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Arte-Cultura

Sciascia, la scrittura come disvelamento di verità nascoste

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di Davide Barilli
 
Esaurito il caravanserraglio degli interventi celebrativi andati in scena in occasione del ventennale  della morte (ma attenzione, fra pochi mesi ricorrerà il novantesimo della nascita!) si può tornare a parlare di Sciascia fuori dagli schematismi delle onorificenze postume, per cogliere  una visione più ampia e complessiva della sua opera. Ne dà occasione  un fresco libro di Giuseppe Traina  - «Una problematica modernità. Verità  pubblica e scrittura a nascondere in Leonardo Sciascia» (Bonanno editore, pag 202, euro 18) - con cui lo studioso siciliano,    che su Sciascia ha pubblicato altri importanti volumi, torna a riflettere sulla modernità dello scrittore di Racalmuto. Troppo spesso incasellato in un nucleo in cui razionalismo illuminista, pessimismo per le umane cose e competenza mafiologica diventano una gabbia di facile esegesi, l'autore di «Todo modo» viene riletto da Traina in una prospettiva  di forte suggestione.  Il razionalista a tutto tondo, cioè, mostra l'altra faccia della medaglia. In un gioco che richiama certe logiche borgesiane,  Sciascia – ci dice Traina -  «rivela il suo fascino letterario non meno che la sua forza conoscitiva  soprattutto nel legame profondo   che esiste tra una  strategia del disvelamento...(..)...e un'altra strategia ...(...)..fondata sull'occultamento di lacerazioni e ferite della coscienza...».  Narratore delle rovine, delle ombre, dunque, proprio come l'amato Borges, recensito nel lontano '55 proprio sul «Raccoglitore» della Gazzetta di Parma. Autore prismatico, di difficile definizione, dominato dall'ossessione tipicamente siciliana e barocca, quella della morte, a differenza di molti altri scrittori suoi contemporanei - Calvino e Pasolini su tutti -  Sciascia è stato spesso relegato dalla critica nello spazio scomodo del polemista, facendo prevalere la figura del narratore civile su quella del letterato.  Dimenticando  che  lo Sciascia degli ultimi anni amava  compulsare vecchi documenti d'archivio, localismi ingialliti, cronache d'antan, in una sorta di saggismo antiquario, da intendersi però  non come fuga dal reale, ma come ricostruzione di un nucleo ideale dove alla piccola storia come luogo della menzogna e della violenza, resiste solo l'ottimismo della scrittura.  L'ingiustizia, l'assenza di identità, i rivoli del conformismo che attanagliano da ogni parte, sono sempre stati per Sciascia  avversari di un rapporto etico su cui impostare anche un'idea di letteratura. Un percorso complesso,  analizzato - in un altro volume, a cura di vari studiosi, fra cui lo stesso Traina - da una nuova generazione di critici. Intitolata, non a caso, «Leonardo Sciascia e la giovane critica» (Salvatore Sciascia editore) la raccolta di saggi  cuce  «in rete» i fili dei mille interessi e delle passioni del grande scrittore siciliano - anche temi apparentementi minori ma significativi (come l'amore per l'arte incisoria, tema trattato da Maria Giuseppina Catalano, studiosa catanese che insegna e vive a Parma). Ecco il punto. Troppo a lungo catalogato come scrittore di stampo illuminista, attratto dalla razionalità e dalla storia, il Sciascia più segreto  alberga nei doppifondi di una capacità divagante dove   irragione, coscienza civile e curiosità, si intridono in un complesso polimorfico   in cui la razionaltà altro non è che un metodo di analisi per riscattare la storia, dell'uomo e delle sue asperità. Dentro al cerchio della scrittura baluginano così  icone che, in una sorta di cerchi concentrici -  tra  recensioni  teatrali, presenza sui giornali,  prime prove di scrittura - stimolano una lettura della  realtà civile, sociale e morale dell'Italia del secondo dopoguerra in chiave politica,  antropologica e culturale. Prende così corpo quell'utopia della letteratura «la più assoluta forma che la verità possa assumere» chiamata a mettere ordine nel magma dell'esistenza, in cui il primato  dello stile  è identificazione di un approccio morale al mestiere del narratore.  
Una problematica modernità

 Bonanno, pag. 202,   18 

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