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Finanza, umanità oppressa

 Alain Touraine

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In che mondo viviamo? In un mondo post-industriale o post- sociale, stando all’elaborazione che il novantunenne francese Alain Touraine (uno dei maggiori sociologi contemporanei, dal 1970 direttore di ricerca all’Ecole des Hautes études en Sciences soiciales di Parigi, Legion d’Onore nel 2014, che per primo coniò l'espressione «società post-industriale»), ha portato avanti nel corso della sua copiosa bibliografia della quale il saggio «Dopo la crisi» (2012, Armando editore, pag. 190, 18,00) è suggello di un percorso profetico. Il mondo, accelerato anche da una situazione economica pressante, è cambiato in modo ultraveloce dividendo società ed economia, e il sociologo l’analizza in profondità. «Le crisi economiche recenti – commenta Touraine – nascono generalmente da una separazione crescente dell’economia finanziaria, spesso contaminata dalla volontà di arricchimento personale dei dirigenti, e dell’economia reale, che non è definibile al di fuori dei confini sociali e degli interventi di Stato». E ciò lo induce, in capitoli agili e sferzanti, ad aggirarsi «al di fuori della società industriale», con la speranza di poter realizzare «una nuova società possibile» facendo affidamento sulle «nuove istituzioni sociali e politiche». Una strada con parecchie asperità, ma che l’illustre sociologo sa appianare con una vivace dialettica. Incontro a Percoto (Udine) Alain Touraine, dove ha vinto la quarantunesima edizione del Premio Nonino – Un maestro del nostro tempo.
Di recente al grande summit di Davos si è parlato molto della cosiddetta quarta rivoluzione industriale, che potrebbe creare nel tempo cinque milioni di disoccupati, mettendo in serio pericolo anche la classe media. Lei crede che la quarta rivoluzione industriale sia davvero alle porte? Che cosa comporterà?
Non posso dare una risposta tecnica a questo problema. E' certo che nel periodo attuale molte possibilità di lavoro sono soppresse dalla diffusione dei robot e per la delocalizzazione delle aziende. E' un fatto indiscutibile: la robotizzazione porta all’eliminazione di milioni di posti di lavoro. Non vale la pena discutere la capacità delle macchine di riprodurre il progresso industriale: in questo caso le macchine sono migliori degli uomini nei lavori di tutti i tipi. Viviamo un periodo del mondo nel quale, per la globalizzazione e per altri affanni compreso il rischio permanente di una guerra, abbiamo quasi paura a sviluppare tipi di attività importanti in grado di supplire ai vuoti createsi a seguito di problemi che ogni giorno ci sgomentano.
Perché questa paura?
Nel momento attuale la vita è cambiata e ridotta a iniziative che nel migliore dei casi sono imprenditoriali, ma i capitali disponibili sono usati non per le attività legali, ma per le speculazioni. Il che significa che se non si creano posti di lavoro la prima ragione è perché si punta solo alle speculazioni basate sulla compravendita. Il mondo capitalista di oggi è tornato al tempo di Balzac, all’Ottocento.
Ma questa è una retrocessione disastrosa...
E' un regresso dettato da un’incoscienza quasi totale. E questo in paesi più o meno democratici, non in Cina. Nel momento attuale il partito socialdemocratico è in maggioranza in molte nazioni e in altri paesi è il comunismo che comanda, come in Italia e in Francia; e in Germania comanda la Merkel. Gli investimenti però non sono diretti verso i lavoratori, e in molti paesi aumenta il numero di suicidi per l’assenza di lavoro, soprattutto tra gli impiegati della classe media. Questa è materia per uno psicologo. Quasi tutte le risorse finanziarie sono in mano alle multinazionali dominanti.
Lei in passato ha sostenuto che le più grandi novità in campo economico sarebbero arrivate dalla Cina e dall’India: si è avverata del tutto la sua profezia?
Queste cose le pensavo venti o trent’anni fa quando i paesi emergenti erano Cina, Brasile, l’Africa con una situazione molto primitiva e l’India che ha un progresso tecnologico di altissimo livello subissato però dal sistema illegale delle caste. Oggi è in azione ovunque un nuovo sistema di attività economica e sociale che vuol dire tecnologie, concentrazione di capitali per investimenti di vario genere, ma anche un sistema politico capace di organizzare ipotesi di lavoro diverse per controllare nuove dimensioni affaristiche. Intesa che al momento in Europa sembra scarseggiare.
Quali sono, secondo lei, gli errori che mettono in affanno il vecchio continente?
Senz’altro uno degli errori più vistosi è stato quello di coinvolgere ventotto Stati. E' un allargamento enorme, difficile da contenere soprattutto quando si vogliono stabilire degli obiettivi comuni. E questo mentre nel mondo si fanno strada nuovi giganti politici ed economici che potrebbero prendere in mano le redini del potere mondiale. Penso a un duopolio costituito dall’America e dalla Cina, le quali, a mio avviso, hanno tutti i numeri per diventare padroni dell’universo.
E dal terrorismo del mondo arabo che attacca l’Occidente, che cosa dobbiamo aspettarci?
Il costo economico del terrorismo in termini di vite umane è pesante, ma purtroppo non si può equiparare un dramma tragico come quello delle duecento e più persone che sono state uccise senza nessuna colpa o ragione a Parigi, a Londra o a Madrid, con un dramma sociale come quello dell’occupazione che costituisce una sorta di grimaldello pronto ad essere usato: potrebbe forzare il futuro del mondo favorendo tracolli imprevedibili.
Come vede il futuro dell’umanità?
Non dipenderà più dai movimenti sociali, ma dai movimenti etico-democratizzanti che si basano sull’individuo e sulla sua richiesta di essere rispettato come singolo essere umano.
Lei ha detto di essere ateo, ma ammira Papa Francesco e vorrebbe incontrarlo: perché?
Per tante ragioni, ma soprattutto per la verità che proclama e perché parla di dignità, un concetto che sembrava non abitasse più il mondo contemporaneo.

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