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E' morto Umberto Eco

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Lutto nel mondo della cultura per la scomparsa a 84 anni di Umberto Eco. La notizia della morte dello scrittore, filosofo e semiologo è stata data dalla famiglia a Repubblica. 

Eco, nato ad Alessandria il 5 gennaio del 1932,  è deceduto alle 22:30 di ieri nella sua abitazione. Tra i suoi maggiori successi letterari 'Il nome della rosa' del 1980, che ispirò il film di Jean-Jacques Annaud  e 'Il pendolo di Foucault' (1988). Il suo ultimo libro critica al giornalismo, 'Numero zero'  è stato pubblicato lo scorso anno da Bompiani. Oltre che di romanzi di successo internazionale, nella sua lunga carriera Eco è stato autore di numerosi saggi di semiotica, estetica medievale, linguistica e filosofia.

Chi era, che cosa ha scritto - di Paolo Petroni/Ansa 

Nel 1962 Umberto Eco pubblica Opera aperta, analisi di testi letterari in termini strutturalisti a partire da Ulisse di Joyce, che fa discutere e diviene uno dei manifesti della neoavanguardia riunita l’anno dopo nel Gruppo '63. Nel 1980 esce invece il romanzo storico medioevale Il nome della rosa, che suscita consensi internazionali, best seller da oltre 12 milioni di copie. Si svolge tra queste due tappe, meno lontane e diverse di quanto possa apparire, il lavoro di Umberto Eco che aveva festeggiato il 5 gennaio scorso gli 84 anni e che è scomparso ieri sera alle 22.30 nella sua abitazione.
Da osservatore ironico e semiologo avvertito oltre che creativo, infatti, ha dimostrato in ogni occasione di saper cogliere lo spirito del tempo. Il suo Lector in fabula, saggio del 1979 (non a caso periodo in cui stava scrivendo proprio Il nome della rosa), è appunto il lettore che in un testo, in particolare se creativo, letterario, arriva a far interagire col mondo e le intenzioni dell’autore, il proprio mondo di riferimenti, le proprie associazioni, che possono creare una lettura nuova: «generare un testo significa attuare una strategia di cui fan parte le previsioni delle mosse altrui».
Un’'opera apertà è proprio quella che più riesce a produrre interpretazioni molteplici, adattandosi al mutare dei tempi e trovando agganci con scienze e discipline diverse. Una tesi che apparve dirompente in un paese legato alle sue tradizionali categorie estetiche, diviso tra crocianesimo e marxismo storicista. E il discorso di Eco non riguarda, ovviamente solo la forma, la struttura di un’opera, come intesero molti autori di quegli anni, tanto che poco dopo dette alle stampe La struttura assente, che spostava il discorso sulla ricerca semiologica e le sue interazioni.
Così, forse, il tentativo più esemplare nel mettere in pratica le sue teorie, è nel 2004 La misteriosa fiamma della regina Loana, romanzo illustrato con foto di libri e riviste, manifesti, tavole di fumetti, che fanno parte del racconto e contribuiscono a far rivivere l’atmosfera dell’epoca (da fine anni '30 alla guerra) a ogni lettore anche con i propri ricordi.
Insomma, anche un romanzo di un personaggio e studioso di questo tipo, attento alla cultura di massa e già autore di paradossali e ironiche pagine su aspetti minori della realtà raccolte in Diario minimo negli anni '60, nasce entro questo spettro di riferimenti con una sapienza, non solo costruttiva e intellettuale. E il successo internazionale, col Nome della rosa, di un saggista raffinato, di uno studioso che aveva debuttato laureandosi sui problemi estetici in San Tommaso, finì per suscitare più polemiche delle sue innovative teorie saggistiche. Se in tanti parlano di «libro geniale e assai notevole» come sintetizzava Maria Corti, ecco che per Geno Pampaloni c'era «difetto di genio letterario», Francesco Alberoni lo definiva «libro privo di emozioni» che deve la sua fortuna all’essere divenuto un feticcio di cultura, mentre Stefano Benni ha «chiuso a pagina trenta, assalito dalla noia».
Poi verranno gli altri romanzi, altri best seller che ne consolidano la fama e stemperano le astiosità: Il pendolo di Foucault nel 1988, L’isola del giorno prima 1994 e Baudolino 2001, La misteriosa fiamma della regina Loana 2004 e l’anno scorso Il cimitero di Praga. Ancora una volta, attraverso la storia nel XIX secolo del tragico e graduale prosperare di quella falsificazione nota come I protocolli dei Savi di Sion, che ispirerà anche Hitler, un romanzo di ampio intreccio, ricco di erudizione divulgata con eleganza e in quella misura che impegna il lettore comune, ma non troppo, introducendolo con sapienza narrativa in una coinvolgente realtà di idee e storica. Fino all’ultimo romanzo sul mondo dei giornalisti e dell’editoria, Numero Zero, uscito l’anno scorso.
Insomma, ragioni per celebrare la grandezza di Umberto Eco ce ne sono molte, basta accettare che siano convissute in questo discreto e simpatico signore, che da amatore suonava il flauto dolce e non temeva certo di esporsi dichiarando le sue idee anche politiche, come ha fatto negli anni berlusconiani, il curioso e ironico autore delle Bustine di minerva o di romanzi ambientati nel passato e lo studioso altamente scientifico del Trattato di semiotica generale, che conta ormai 25 anni.(ANSA).

