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L'etica nell'economia

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 di Sergio Caroli

 

Luigi Einaudi è stato una delle figure più eminenti della cultura europea della prima metà del '900. Economista, professore alla Bocconi di Milano e all’Università di Torino, collaboratore della Stampa, del Corriere della Sera, per il quale scrisse circa 1.700 articoli fino al 1925, e dell’Economist dal 1908, fu Governatore della Banca d’Italia dal '45 all'48 e Presidente della Repubblica dal '48 al '55. Amicissimo di Croce, fu da questi consigliato, nel 1931, di prestare un giuramento puramente formale per non lasciare in mano ai fascisti la formazione della gioventù. Sul rapporto tra liberalismo e liberismo s'incentrò la sua disputa con lo stesso Croce, uno dei dibattiti più famosi della filosofia politica e del pensiero giuridico-economico del XX secolo. Entrambi consideravano in modo profondamente diverso il rapporto fra liberalismo in quanto dottrina etico-politica, e liberismo inteso come teoria economica fondata sul principio del «laissez-faire». Se per Croce si poteva essere liberali senza dover di necessità accettare il liberismo economico, per Einaudi l’unità dei due termini era inscindibile. «Il rapporto fra Luigi Einaudi e la cultura napoletana» è stato il tema di un convegno organizzato a Napoli dall’Università Federico II in collaborazione con la Fondazione Luigi Einaudi di Torino e l’Istituto Italiano per gli Studi Storici. Paolo Silvestri, filosofo del diritto ed economista dell’Università di Torino, autore del volume «Il liberalismo di Einaudi o il buon governo» (Rubbettino, 2008), vi ha trattato il tema «Liberismo e liberalismo: il dibattito tra Einaudi e Croce». A lui chiedo se quel dibattito resti attuale nell’era della globalizzazione. «Dal punto di vista specifico della globalizzazione - mi risponde - potrebbe apparire un po' datato, sebbene Einaudi avesse intuito fin dagli inizi del '900 i processi di globalizzazione e fosse stato un grande fautore dell’unità europea in chiave federalista. Se per Einaudi l’economico era una componente della libertà individuale - posto che per economico egli intendesse sia la libertà d’iniziativa che la proprietà privata - i due termini dovevano per lui essere condizioni necessarie, ma non sufficienti, per garantire la libertà civile e politica. Croce aveva invece sostenuto che si poteva collettivizzare la proprietà privata e che ciò non avrebbe inficiato la sua idea di libertà. L’attualità del dibattito è confermata dal fatto che esso continua a essere riletto e interpretato in tanti modi. Cito solo studiosi quali von Hajek, Forte, Viano, Faucci». 

Non crede che le contraddizioni della globalizzazione e la crisi economica in atto avvalorino, piuttosto che il pensiero di Einaudi, quello di Croce, volto ad affermare il liberalismo in quanto primato della politica sull'economia? 

Lei utilizza un’interpretazione che è quella utilizzata da von Hajek e da altri che declinavano il rapporto liberismo-liberalismo come rapporto fra liberalismo politico e liberalismo economico, mentre per Croce il rapporto è fra l’etico e l’economico. Sono convinto che Einaudi non avrebbe attribuito la colpa della crisi al sistema di mercato, ma a chi ha truffato, il che è diverso. In questo senso sarebbe molto interessante rileggere, più che il dibattito tra Einaudi e Croce, il dibattito tra Einaudi e Keynes.

Ma contro la critica di Keynes alla politica del «laissez-faire» - da questi ritenuta inadeguata a risolvere i problemi del capitalismo negli anni della Grande Depressione - Einaudi difende a spada tratta il «laissez-faire»... 

Einaudi diceva: tu, Keynes, vuoi risolvere la crisi con strumenti economici quando invece è spesso dovuta a un problema morale. C'è stato chi ha palesemente truffato, ha fatto investimenti non in maniera oculata, «prudente», avrebbe detto Einaudi. Prudenza significa che l’imprenditore che resiste alle crisi è colui che ragiona nel lungo periodo; mentre la crisi è spesso dovuta agli speculatori di breve periodo. Per Einaudi l’attività dell’imprenditore, del risparmiatore, del padre di famiglia è insieme etica ed economica nella misura in cui si rispettano il criterio della prudenza e una gestione oculata del bilancio di una famiglia o di una grande azienda. E’ un po' facile attribuire le colpe della crisi al sistema economico. Einaudi, che non amava le grandi generalizzazioni, avrebbe cominciato a distinguere in modo analitico cercando di capire cosa non ha funzionato e di chi è la colpa. Sulle cause della crisi come prodotto del «laissez-faire» non sarebbe stato d’accordo.  

Einaudi fu grande studioso di storia, specie di quella dell’Inghilterra in età imperiale. Rosario Romeo ha però scritto che la ricchezza della sua attività di storico rimane inesplorata. 

Einaudi ha sondato tanti di quei campi che la ricchezza è veramente tanta. L’Einaudi storico è stato uno storico, appassionato, dell’economia e di pensatori, specie settecenteschi. La ricerca del «buon governo» lo ha portato a studiare autori particolari nei quali cercava una risposta alle questioni che lo arrovellavano; per esempio, analizzò le pagine Frédéric Le Play, riformatore sociale francese del '700, oggi del tutto dimenticato. Dopo la caduta del fascismo questa ricerca si fa impellente. E’ l'Einaudi che addita l’Atene periclea a modello di buona società; che va alla ricerca delle società medioevali fra '200 e '300, pure esse modello di buon governo; è l’Einaudi che nella sua raccolta di saggi intitolata «Il buon governo» inserisce particolari del famoso affresco di Ambrogio Lorenzetti che campeggia sulle pareti del Palazzo pubblico di Siena. Romeo ha ragione: la sua ricchezza è tale che egli merita di essere esplorato. 

 

 

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