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Il quattrocento senese in mostra a Siena

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di Pier Paolo Mendogni

 

Se Jacopo della Quercia, Donatello, Siena: un mix straordinario che contrassegna uno dei periodi più brillanti e fecondi dell’arte italiana, quello del passaggio dalle luminose raffinatezze del gotico ad un vitale naturalismo con echi classicheggianti: un passaggio lento, complesso, manifestatosi prima nella scultura con Jacopo della Quercia, Francesco di Valdambrino e più tardi nella pittura con Giovanni di Paolo e il Sassetta. Una trasformazione sulla quale ha pesato l’eredità di Simone Martini e dei Lorenzetti, delle loro raffinatezze orafe, e che pertanto è segnata da contraddizioni ma anche da stimolanti effervescenze. Tutto questo viene illustrato con calamitante scenograficità nella splendida mostra «Le arti a Siena nel primo Rinascimento. Da Jacopo della Quercia a Donatello», allestita nel complesso di Santa Maria della Scala (fino all’11 luglio) a cura di Max Seidel come il catalogo della Federico Motta Editore, contenente approfonditi saggi di diversi studiosi tra cui i parmigiani Laura Cavazzini e Aldo Galli. Una rassegna con oltre trecento opere, che ha richiesto sei anni di preparazione e una spese di tre milioni e mezzo di euro ma che ha pienamente raggiunto il suo scopo sia in campo scientifico (con la rilettura dei protagonisti e dei complessi sviluppi stilistici) che spettacolare, grazie ad un allestimento che offre momenti di forte impatto emotivo e di intelligenti e stimolanti raffronti che rendono il percorso ricco di illuminanti sorprese fin dall’inizio, quando ci si trova di fronte alla solenne, monumentale «Madonna della melograna» scolpita in marmo da Jacopo della Quercia (1371-1433) tra il 1403/6: è la sua prima opera nota ma rivela già una eccezionale abilità nell’equilibrato uso dei volumi mossi da profonde pieghe che accentuano il contrasto tra luci e ombre. L’affiancano il sottile ligneo San Biagio dai vistosi paramenti rossi e dorati e altre Madonne mentre un velo bianco lascia trasparire le opere successive di Francesco di Valdambrino (1375-1435) i cui personaggi, vestiti con semplice eleganza, denotano una timida tenerezza sentimentale, che muta nel San Nicola da Tolentino sconcertante per realismo espressivo. Vicino a lui il giovane Sant'Ansano di Jacopo appare sfigurato dalla perdita della cromia che l’ha privato dell’anima e impoverito nell’esuberanza plastica. La «Fonte Gaia» in piazza del Campo è uno dei più noti capolavori di Jacopo e lo confermano le statue originali qui esposte, seppur deteriorate per la fragilità dei materiali. La presenza della «Madonna della mela» di Donatello (1386-1466) pone il problema dei suoi plurimi rapporti con Siena e con Jacopo in particolare. Il maestro fiorentino nel protettivo abbraccio della Vergine al Bambino, che pare ritrarsi di fronte a un pericolo, riesce a concentrare mirabilmente la vitalità scattante del Bambino e l’umanissima preoccupazione della madre. 

La sorprendente stanza con le Madonne annunciate e gli angeli annuncianti è uno stupefacente brano di giovanili incontri colloquiali e precede un altro eccezionale incontro, quello tra la Madonna col Bambino di Masaccio degli Uffizi, brillante di cromia e trepidante di familiare giocosa tenerezza, e la imponente statua lignea della Madonna col Bimbo di Jacopo della Quercia del Louvre. L’imperdibile raffronto fra Lorenzo Ghiberti, Jacopo della Quercia e Donatello nel fonte del Battistero di San Giovanni è qui ricordato dai due agili «spiritelli» di Donatello, che si ritrovano dopo secoli di distacco, e dall’elegante «Profeta» del Ghiberti.L'arrivo a Siena nel 1423 di Gentile da Fabriano (qui con la «Madonna dell’umiltà») porta una ventata di novità anche nella pittura in quanto nelle sue opere i sontuosi broccati e le sete risplendono di ori e lacche ma non giungono mai a «sopraffare la tenera intonazione sentimentale della scena». La lezione viene raccolta in modo diverso da Giovanni di Paolo e Stefano di Giovanni detto il Sassetta. Il primo coglie soprattutto lo sfavillio degli ori e cita spesso il maestro come nell’inconsueta Natività notturna. Il fabrianese invece approfondisce la ricerca sul paesaggio raggiungendo eccezionali risultati nelle tavolette del Trittico dell’arte della lana («Paesaggio con città», «Paesaggio con castello in riva a un lago»); il suo modello della «Madonna dell’umiltà» è ripreso da Pietro di Giovanni d’Ambrogio nel dipinto della collezione Magnani Rocca e dello stesso autore è pure esposto l’«Ingresso di Cristo in Gerusalemme», che rivela spunti masacceschi, della Pinacoteca Stuard. Incantevoli nell’astratto nitore narrativo le tavole della pala di Sant'Antonio abate di quel maestro dell’Osservanza forse identificabile con Sano di Pietro.L'ultima presenza a Siena di Donatello (1457-1461) chiude cronologicamente il primo Rinascimento con la creazione di un nuovo clima culturale in cui emergono Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, straordinario pittore e scultore, e Antonio Federighi. Così vicino al capolavoro donatelliano del San Giovanni Battista troviamo l’incantevole San Pietro di un naturalismo «parlante» del Vecchietta, il fiero San Vittore del Federighi e anche tanti dipinti di piccolo formato che documentano il valore e la specificità di questo periodo dell’arte senese.  

 

 

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