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Un secolo di sport a Parma in una mostra a San Ludovico

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Giorgio Gandolfi

Quando nel lontano 1957 Baldassarre Molossi diede alle stampe il suo prezioso «Dizionario dei parmigianigrandi e piccini» non poteva immaginare che dedicando le sei righe finali al podista Aldo Zoni, detto Muller, da un rigagnolo sarebbe scaturito un fiume. Quello dello sport perchè Aldo Zoni nato nel 1886 aveva corso nel pomeriggio del 17 novembre del 1907 a Reggio Emilia battendo il record mondiale dei 50 chilometri «riuscendo a percorrere la distanza in 4 ore e 45 minuti».
Ho il libro con la dedica dell’elegante giornalista che divenne mio direttore: «A Giorgio Gandolfi con affetto e simpatia per il suo lavoro». Molossi allora non seguiva attentamente lo sport, si professava soltanto tifoso del Bologna, reminiscenza della gioventù tanto è vero che spesso ammoniva noi sportivi a tenere in considerazione «lo squadrone che faceva tremare il mondo». Un giorno, più avanti, essendo il direttore reduce da un Congresso negli Usa, riuscii ad estorcergli un articolo sul baseball, il racconto del suo viaggio e l’impatto con un mondo che già allora viveva di sport, pubblicandolo poi sulla pagina di «Tanara Baseball», la rivista che aveva anticipato altre pubblicazioni.
Anche se aveva un occhio di riguardo per la pagina degli spettacoli, Molossi aveva intuito che cronaca e sport erano spazi trainanti, il motore dello sviluppo della vecchia «Gazzetta». E infatti lo furono anche se qualche collega, poco lungimirante, ammiccava e commentava: «Eh, quante pagine per questo calcio...». Non per niente il giornale del lunedì divenne presto quello con la migliore tiratura e quelli che prima ammiccavano poi chiedevano: «Non potrei fare anch’io un pezzetto per lo sport?».
Il fenomeno non avveniva solo a Parma. Dove già erano arrivati i primi scudetti, quelli del rugby con giocatori come Sergio Lanfranchi, un figlio di Borgo del Naviglio come lo fu anche Marcello Padovani, il pugile, ed altri forse meno forti ma incisivi ed eleganti come Mimmo Mancini, destinato a giocare addirittura in Francia, a Grenoble dove il rugby era sport da professionisti. Un satellite a parte attorno al pianeta terra al punto da diventare la decima «industria» come fatturato.
Da quel rigagnolo, dicevamo, lo sport parmigiano (altro insegnamento di Molossi: «Noi siamo parmigiani, quelli della provincia i parmensi...») è diventato un fiume inesauribile con accanto una riserva di caccia aperta a tutti quelli che avrebbero fatto sport per hobby o professione. Con la crescita dei miti, dei personaggi indimenticabili, «grandi e piccini», proprio come quelli del libro di Molossi, anche se là si trattava soltanto di politici, scrittori, artisti ed il Muller, pardon «Zoni Aldo, podista» sembrava proprio un intruso e probabilmente lo era.
Sono passati dunque più di cento anni e lo sport spesso sovrasta tutto il resto, muovendo milioni di persone. Ogni giorno in Italia e nel mondo esce un libro dedicato ad un «eroe» degli stadi: insomma, cronaca di tutti i giorni. Non lo è sicuramente la mostra «100 anni di sport a Parma» che il locale Panathlon sta realizzando assieme Veterani, Coni e all’assessorato allo Sport del Comune - Roberto Ghiretti in prima linea - e allo sponsor Crédit Agricole e la cui inaugurazione è prevista per il 25 maggio in San Ludovico. Una serie di pannelli dedicati ai campioni ma anche ai momenti che si possono definire di «colore», tipo «Cilièn», il minuscolo parmigiano che presenziava agli avvenimenti della città, ritratto da Montacchini mentre assiste alla corsa automobilistica Parma-Poggio di Berceto, per non dire dell’immagine di Sergio Lanfranchi che esce dal campo dopo una sfida coi francesi e viene applaudito dai transalpini per la bravura dimostrata in campo al punto che poco dopo se lo portarono a giocare a casa loro.
Si parte da Del Grosso, il ciclista che nel 1924 all’Olimpiade di Parigi sfiorò il bronzo, eliminato nella velocità su pista in semifinale dopo avere vinto una delle prove di qualificazione con un tempo ragguardevole, 12.8, lo stesso tempo del vincitore, il francese Lucien Michard. Per arrivare ai giorni nostri attraverso 150 pannelli riassuntivi di epoche, sport e figure più o meno a fuoco nell’angolo dei ricordi. Un modo per rinfrescare la memoria a gente più o meno sportiva, per mostrare ai giovani i pionieri di tanti sport che hanno saputo sacrificarsi pur continuando a studiare o a lavorare. Perché «lo sport è scuola», come ha ricordato recentemente a Parma nella sua «lectio magistralis» il docente bolognese Roberto Farnè «e lo sport allena l’intelligenza. Il gioco è fondamentale nell’esperiemza di una persona, la matematica è una disciplina come l’atletica. Ecco perché dobbiamo credere nello sport, guardare allo sport come salvaguardia degli ideali, il principio kantiano di essere o non essere. Dobbiamo capire che lo sport è cultura, è entrato di diritto nelle Università, anni fa sarebbe stato impensabile pensare che ci sarebbero state Facoltà che si occupano soltanto di sport...». Siamo dunque pienamente d’accordo con l’assessore Roberto Ghiretti, sempre a fianco nella crescita della Mostra, quando ha affermato: «Chi non crede che lo sport è cultura, farà bene ad iscriversi ad un corso di aggiornamento...».

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