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L'apostolo della gioventù studiosa

L'apostolo della gioventù studiosa
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 Il 23 aprile 1910, dunque cento anni fa, si spegneva a Salsomaggiore nella canonica in cui era ospite, don Carlo Maria Baratta, la cui figura è legata al collegio «S. Benedetto» per esserne stato il primo direttore dall’arrivo dei Salesiani nella nostra città nel 1889 sino al 1904. In quell'incarico sostenuto da un’azione singolare e dal suo fascino personale, egli fu protagonista indiscusso, in campo socio-religioso, nella Parma di fine Ottocento. Nella nostra città, infatti, don Baratta realizzò la sintesi operativa di «prete del movimento» oltre che di «prete del sacramento», incarnandosi con stile nuovo nella realtà parmense che lo interpellava carico com'era di complessi problemi e in attesa di nuove soluzioni. 

Nato a Druogno in Val Vigezzo nel 1861, sacerdote nel 1884, dopo brevi quanto intense esperienze a Lucca e ad Alassio come consigliere scolastico, catechista e insegnante di Lettere, arriva a Parma in qualità, come detto, di direttore nell’ottobre 1889, ad appena ventotto anni, ad un anno esatto dall’apertura della Casa salesiana nella quale darà inizio alla scuola e al collegio. 
A Parma l’attività diventa quasi sovrumana, estendendosi a tutti i possibili spazi dell’azione educativa e sociale: l’ambiente è tutto da impiantare; il rione omonimo, è risaputo, era fra i più miserabili della città. Ma la presenza e l’operosità di don Baratta producono ben presto il «miracolo» e il «S. Benedetto» diventa in breve tempo considerevole polo di attrazione per tanti giovani della città, rinomata scuola, nonché cenacolo dell’intellettualità artistica e letteraria. 
L’azione di don Baratta, tuttavia, si espresse efficacemente anche nella diocesi. Difficilmente don Baratta si sarebbe inserito in forma così tempestiva e variegata nelle problematiche socio-religiose della città, se non ci fosse stato l’accorato invito del vescovo mons. Miotti ad assumere la «Scuola di Religione», la prima ad essere istituita in Italia e nella quale egli rivelò la sua profonda personalità catechetico-spirituale. 
In pochi anni i giovani che frequentavano i corsi superarono i quattrocento. Serietà di impostazione, alto livello culturale, valorizzazione dei corsi attraverso la presenza di personalità di alto prestigio in campo cattolico, ne assicurarono solide basi e sicuro avvenire. 
L'incontro, poi, con Stanislao Solari nel 1892 che in campo agrario stava acquistando chiara fama, costituì l’elemento catalizzatore che incentivò l’operosità di don Baratta verso panorami culturali a lui insoliti: l’agronomia e la sociologia. 
Del pensiero solariano si fece attento e critico discepolo prima, convinto assertore e propugnatore poi. I frutti che ne maturarono furono la Scuola agraria solariana e la «Rivista di agricoltura» che per quasi mezzo secolo continuò a diffondere il pensiero di Solari. 
La versatilità dell’ingegno e l’istinto dell’azione lo portarono ad abbracciare con fervore di neofita tutte le idee del colonnello: la fede cristiana intransigente, il negativo giudizio storico sulla modernità, l’antisocialismo, l’utopismo economico-sociale, tanto che di lui a Parma si diceva che se «al colonnello Solari mancava un volgarizzatore delle opere che va pubblicando, ora il volgarizzatore l’ha trovato». 
In questo ruolo egli animerà ed assisterà il cosiddetto «Cenacolo di S. Benedetto», condividendone con inossidabile fede meriti e limiti, anche quando il «sistema Solari» volgeva al tramonto. La vicinanza, inoltre, la consuetudine e la fraterna amicizia con gli abati del monastero di Torrechiara, don Mauro Serafini e don Paolo Ferretti, furono concausa di un accresciuto amore e impegno per la liturgia e il canto gregoriano. 
Seguirà una costante interazione tra don Baratta e il dinamico Giuseppe Micheli, che troverà nel salesiano consensi e sostegno nelle varie iniziative, mentre questi a sua volta si farà coinvolgere nelle prorompenti invenzioni del suo allievo e collaboratore. 
Don Baratta rimase direttore del «S. Benedetto» sino al 1904 e, nonostante amarezze e preoccupazioni fossero insistenti verso la fine del suo mandato, egli continuò a lavorare alacremente e ad organizzare il movimento giovanile in maniera indefettibile. A ragione egli viene riconosciuto come «l'anima dell’azione e del movimento cattolico in Parma e come l’apostolo della gioventù studiosa», secondo una felice definizione dell’arcivescovo Colli. 
«Il ricordo di lui - ebbe a scrivere l’allora parroco di Noceto don Pellegri - mi risveglia nel cuore un tempo pieno di iniziative buone, sante, fruttuose». Don Baratta a Parma era il centro della vita religiosa, scientifica, elevata verso il bene spirituale della gioventù, e quando difficoltà e contrasti si fecero sentire pressanti, egli restò punto di riferimento e di collegamento per il mondo giovanile diocesano». 
Responsabile di collegio, don Baratta offre di sé l’immagine di un educatore perfettamente allineato con la secolare pedagogia cattolica condivisa e praticata nelle scuole salesiane: vero animatore presente ai suoi ragazzi e prima fonte del dinamismo che si sviluppava all’interno e all’esterno del collegio, ma soprattutto «Direttore» che in casa di don Bosco significa «Padre». 
Questa peculiarità don Baratta incarnò e diffuse nei suoi quindici anni di permanenza a Parma e quanto egli fosse amato e stimato nella città come nella diocesi, lo mostrò la sua partenza nel 1904 per assumere il delicato quanto autorevole incarico di Superiore a Torino. Tale partenza fu un rammarico per confratelli, ragazzi, amici; ma suscitò accorata nostalgia in don Baratta stesso che così si confidò in un suo scritto: «... a Parma avevo passato quindici anni, i più belli della mia vita, anni di difficoltà, di lotte, di amarezze sì, ma anni insieme di lavoro, di non poche soddisfazioni, di affetti vivissimi; mi sanguinava il cuore al solo pensiero di lasciare il S. Benedetto, i miei giovani, i tanti amici; di lasciare Parma, che a me si era mostrata tanto ospitale che ormai consideravo la mia seconda patria». 
Annunciando la destinazione di don Baratta a Torino, la «Giovane Montagna» rilevava: «L'onore che gli vien fatto non rende meno dolorosa questa partenza. Chi da quindici anni ha dedicato tutto se stesso alla città nostra ed alla gioventù, ed ha saputo iniziare in essa un movimento di ricostruzione cristiana quale abbiamo potuto in questi ultimi lustri osservare fra noi, ha diritto che la sua lontananza si pianga come la perdita di un padre». 
Purtroppo a Torino la sua salute andava via via declinando; nel 1905 il male che lo tormentava da anni prese a colpirlo con maggiore insistenza finché la morte lo colse, come detto, nel 1910 a Salsomaggiore ove si era recato a curarsi. 
Dalla sua figura emana ancor oggi un fascino che vince ogni possibile oblio per luminosità di ideali ed esemplarità di azione che Parma non ha dimenticato. 
VALENTINO SANI
 

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