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  • Paolo

    20 Febbraio @ 14.54

    paolo.regg@email.it

    Era un grande uomo e di grande cultura; di quelli che ne nascono pochi in un secolo. Era talvolta un po’ ermetico nelle sue opere; ma quello era genio e sollecitava noi a scoprirne il messaggio ed i significati; magari piano, piano. Il suo grande capolavoro è stato “Il Nome della Rosa”, romanzo quasi musicale alla lettura con un protagonista incredibilmente moderno, Guglielmo da Baskerville, parafrasi di Odisseo e dell’uomo che pone la conoscenza e l’esperienza al di sopra di tutto. L’ho letto due volte, ricavandone sempre immenso piacere ed ammirazione. Durante una vacanza in Corsica ho avuto anche l’indubbia soddisfazione di scoprire che era amato anche all’estero. Parlando con un signore tedesco (arrangiandoci con un po’ di francese) mi disse di averlo letto due volte, la prima per conoscere il romanzo e la seconda per la soddisfazione personale. Combinazione volle che nel campeggio avessi vicino una famiglia polacca e la figlia sedicenne stava leggendo “Il Pendolo di Foucault”; quando scoprì che io stavo rileggendo “Il Nome della Rosa” mi chiese (anche qui aiutati dal francese) informazioni sul libro e l’autore. Per me è stato un grande motivo d’orgoglio vedere come uno scrittore italiano avesse trovato tanto interesse in altre nazioni. Ognuno ha le sue giuste opinioni, personalmente pongo “Il Nome della Rosa” come uno dei punti cardine della nostra lingua dopo “La Divina Commedia”, il “Decamerone” ed “I Promessi Sposi”, nulla togliendo agli altri giganti della nostra immensa letteratura ed alle altre opere di Umberto Eco. Gli italiani dovrebbero ricordare e celebrare questo grande concittadino, che ha dato lustro alla nazione ed esempio di quel che deve essere la cultura.

    Rispondi

  • Paolo

    20 Febbraio @ 12.23

    paolo.regg@email.it

    Era un grande uomo e di grande cultura; di quelli che ne nascono pochi in un secolo. Era talvolta un po’ ermetico nelle sue opere; ma quello era genio e sollecitava noi a scoprirne il messaggio ed i significati; magari piano, piano. Il suo grande capolavoro è stato “Il Nome della Rosa”, romanzo quasi musicale alla lettura con un protagonista incredibilmente moderno, Guglielmo da Baskerville, parafrasi di Odisseo e dell’uomo che pone la conoscenza e l’esperienza al di sopra di tutto. L’ho letto due volte, ricavandone sempre immenso piacere ed ammirazione. Durante una vacanza in Corsica ho avuto anche l’indubbia soddisfazione di scoprire che era amato anche all’estero. Parlando con un signore tedesco (arrangiandoci con un po’ di francese) mi disse di averlo letto due volte, la prima per conoscere il romanzo e la seconda per la soddisfazione personale. Combinazione volle che nel campeggio avessi vicino una famiglia polacca e la figlia sedicenne stava leggendo “Il Pendolo di Foucault”; quando scoprì che io stavo rileggendo “Il Nome della Rosa” mi chiese (anche qui aiutati dal francese) informazioni sul libro e l’autore. Per me è stato un grande motivo d’orgoglio vedere come uno scrittore italiano avesse trovato tanto interesse in altre nazioni. Ognuno ha le sue giuste opinioni, personalmente pongo “Il Nome della Rosa” come uno dei punti cardine della nostra lingua dopo “La Divina Commedia”, il “Decamerone” ed “I Promessi Sposi”, nulla togliendo agli altri giganti della nostra immensa letteratura ed alle altre opere di Umberto Eco. Gli italiani dovrebbero ricordare e celebrare questo grande concittadino, che ha dato lustro alla nazione ed esempio di quel che deve essere la cultura.

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