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Quel Werther antico e magnifico

Quel Werther antico e magnifico
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  Gian Paolo Minardi

 

Si racconta un episodio significativo legato alla prima italiana di «Werther», al Lirico di Milano il primo dicembre del 1894, presente l’autore: pare che assistendo alle prove Massenet avesse colto, tra il bisbiglio di alcuni orchestrali nel momento in cui i violoncelli, nel finale del primo atto, commentano il trepido colloquio tra Werther e Charlotte il nome di Mascagni; con il garbo che gli era proprio ci tenne poi a precisare come quella melodia fosse nata prima della «Cavalleria», l’opera che in quei mesi aveva conquistato le platee.. 

Un equivoco che riviveva, con ben altro intento critico, nelle parole che Debussy scrisse in occasione della morte del musicista al quale era consapevole di dover pur qualcosa: «Gli si rimproverava di avere eccessiva simpatia per Mascagni e non abbastanza per Wagner, rimprovero tanto falso quanto inammissibile». 

Tra i due versanti si snoda infatti un filo sottile, delicatissimo qual'è il modo di porsi di Massenet, in «Werther» in particolare, quella sua inclinazione ad insinuarsi entro la vicenda e di carpirne gli echi e gli accenti più segreti attraverso un linguaggio armonioso, quasi autosufficiente nella sua elegante misura. 

Misura, appunto, esposta quanto mai ai rischi di fraintendimento se, ad esempio, si tocca il rapporto con la parola, così strettamente intrinseco alla musica dei francesi. Non c'è dubbio, infatti, che il «Werther» cantato in italiano, secondo una tradizione del resto consolidata e rafforzata da testimonianze vocali di grande rilievo, cambi fisionomia, proprio perché sono gli stessi caratteri della nostra lingua, con la predominanza delle vocali aperte, a mutare lo spessore della linea melodica e a imprimere al recitativo un’incidenza troppo marcata rispetto a quell'andamento più naturalmente fluente, tipico di quel passo conversativo che è proprio al modo di porsi di Massenet; tratto questo che ribadisce quel rapporto più stretto col teatro di prosa che l’opera francese, dalla «Tragédie» al teatro naturalista, ha sempre intrattenuto, in uno scambio quasi osmotico tra parola e musica, fino a quel supremo approdo, inimitabile nella sua solitudine che è il «Pelléas et Mélisande» di Debussy. 

Sono queste le ragioni che rendono più che interessante l’offerta discografica del nostro giornale (il doppio cd con il libretto dell'opera sarà in vendita  a partire da sabato 17 aprile a euro 12 più il prezzo del quotidiano): qualcuno potrà forse mostrare perplessità di fronte alla data di questa registrazione, 1931 e quindi agli inevitabili limiti tecnologici, per quanto attenuati da una scrupolosa rimasterizzazione; ma si tratta di osservazioni che non infirmano il significato della proposta, davvero «storica» più ancora che per la sua matrice anagrafica per la cifra stilistica che affiora con una sua incontestabile autorevolezza tra le tante testimonianze discografiche che sono andate sedimentandosi attorno a questo capolavoro, alcune indubbiamente di alto pregio, pensando a tutti i grandi cantanti che si sono cimentati con questo personaggio, da Tagliavini a Bergonzi, da Gedda a Domingo, ovviamente a Kraus che di Werther ha incarnato un modello incantevole. 

Ma ciò che si coglie nella edizione ora rispolverata è la particolare atmosfera con cui sembra ricomporsi tutto un tessuto evocativo rispondente alla sensibilità trepida di Massenet, quel clima avvolgente che la stessa orchestra dell’Opéra-Comique guidata dalla mano scorrevole di Elie Cohen, sembra stabilire nel modo di intrecciarsi alle voci, con il passo di una «normalità» che suona come garanzia dagli eccessi enfatici come dai compiacimenti estetizzanti. Punto di forza tuttavia è la presenza di Georges Thill il quale con il controllo di un’emissione davvero rara riesce a tracciare un profilo del protagonista plasmato in tutta la mobilità di trapassi che ne rivelano la fatalità della sua disperazione; merito della capacità del grande interprete di dosare gli accenti, controllare il timbro, senza mai cadere nelle trappole insidiose di una passionalità troppo sfogata o, al contrario, di un’inclinazione a distillare la misura sentimentale attraverso i filtri di quel manierismo artificioso che spesso viene scambiato per finezza. 

Lungo tale linea di naturalezza, frutto ovviamente di un controllo e di una sapiente condotta vocale, si muove anche Ninon Vallin nel creare una Charlotte di profonda intensità, proprio per la dignità con cui ne regola i segreti turbamenti. 

 

 

 

 

 

 

 

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