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Arte-Cultura

Il racconto della domenica - I misteri della pesca alla mosca

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Felice Modica

Se non sapete cosa sia un fly fisher, ovvero un pescatore a mosca, mi dispiace per voi, ma ignorate almeno un aspetto importante dell’arte. Non sono molte le cose capaci di procurare, alla semplice vista, un godimento estetico paragonabile a quello che possono dare un pointer in ferma o un purosangue al galoppo sfrenato: una di queste è senz’altro la pesca a mosca. Posso affermarlo con cognizione di causa, avendo visto Stig Nystrom, il genio, all’opera mentre suona la sua musica silenziosa sul fiume. Ai più Stig sarà sconosciuto, ma nella Lapponia svedese è un grande maestro che insegna nelle scuole dell’obbligo a comporre anelli di filo sul proprio capo, depositando poi una piccola mosca della forma e del colore giusti, sull’acqua, proprio dove il pesce la aspetta. A chi li osservi per la prima volta all’opera, questi pescatori sembreranno bizzarri acquatici domatori di cavalli, mentre frustano l’aria con una bacchetta flessibile. Guardando meglio però – e soprattutto ascoltando – si vede (e si sente) che sono intenti a suonare una musica bellissima. Per comprenderlo non occorrono un particolare orecchio musicale o l’occhio del critico d’arte. E’ l’aria che canta, mentre il fly fisher la sferza con la lunga coda di topo disegnando sulla sua testa anelli di filo che, senza mai sfiorare l’acqua, ad ogni passaggio si fanno più larghi. Poi, d’un tratto, la bacchetta si raddrizza, punta qualcosa, forse il flicorno dell’assolo e si piega come un arco. Tutto allora salta e canta: il pesce, i sassi, l’intero fiume in cui il pescatore-direttore d’orchestra, immerso fino alla cintola, dirige il grande e tragico finale. «Stop and go, stop and go…», risento ancora Stig mentre mi insegna i fondamentali dell’arte e mi fa veramente capire il capolavoro di Norman Maclean, quell’«In mezzo scorre il fiume» ridotto a commediola sentimentale dal cinema hollywoodiano. Maclean era un taglialegna e poi un agente forestale e infine – come solo in America può accadere – un docente di letteratura alla University of Chicago. Basandosi sui ricordi di gioventù nel selvaggio Montana, ha composto un inno alla pesca a mosca, che è un tutt’uno con la religione, perché tutte le cose «alla fine si fondono in una sola e un fiume la attraversa». Nel libro c’è un padre, un vecchio predicatore che legge il Vangelo in greco lungo il fiume, e sperimenta coi suoi figli il potere risanatore delle acque. S’impara al ticchettio di un metronomo: il ritmo, lo «stop and go», di questa aristocratica pesca. Nei momenti felici, padre e figli si fanno aria, pesci, insetti, acqua, musica. «Perché tutte le cose buone – dalle trote alla salute eterna – derivano dalla grazia, e la grazia dall’arte, e l’arte non è una cosa facile». Lo sperimento, in un raro momento felice, mentre nella notte lappone senza tempo, il grande Stig mi inizia ai misteri della pesca a mosca al ritmo di un metronomo. Sono immerso nell’acqua fino alla cintola, è mezzanotte e, nella luce lattiginosa del grande Nord, il sole quasi non si distingue dalla luna. «Stop and go, stop and go…», formula magica, mantra che occupa del tutto la mia mente. Percepisco che sta per accadere qualcosa di speciale, irripetibile. Se avessi una visione non mi stupirei: il mio asfittico razionalismo è annegato, - magro pasto per le trote – né sento più i morsi delle zanzare. Ormai il mio braccio destro suona la musica del fiume, trascinando con sé il corpo liberato da vecchie ruggini. Non avverto dolori fisici e il «cane nero» che ci perseguita fin dall’età della ragione ha dovuto andarsene, di fronte a un potere benigno assai più forte. «Stop and go, stop and go…», il temolo, il grayling, è gigantesco, eppure il suo balzo elegante, gli spruzzi contenuti. Il lancio perfetto, giusta la ferrata, come il gioco con la lenza, che adesso è un prolungamento di me. Stig si è fermato. Guarda e sorride, arbitro silenzioso e imparziale di una lotta che è anche la sua. Lo trascino in superficie, riflette argentei bagliori di luna - o di sole, non saprei dire. Quasi lo tengo, lo sfioro con le mani bagnate. Ma ecco un ultimo guizzo improvviso, un salto fuori dall’acqua – mio Dio, è enorme! – il temolo si sgancia spezzando il filo sottile del mio sogno. Resto così, immobile – ancora adesso non saprei dire per quanto. Solo più tardi mi accorgerò di essere tutto bagnato, sorprendendomi a tremare per il freddo. Stig abbandona il fiume assieme a me. Contrariamente al solito non ride. In silenzio ci avviamo verso la tenda.

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