhi colmi di stupore per l’incontro inaspettato» con cui fratel Carlo riceveva ognuno.
Il suo libro è un commosso ricordo di un uomo che per i giovani di allora fu modello di un cristianesimo ravvivato dal Concilio...  
Carlo Carretto è stato un personaggio emblematico del movimento cattolico del Novecento. Un leader sia nella Gioventù italiana di Azione cattolica, dove militò per tanti anni conducendo importanti eventi come la riunione di 300.000 giovani «baschi verdi» in piazza San Pietro nel 1948; sia sul terreno spirituale, in quanto con i suoi libri, tradotti in 34 lingue tra cui l’arabo, uno dei casi letterari più clamorosi dell’editoria cattolica per numero di copie vendute, ha accompagnato parecchie generazioni all’ascolto della Parola. Poi c'è Spello, il vero miracolo di Carretto.
Averlo conosciuto personalmente l’ha aiutata nel suo lavoro?  
Appartengo a quella generazione di giovani che si nutriva dei libri di Carlo. Lo conobbi al convento di San Girolamo a Spello. Avevo vent'anni e ascoltandolo capii tante cose. Da quando ho cominciato le ricerche per raccontare il «mio» Carretto, è come se ci avessi parlato ogni giorno. Ho passato diverso tempo a Spello e all’Abbazia di Sassovivo a Foligno, con i Piccoli Fratelli di Jesus Caritas e il loro priore, Giancarlo Sibilia, esecutore testamentario di Carretto, per renderlo il più possibile vivo attraverso il libro. E c'è la sua tomba, lì al San Girolamo, che racconta più di ogni cosa. Incastonata nel terreno, nel silenzio del vento, la pietra del monte Subasio. Presto il San Girolamo tornerà a vivere: l’Azione cattolica ha deciso di restaurarlo dopo il terremoto e di tornarvi a formare adulti e giovani assetati di Vangelo.  
Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI, ebbe molta simpatia per Carretto... La simpatia umana tra i due aveva un retroterra culturale di base. La grande tradizione della filosofia e del personalismo francese, così cara a Paolo VI, era anche il nutrimento di Carlo. Inoltre erano stati insieme a Roma: Montini in Segreteria di Stato e Carretto alla Giac. In due parole: il Concilio. Ecco cosa li univa. La Chiesa che dialoga col mondo.
 Cosa spinse Carretto a decidere, a 44 anni, di farsi Piccolo fratello e di seguire le orme di Charles de Foucauld nel Sahara, che gli ispirò quell'intenso libro che è «Lettere dal deserto»?  
Carretto veniva da una fortissima delusione. Si era appena dimesso da presidente della Giac per contrasti con una parte delle gerarchie cattoliche che vedeva nella mediazione col potere l’impegno primario della Chiesa, mentre lui e altri dirigenti erano per una Chiesa che dalla testimonianza dell’annuncio traesse la linfa per parlare ai popoli. In quel periodo lesse un libretto di René Voillaume, il fondatore dei Piccoli fratelli di Gesù che si richiamano all’insegnamento del beato Charles de Foucauld. Se ne innamorò subito e partì. Preghiera e accoglienza, contemplazione e solidarietà con chi non ha niente: da quel momento questi furono i suoi fondamenti.
Perché «profeta»? E quali le «profezie» di Carlo Carretto? Sono queste a renderlo tanto attuale oggi forse più ancora di ieri? 
Carretto amò fino alla fine la sua Chiesa. E’ il suo più grande insegnamento. Si può anche criticarla la Chiesa, ma sempre da figli che riconoscono il padre. Carretto sa che senza la Chiesa non c'è annuncio del Vangelo, ma proprio questa sua libertà di figlio di Dio lo fa essere sereno e franco con la casa paterna. Questo è il suo più grande messaggio: amare la Chiesa. Anche quando essa sembra addormentarsi su cose che non hanno a che fare col Vangelo. Amarla sempre, da laici obbedienti in piedi. Perché spetta anche ai laici, seguendo l’insegnamento del Concilio, annunciare il Vangelo nelle strade tortuose del mondo odierno. Ho l’impressione che la profezia di Carlo sia oggi una profezia che ci manca. L’amore per una radicalità evangelica e una fede vissuta al passo con gli uomini è una cosa possibile. Ma, ahimé, vedo in giro sempre meno profeti e sempre più profeti di sventura.
Carlo Carretto. Il profeta di Spello San Paolo, pag. 174, 12,00

 

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